Viviamo in tempi difficili. Le questioni da affrontare sono moltissime: guerre, disuguaglianze, sanità, scuola, lavoro, sicurezza, economia. Eppure, tra tutte queste emergenze, ce ne sono almeno due che considero le grandi sfide del nostro tempo, quelle destinate più di altre a cambiare il volto dell’Italia. E la cosa sorprendente è che proprio di queste due questioni si parla troppo poco e la politica sembra rinunciare a definire strategie ed interventi.
Sono la crisi demografica e la crisi ecologica.
Non perché siano questioni secondarie. Esattamente per il contrario: sono così grandi, così profonde e così difficili da affrontare che sembra quasi che abbiamo deciso di rimuoverle. Le mettiamo sotto il tappeto, come se bastasse non parlarne per evitare che ci riguardino.
I numeri dell’Istat raccontano invece una storia molto precisa. Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Ma la vera novità delle ultime previsioni è forse ancora più impressionante: le coppie con figli, oggi circa 7,5 milioni, potrebbero scendere a 5,8 milioni nel 2050, con una diminuzione del 22,3%. Nel 2047, secondo lo scenario mediano, le coppie senza figli supereranno quelle con figli. Non è una previsione astratta. Significa meno bambini nelle scuole, meno giovani al lavoro, più anziani da assistere, una pressione crescente sul welfare, sulle pensioni, sulla sanità. Significa, soprattutto, un Paese che progressivamente cambia struttura.
E poi c’è l’altra grande crisi, quella ambientale. Anche qui siamo ormai oltre la questione del «credere» o meno al cambiamento climatico. Nel 2025 la temperatura media globale è stata 1,47 gradi sopra il livello preindustriale; è stato il terzo anno più caldo mai registrato e gli ultimi undici anni sono stati gli undici più caldi di sempre.
Ma forse non abbiamo più nemmeno bisogno dei dati degli scienziati per rendercene conto. Basta aprire gli occhi. Le ondate di calore sempre più intense, i temporali violenti, le alluvioni, la siccità, i danni alle città e all’agricoltura non sono più scenari lontani. Sono diventati esperienza comune. L’Ispra ricorda come l’Italia, per la sua posizione nel Mediterraneo, sia particolarmente esposta ai rischi climatici, con conseguenze sulla salute, sull’agricoltura, sulle infrastrutture e sulla sicurezza energetica.
E allora la domanda è: perché facciamo così fatica a parlarne? Perché il mondo politico non le affronta e sembra sempre parlare d’altro?
Forse perché entrambe queste crisi hanno qualcosa in comune. Non chiedono semplicemente nuove leggi o qualche miliardo di euro in più. Chiedono a noi di cambiare. La crisi demografica ci obbliga a interrogarci sul modo in cui costruiamo le relazioni, sul valore che attribuiamo alla famiglia, sulla conciliazione tra lavoro e figli, sul rapporto tra generazioni, sull’idea stessa di futuro. La crisi ecologica ci impone di ripensare il nostro rapporto con il consumo, con l’energia, con la mobilità, con il territorio e con la natura.
Sono questioni che chiamano in causa il nostro stile di vita. E forse è proprio per questo che la politica appare così timida.
È molto più facile discutere per settimane di una singola norma, di una polemica televisiva, di un provvedimento amministrativo, che dire ai cittadini una cosa molto più scomoda: se vogliamo avere un futuro, qualcosa delle nostre abitudini dovrà cambiare. La politica, però, non dovrebbe avere paura di dire ciò che è necessario dire. Governare significa anche indicare trasformazioni che non sono popolari, spiegare perché sono indispensabili, accompagnare le persone dentro cambiamenti inevitabili.
La crisi demografica e quella ecologica non sono due capitoli tra i tanti dell’agenda politica. Sono il terreno sul quale si giocherà gran parte del nostro futuro. Continuare a non parlarne non le farà scomparire. Le renderà soltanto più difficili da affrontare.
pubblicato su il Cittadino del 9 Settembre 2026








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