Ecco il mio editoriale per il Cittadino del 13 Luglio 2026. Buona lettura!
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La decisione della Santa Sede di dichiarare la scomunica dei vescovi ordinati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X senza mandato pontificio segna un nuovo capitolo di una frattura che attraversa la Chiesa cattolica da decenni. Sarebbe però un errore interpretare la vicenda come un semplice caso di disobbedienza disciplinare. Dietro il gesto di Écône si nasconde una questione molto più profonda: il rapporto con il Concilio Vaticano II, il significato della Tradizione, il legame con la storia e, soprattutto, il ruolo della coscienza.
Su questi temi si è scritto molto. Ma tra le riflessioni più interessanti vi è quella proposta dal teologo Paolo Gamberini, che mette in luce un paradosso tanto sorprendente quanto illuminante. La Fraternità San Pio X ha sempre combattuto la modernità, individuando nel soggettivismo filosofico – da Cartesio in poi – uno dei grandi mali del pensiero occidentale. Secondo questa prospettiva, il soggetto diventa il fondamento ultimo della verità, sostituendosi a ogni autorità e a ogni tradizione ricevuta.
Eppure è proprio questo il paradosso. Nel momento in cui la Fraternità decide autonomamente quale sia la “vera” Tradizione, rifiutando il giudizio del Papa e del collegio episcopale, essa finisce per assumere esattamente la logica che dichiara di voler combattere. In ultima analisi, non è più la Chiesa a custodire e interpretare la Tradizione, ma il piccolo gruppo che ritiene di possederne la corretta interpretazione. L’autorità viene sostituita dalla convinzione personale; la comunione ecclesiale dall’autosufficienza del proprio giudizio.
È un meccanismo che merita di essere osservato con attenzione, perché rivela una sorprendente convergenza tra mondi apparentemente inconciliabili.
Da una parte troviamo il tradizionalismo più rigoroso, convinto dell’esistenza di un ordine oggettivo immutabile. Dall’altra, le più radicali rivendicazioni contemporanee sull’autodeterminazione della persona, dall’identità di genere fino alle diverse forme di soggettivismo etico. I contenuti sono opposti. Gli uni difendono la permanenza della norma; gli altri ne rivendicano il superamento. Ma, sul piano della struttura logica, entrambi condividono un medesimo presupposto: l’ultima parola spetta al soggetto.
Nel primo caso è il soggetto che decide quale sia la vera Tradizione, anche contro l’autorità della Chiesa. Nel secondo è ancora il soggetto che definisce la propria identità, indipendentemente da ogni riferimento biologico, culturale o comunitario. Cambiano gli esiti, ma non il metodo. In entrambi i casi il criterio ultimo della verità coincide con l’assenso interiore del singolo, sottratto a qualsiasi istanza di verifica esterna.
È forse questo uno dei tratti più caratteristici della cultura contemporanea: l’autoreferenzialità del soggetto giudicante. Un fenomeno che attraversa tanto gli ambienti più progressisti quanto quelli più conservatori, mostrando come gli estremi finiscano spesso per assomigliarsi molto più di quanto siano disposti ad ammettere.
La vicenda della Fraternità San Pio X, allora, supera i confini della disputa ecclesiastica. Diventa lo specchio di una tentazione che attraversa l’intera società occidentale: quella di concepire ogni identità come un possesso privato, impermeabile al confronto e incapace di lasciarsi correggere dall’incontro con l’altro.
È qui che la riflessione di Gamberini offre una prospettiva particolarmente feconda. «È precisamente questa capacità di apertura relazionale, che non rinuncia alla propria identità ma la vive come dono e non come possesso, che sembra mancare tanto nell’irrigidimento tradizionalista quanto nell’assolutizzazione soggettivistica contemporanea. Ed è forse in questa direzione, più che nella riaffermazione di confini sempre più netti, che va cercata la via per ripensare l’identità cristiana nella sua verità più autentica».
Sono parole che vanno ben oltre la controversia di Écône. Perché suggeriscono una concezione dell’identità profondamente diversa da quella oggi dominante. L’identità non è una fortezza da difendere né un materiale da plasmare arbitrariamente. Non è né rigidità né liquefazione. È relazione.
Anche la Tradizione, del resto, vive soltanto dentro una comunità che interpreta, discerne, dialoga. Se viene ridotta a un oggetto da possedere, smette di essere tradizione e diventa ideologia. Allo stesso modo, una coscienza che non accetta alcun confronto con la realtà, con la comunità e con la storia finisce inevitabilmente per rinchiudersi in se stessa.
Forse la vera alternativa non è tra conservazione e cambiamento, tra tradizione e modernità. La vera alternativa è tra un’identità che si concepisce come proprietà esclusiva e un’identità che si scopre dono ricevuto e continuamente rigenerato nell’incontro. È una lezione che riguarda la Chiesa, ma anche la nostra democrazia, la cultura contemporanea e il modo stesso in cui impariamo a vivere insieme.









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