Circa un mese fa avevo pubblicato sul blog un testo di Fabrice Hadjadj, filosofo francese, convertitosi al cattolicesimo. Era l’introduzione a uno dei suoi libri e raccontava, con ironia e intelligenza, tutte le cose in cui aveva creduto prima di arrivare alla fede cristiana.
Mi aveva colpito soprattutto una cosa: Hadjadj sembra suggerire che il problema non sia affatto se siamo credenti oppure no. Il punto è capire in che cosa crediamo.
Perché tutti, in fondo, crediamo.
Crediamo nelle persone che amiamo, nelle nostre capacità, nel nostro corpo, nella salute, nel lavoro, nel futuro. Crediamo che ciò che facciamo abbia un senso e che valga la pena impegnarci per qualcosa. Ci affidiamo continuamente a qualcosa o a qualcuno. Anche quando pensiamo di essere completamente autonomi e razionali, la nostra vita è costruita su una serie di affidamenti.
Il problema, allora, non è tanto la presenza della fede, ma la qualità dell’oggetto della nostra fede.
Possiamo credere in qualcosa che è soltanto una nostra proiezione. Il successo, per esempio. Possiamo convincerci che, una volta raggiunta una certa posizione, guadagnato abbastanza, ottenuto il riconoscimento degli altri, saremo finalmente felici. E poi scoprire che quella promessa era falsa.
Possiamo credere nel nostro corpo, nella nostra efficienza, nella nostra salute, come se fossero beni garantiti per sempre. Fino a quando la vita non ci ricorda, spesso bruscamente, che non abbiamo il controllo di tutto.
Possiamo credere anche in ciò che la società ci suggerisce di desiderare: una carriera, un certo stile di vita, una posizione, il riconoscimento sociale. E chiamare tutto questo libertà, quando magari stiamo semplicemente aderendo a ciò che gli altri hanno deciso che dovremmo volere.
E allora mi chiedo se anche chi dice «io non credo» non finisca, inevitabilmente, per affidarsi a qualcosa. Magari alla propria ragione, alla scienza, al denaro, alla libertà, all’amore, alla propria autonomia. Qualcosa, comunque, orienta le sue scelte e stabilisce ciò per cui vale la pena vivere.
Forse la domanda più seria non è dunque «credi o non credi?». È un’altra: «In cosa hai deciso di credere?» E, soprattutto: quello in cui hai riposto la tua fiducia è davvero capace di reggere il peso della tua vita?
Forse è qui che comincia la fede. Non quando smettiamo di pensare, ma quando cominciamo a interrogarci seriamente sulla solidità di ciò a cui abbiamo affidato noi stessi.








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