Le vacanze hanno una strana capacità. Non soltanto ci permettono di riposare, ma ci restituiscono uno sguardo. Fermandoci, ci accorgiamo di cose che durante l’anno ci scorrono davanti agli occhi senza lasciare traccia. È come se la fretta, per qualche giorno, allentasse la presa e ci concedesse di vedere ciò che è sempre stato lì.
Tra tutte, ce n’è una che è tanto fondamentale quanto incredibilmente dimenticata: il fatto che esistiamo.
Io ci sono. Il mio corpo respira. Gli alberi, il cielo, le montagne, il volto delle persone che amo, tutto questo esiste. Sembra un’osservazione banale, quasi infantile. Eppure è forse la meraviglia più grande. Perché avrebbe potuto non esserci nulla. Invece c’è qualcosa. Ci siamo noi.
La filosofia ha spesso indicato qui l’origine dello stupore. Prima ancora di chiederci come siano fatte le cose, dovremmo stupirci del fatto che ci siano. L’esistenza è il primo miracolo, quello che finiamo per considerare normale solo perché ci accompagna ogni giorno.
Quando questo pensiero ci raggiunge davvero, cambia anche il nostro modo di guardare la vita. Ci accorgiamo che ciò che siamo non è innanzitutto il risultato delle nostre capacità. Certo, abbiamo costruito, scelto, lavorato, faticato. Ma prima di ogni conquista c’è un dono. Nessuno di noi si è dato la vita da sé. Nessuno ha deciso di venire al mondo. Prima ancora di ogni merito, siamo stati consegnati all’esistenza. Potremmo dire che siamo stati donati a noi stessi.
Forse è proprio questo il primo motivo della gratitudine: non ciò che possediamo, ma il semplice fatto di esserci.
Anche il Vangelo, a suo modo, racconta questa verità. Lo fa attraverso la parabola del servo che ha contratto con il suo padrone un debito immenso, impossibile da restituire. Di solito leggiamo questa pagina in chiave morale, pensando ai nostri peccati e al perdono. Ma prima ancora c’è un altro debito, più profondo e originario. È il debito dell’esistenza.
È impagabile non perché qualcuno ci presenti il conto, ma perché nessuno può restituire ciò che ha ricevuto all’inizio: la vita, il tempo, gli affetti, le persone incontrate, le possibilità che ci sono state donate. Tutto questo ci precede.
Forse il tempo delle vacanze serve anche a questo: a ritrovare lo stupore delle cose semplici. A guardare il mondo non come un insieme di oggetti da usare o di traguardi da raggiungere, ma come un dono da accogliere. E forse è proprio da questo stupore, così semplice e così dimenticato, che nasce la forma più autentica della gratitudine.








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