Non è certo questo il contesto più adatto per un commento alle risposte che Papa Francesco ha dato alle cinque questioni poste da altrettanti cardinali, in occasione dell’inizio del sinodo dei vescovi: lo spazio di un articolo e le capacità del suo autore decisamente non permettono una tale trattazione. Tuttavia, la ricchezza, pur nell’apparente brevità, delle parole di Francesco meritano qualche commento, che, senza entrare in tecnicismi teologici, possa dire qualcosa di significativo alla nostra vita.
C’è un punto particolare su cui vorrei soffermarmi, ossia il momento in cui Francesco, nella risposta alla prima domanda, parla della verità. È un tema “caldo”, sempre vivo ed attuale, perché afferisce al modo con cui ogni cultura, ogni tempo ed ogni contesto umano si relazionano con quella dimensione di fondamento e di stabilità che connota l’esperienza umana. Parlare di verità significa riferirsi a quel bisogno tutto umano di permanenza, di solidità, di qualcosa che resta nonostante lo scorrere del tempo e l’accadere degli eventi. Per coloro che credono, questo “fondamento” non è frutto di una conquista umana bensì dono di Dio, Sua rivelazione e comunicazione: quando Dio parla attraverso il suo Figlio, egli manifesta all’uomo la Sua parola, che si offre come verità per chi si affida a Lui. Ebbene – questo il quesito dei cardinali – la verità è “vera” una volta per sempre o possiede una natura storica, quindi, sempre relativa ad uno spazio e ad un tempo? Così espressa la domanda parrebbe un poco astratta e lontana dalla nostra vita, eppure, se la ascoltiamo con un po’ di attenzione, essa interpella e riguarda anche l’uomo di oggi: esiste una verità valida per sempre? Ci sono delle idee, delle convinzioni, dei pensieri che si affermano una volta per tutte e che restano validi per tutti gli uomini? Dobbiamo credere ad una verità “forte”, affermata una volta per sempre, valida per chiunque e capace di distinguere in maniera inequivoca il bene dal male? Oppure, se questo non fosse vero, ci dovremmo accontentare di una verità “debole”, frutto delle convenzioni e dei costumi, in fondo una verità relativa, perché sempre in relazione all’opinione dei più?
In linea con la millenaria storia della Chiesa, il Papa non ha dubbi nell’affermare che la Rivelazione comunica una verità valida per sempre, capace di raggiungere gli uomini di ogni tempo. Tuttavia, questa verità possiede una natura storica, non perché essa sia mutevole, ma perché la nostra conoscenza di lei si accresce nel tempo e alla luce delle conoscenze e delle conquiste umane. In altre parole, relativa non è la verità, bensì la comprensione che di essa ne ha l’uomo. Il Papa ci mette in guardia dal confondere la verità con le parole ed i concetti che usiamo per esprimerla: la verità è sempre oltre ciò che di essa possiamo intuire e capire. Il nostro linguaggio ed il nostro pensiero sono incapaci di afferrare ed esprimere la verità tutta intera: essa ci precede sempre, sta sempre un passo avanti a noi e ci costringe ad uno sforzo costante ed inesauribile di interpretazione e traduzione.
Francesco ci invita a non scambiare la verità con la certezza: l’uomo non possiede mai in pienezza la verità ma, al contrario, è da lei custodito ed istruito. Certo, ciò che noi comprendiamo della verità viene declinato in pensieri, leggi, norme, prescrizioni e concetti ma essi sono validi nella misura in cui custodiscono quella indisponibile ed essenziale differenza con ciò che essi esprimono.
Un filosofo contemporaneo, Petrosino, uno studioso assai attento ai temi della Rivelazione cristiana, sostiene che la verità cristiana non è anzitutto un insieme di norme o contenuti ma un principio di umanizzazione: la verità è ciò che promuove la nostra generatività, il nostro abitare il mondo in modo autentico ed oblativo. Qualcosa è “secondo verità” non semplicemente perché rispetta un determinato codice etico o filosofico, ma perché è in grado di renderci persone più umane e quindi più generative. È questa, sempre secondo il filosofo, l’idea di verità incarnata da Gesù, il quale non esitò a trasgredire norme e precetti quando in gioco c’era il bene e la pienezza di vita dell’uomo.
Le parole del Papa ci invitano a diffidare dalle nostre ingenue e troppo umane certezze; ci spingono a liberarci dai nostri idoli, anche quelli che si presentano sottoforma di verità immutabili, convinzioni granitiche e credenze robuste, per aprire la mente ed il cuore ad una verità che sempre ci anticipa e ci sorprende.
Pubblicato su Il Cittadino del 9 Ottobre 2023









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