La bellezza che non vediamo è spesso quella più vicina. Sarà per una questione prospettica o per una differente capacità visiva, ma ci risulta assai più facile apprezzare le cose lontane e distanti rispetto a quelle che ci sono familiari e quotidiane. Siamo tutti, anche se giovani, affetti da una certa forma di presbiopia, a causa della quale le cose che abbiamo “sotto gli occhi” sono quelle di cui ci accorgiamo meno.
Forse la causa vera del problema non risiede in un difetto del nostro cristallino, ma piuttosto nelle lenti dell’ “ovvio” e dello “scontato” che indossiamo quando guardiamo le cose di tutti i giorni. Sono cose che conosciamo talmente bene da darle quasi per scontate; sono persone, eventi, oggetti o circostanze per le quali abbiamo sviluppato una forte crosta di “preconcetto” o di “pregiudizio” che ci rende ciechi e assuefatti a quanto accade attorno a noi.
Abbiamo visto nostra moglie talmente tante volte che non sentiamo più il bisogno di guardarla di nuovo, ma ci affidiamo alle idee che ci siamo fatti su di lei. Lo stesso vale per i nostri figli, i nostri amici, la nostra casa, i nostri affetti e le nostre esperienze: sono talmente familiari che divengono ovvi, muti, banali e piatti.
Non è questo ciò che è accaduto al Maestro di Nazareth quando ha messo piede nella sua città natale, come ci racconta oggi il Vangelo di Marco? La reazione dei suoi concittadini è stata tanto scontata quanto sorprendente: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?” Ovvio! Nessuno – o pochi – si è preso la briga di ascoltare cosa aveva da dire quel Rabbi così particolare, e anche coloro che hanno fatto lo sforzo di ascoltarlo sono comunque rimasti prigionieri del pregiudizio. È una dinamica talmente umana che condiziona tanto l’uomo palestinese del primo secolo quanto l’uomo post-moderno del 2024.
Si tratta di quella supponenza di sapere tutto in anticipo, sicché l’altro perde il proprio spessore di meraviglia, di sorpresa e di accadimento. È come se l’altro smarrisse la sua dimensione di alterità per venire costretto dentro i nostri schemi un po’ stretti e meschini. “So già cosa mi dirai, so benissimo come ti comporterai, conosco quello che farai…”: non sono queste le frasi che, più o meno inconsciamente, segnano le nostre relazioni, soprattutto quelle più intime e quotidiane? Non è questa la sfida più difficile da vincere, quella di scoprire la bellezza che giace, muta e umile, sotto il nostro naso?
È strano: nel racconto di Marco, il Maestro è l’unico ancora capace di stupirsi (“E si meravigliava della loro incredulità”), come se, anche di fronte al rifiuto e all’incomprensione, Egli non perdesse il suo sguardo capace di lasciarsi interrogare e meravigliare da ciò che gli stava attorno.









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