C’era un tempo in cui si rimproverava alla politica di parlare una lingua incomprensibile. Discorsi lunghi, formule astruse, periodi tortuosi, espressioni che sembravano pensate più per nascondere che per chiarire. Ricordo con un sorriso una delle formule più celebri della Prima Repubblica: le “convergenze parallele” attribuite ad Aldo Moro. Per comprenderne il significato serviva quasi un interprete.
Poi qualcosa è cambiato. Si racconta che Silvio Berlusconi sostenesse che occorresse parlare agli elettori come se avessero la terza media. Era un’intuizione comunicativa potente: semplificare il linguaggio per raggiungere tutti. Ma tra la semplicità e la banalizzazione esiste una differenza enorme.
Ascoltando oggi molti interventi di Donald Trump, si ha l’impressione che quel confine sia stato ampiamente superato. Il suo lessico è ridotto all’essenziale. Le cose sono “fantastiche” oppure “terribili”. Le persone sono “bravissime” o “orribili”. I problemi sono sempre “i più grandi della storia” e i successi “i migliori di sempre”. Ogni sfumatura scompare. Ogni complessità viene schiacciata dentro una contrapposizione elementare.
Il linguaggio, però, non è mai soltanto uno strumento per comunicare. È anche il riflesso del modo in cui pensiamo. Le parole che scegliamo raccontano la qualità delle nostre categorie mentali, la capacità di distinguere, di argomentare, di cogliere le differenze. Quando il vocabolario si impoverisce, spesso si impoverisce anche il pensiero.
Naturalmente la politica deve essere comprensibile. Nessuno rimpiange il gergo oscuro di certi leader del passato. Ma rendere accessibili idee complesse è una cosa; ridurre la realtà a uno schema infantile di buoni e cattivi è tutt’altra. La democrazia vive di cittadini che ragionano, non di tifosi che reagiscono a slogan.
Forse il vero problema del nostro tempo non è che la politica abbia abbandonato il politichese. È che, in molti casi, abbia adottato il linguaggio del bar come modello ideale della comunicazione pubblica. L’approssimazione è diventata autenticità, la semplificazione è diventata superficialità, la banalità è stata scambiata per sincerità.
Eppure il mondo non è semplice. Le guerre, le migrazioni, l’economia, l’intelligenza artificiale, la crisi climatica non possono essere raccontate con un vocabolario di poche decine di parole e con aggettivi assoluti. La realtà è più esigente dei nostri slogan.
Forse dovremmo pretendere qualcosa di più dai nostri leader. Non discorsi incomprensibili, ma parole capaci di illuminare la complessità invece di cancellarla. Perché il linguaggio non serve soltanto a convincere. Serve, prima di tutto, a pensare. E quando la politica rinuncia alla ricchezza delle parole, rischia di rinunciare anche alla profondità delle idee.








Lascia un commento