Ecco il mio editoriale per il Cittadino del 2 Settembre 2026. Buona Lettura!

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Una pista da bowling, una palla che rotola, i birilli che cadono. E nessuno accanto. È questa la metafora usata dal sociologo americano Robert Putnam per raccontare una società che si sta disgregando.

Putnam pubblicò nel 2000 Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community (Giocare a Bowling da Soli: Il Collasso e la Rinascita della Comunità Americana) un libro che avrebbe segnato profondamente il modo di leggere le trasformazioni della società occidentale. La sua tesi era semplice e, proprio per questo, inquietante: gli americani continuavano a giocare a bowling, ma sempre più spesso lo facevano da soli. Non era necessariamente diminuita la voglia di giocare. Era venuta meno la squadra.

Dietro quella differenza apparentemente minima c’era una questione enorme. Perché una squadra di bowling non serve soltanto a giocare. Costringe a incontrarsi, a darsi appuntamento, a rispettare regole, a conoscersi, a fidarsi, a vincere e perdere insieme. È una piccola esperienza di comunità.

Putnam chiamava tutto questo «capitale sociale»: l’insieme delle relazioni, delle reti, della fiducia reciproca e delle abitudini alla cooperazione che permettono a una società di funzionare. Nella seconda metà del Novecento, sosteneva, gli americani avevano progressivamente smesso di partecipare a molte delle forme associative che avevano costituito per decenni il tessuto della vita pubblica: sindacati, partiti, organizzazioni religiose, associazioni di quartiere, gruppi sportivi, volontariato. Il problema, dunque, non era semplicemente che le persone fossero diventate più sole. Il problema era che stavano perdendo l’abitudine a fare qualcosa insieme.

È una distinzione decisiva. Perché una democrazia non è fatta soltanto di istituzioni. Non vive soltanto dentro i Parlamenti, nei tribunali o nelle urne elettorali. Vive anche nelle relazioni quotidiane. In quei luoghi apparentemente marginali nei quali impariamo che l’altro non è un avversario da battere, un estraneo da evitare o un profilo da scorrere sullo schermo, ma qualcuno con cui condividere qualcosa.

A distanza di più di venticinque anni, la profezia di Putnam sembra tornare con una forza ancora maggiore. Gordon Brown, ex primo ministro britannico, riprende il tema nel suo nuovo libro, The Future Starts With Us, in uscita a settembre, utilizzando dati recenti riferiti al Regno Unito. E il quadro che ne emerge è tutt’altro che rassicurante.

Circa metà degli adulti britannici, secondo i dati richiamati da Brown, non partecipa ad alcun gruppo civico o comunitario: né una chiesa o un’organizzazione religiosa, né un sindacato, né un’associazione sportiva o culturale, né un’attività collettiva. Il 40% dichiara che in caso di necessità non avrebbe nessuno fuori dalla rete familiare a cui chiedere aiuto. Il 67% dichiara di avere al massimo tre amici ed il 12% afferma di non averne affatto. Sono numeri britannici, ma sarebbe difficile non riconoscervi una tendenza che attraversa gran parte dell’Occidente.

E qui Brown introduce una metafora particolarmente efficace. Se crollassero le strade, le ferrovie o i ponti, ci mobiliteremmo immediatamente. Se improvvisamente non funzionassero più le banche o i bancomat, parleremmo di emergenza nazionale. Se venisse meno l’elettricità, nessuno avrebbe dubbi sulla necessità di intervenire. Ma che cosa facciamo quando crolla l’infrastruttura sociale? Quando chiude un’associazione. Quando un circolo perde gli iscritti. Quando non si trovano più volontari. Quando una parrocchia fatica a costruire una comunità. Quando i ragazzi smettono di frequentare una squadra. Quando le persone non hanno più un luogo dove incontrarsi senza dover comprare qualcosa. Quasi niente.

Ed è forse questo il paradosso della nostra epoca: abbiamo costruito infrastrutture tecnologiche sempre più sofisticate e stiamo lasciando deteriorare quelle umane che ci permettono di utilizzarle per vivere insieme. La conseguenza non è soltanto la solitudine. È la perdita della fiducia. E senza fiducia diventa molto più difficile cooperare.

Brown porta questo ragionamento ancora più lontano. Una persona che vive dentro una rete sempre più povera di relazioni, che sperimenta poco la cooperazione e che si sente isolata, può diventare anche meno disponibile a riconoscere il valore della cooperazione oltre i confini della propria comunità e della propria nazione.

È qui che il declino del capitale sociale incontra il ritorno del nazionalismo e del populismo. Quando viene meno il senso concreto di appartenere a un «noi», diventa più facile costruire un «noi» contro qualcun altro: gli italiani contro gli stranieri, il popolo contro le élite, la nazione contro l’Europa, noi contro loro.

Non significa che la solitudine produca automaticamente populismo. Sarebbe una caricatura. Significa però che una società di individui sempre più isolati è più esposta a chi offre un’identità semplice, un nemico riconoscibile e una comunità costruita sull’esclusione.

Un’associazione, una squadra sportiva, un gruppo di volontariato, un sindacato, una parrocchia, una biblioteca, un comitato di quartiere possono sembrare cose piccole. Non lo sono. Sono luoghi nei quali si impara, senza bisogno di lezioni di educazione civica, che cosa significhi vivere in una società. Sono le nostre infrastrutture invisibili.

La domanda che ci lascia Putnam, allora, non riguarda davvero il bowling. Riguarda noi: Che cosa accadrà alla nostra democrazia quando avremo imparato a fare quasi tutto da soli, ma avremo dimenticato come si gioca insieme?

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