Talvolta viene da chiedersi fino a che punto possa arrivare la stupidità umana. Mi è capitato leggendo alcuni dei commenti più nauseabondi comparsi sotto un post di Roberta Vallacchi, consigliera regionale lombarda del Partito Democratico. Roberta sta affrontando delle cure oncologiche e, per questo, indossa un foulard sulla testa. Un dettaglio banale, del tutto personale, è bastato a scatenare una sequenza di reazioni volgari, violente, offensive.
E allora viene da chiedersi: fino a dove possono arrivare la stupidità, l’ignoranza, l’aggressività, il livore?
Non credo che viviamo in una società più stupida di quelle che ci hanno preceduto. Credo piuttosto che siano saltati alcuni dei meccanismi che, nel corso del tempo, avevano insegnato agli esseri umani a controllare l’espressione dei propri istinti peggiori.
La volgarità, la violenza, il male sono sempre esistiti. Ma la civiltà è anche il lento apprendimento di un limite: non tutto ciò che penso deve essere detto, non tutto ciò che provo merita di essere riversato sugli altri. La vergogna, il rispetto, il pudore, l’educazione non sono semplicemente forme di ipocrisia sociale. Sono argini. Sono conquiste della convivenza.
Perché il cuore dell’uomo, qualche volta, è abitato anche da pensieri spregevoli. La civiltà non consiste nel fingere che non esistano, ma nell’imparare a dominarli, a rifiutarli, a non trasformarli in parole che feriscono.
I social media sembrano aver creato una sorta di terra di nessuno. Uno spazio nel quale questi argini si sono indeboliti e ciascuno può tirar fuori la propria cattiveria senza incontrare immediatamente quello sguardo sociale che, per secoli, ci ha ricordato che certe cose semplicemente non si fanno, non si dicono, non si scrivono.
Forse il problema non è che siamo diventati più cattivi. È che abbiamo smesso, troppo spesso, di vergognarci della nostra cattiveria.
E una società nella quale la vergogna viene considerata una debolezza rischia di diventare una società nella quale tutto può essere detto. Anche ciò che, prima ancora di essere offensivo, è semplicemente disumano.
PS: per la cronaca c’è un modo semplice e a costo zero per ridurre questi fenomeni di “volgarità digitale”: pretendere che ogni utente dei social si registri con un documento di identità che lo renda riconoscibile. Non capisco per quale strano principio garantiamo l’anonimato sulle piattaforme digitali, dove ognuno può offendere il prossimo senza doverne rispondere…








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