Ha ragione Antonio Martino quando scrive sul sito dell’ACI: “Dobbiamo essere felici, sì. Felici perché la carneficina è cessata, perché la tregua è stata firmata. Dobbiamo essere felici, dunque, ma non ciechi.”
Per la prima volta dopo due anni, il cielo sopra Gaza tace. Nessun boato, nessun lampo nel buio. Solo il suono sottile della vita che, timidamente, prova a ricominciare. I bambini dormono senza il fragore delle bombe e, forse, domani troveranno un pezzo di pane invece della polvere. Dovremmo essere felici, sì — ma è una felicità cauta, trattenuta, come quella di chi sa che la quiete non è ancora pace.
Tutto era cominciato quel 7 ottobre, con l’orrore che ha travolto Israele e poi Gaza. Migliaia di vittime, milioni di ferite aperte. Ora la tregua è realtà, ma arriva tardi, dopo troppa morte. Eppure qualcosa si è mosso: non nei palazzi del potere, ma nelle strade, nelle piazze, nelle università. È stata la voce dei popoli, non quella dei governi, a incrinare il silenzio del mondo.
La guerra è finita, ma resta l’amarezza di sapere che poteva fermarsi prima. Che è bastato l’intervento di chi aveva il potere per interrompere lo sterminio di tanti innocenti. E allora la felicità si mescola al rimpianto, alla consapevolezza che ogni giorno di ritardo è costato vite, sogni, futuro.
Oggi possiamo solo celebrare una pausa, non una soluzione. Una tregua fragile, una fiamma che resiste al vento. Ma anche le fiamme più deboli sanno illuminare la notte. Forse da questa sospensione nascerà un nuovo inizio — se avremo il coraggio di chiamare le cose col loro nome: dolore, ingiustizia, speranza.
Perché la pace vera non è semplicemente l’assenza di guerra. È la presenza della giustizia.









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