Ecco il mio editoriale per il Cittadino del 18 agosto 2026. Buona Lettura!

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Queste calde giornate di agosto, sospese tra le piscine di Parigi e la pista di Birmingham, ci stanno offrendo molto più di un semplice spettacolo atletico. Mentre l’estate rallenta i ritmi quotidiani e molti di noi cercano riparo dalla calura, le televisioni ci restituiscono l’immagine di un’Italia che non si ferma. Dalla vasca alle acque libere, dalla pedana dei tuffi all’atletica leggera, il Paese sta raccogliendo successi che vanno ben oltre il numero delle medaglie conquistate.

Osservando le immagini di queste competizioni, ciò che cattura l’attenzione sono i volti e i nomi dei protagonisti. Accanto ai campioni che ormai consideriamo icone, come Gianmarco Tamberi o Marcell Jacobs, vediamo crescere una generazione nuova. Scorrendo le liste dei convocati per Birmingham e Parigi, troviamo Dariya Derkach, Andy Díaz Hernández, Sara Curtis, Zane Weir e Alexandrina Mihai. Nomi che portano con sé storie familiari, origini e percorsi di vita profondamente differenti, ma che oggi confluiscono, con naturalezza, sotto la stessa maglia azzurra.

Davanti a questa delegazione, che supera i cento atleti, viene spontaneo interrogarsi: che cosa significa, oggi, essere italiani?

Forse lo sport ci offre una risposta molto più concreta di quanto faccia il dibattito politico nazionale. Quest’ultimo, spesso prigioniero di una dialettica polarizzata e astratta, rischia di mancare la comprensione del presente. Lo sport, invece, è un giudice implacabile e privo di pregiudizi. Sul campo non conta da dove vieni o quale sia la tua provenienza geografica; conta esclusivamente ciò che sai fare, quanto hai sudato, quanto hai resistito e quanto sei riuscito a migliorare il tuo tempo sul cronometro o la misura del tuo salto.

In fondo, la realtà che vediamo oggi sui media è la stessa che incontriamo quotidianamente varcando la soglia di una scuola, entrando in supermercato o semplicemente camminando in una piazza. È l’Italia delle storie che si intrecciano, delle lingue che si mescolano e dei tratti somatici che raccontano geografie lontane. Riconoscere tutto questo non è una questione politica, ma di elementare onestà intellettuale. Non è necessario idealizzare ogni cambiamento per ammetterne l’esistenza, né occorre considerare ogni mutamento demografico come un progresso automatico per constatare che il nostro Paese ha cambiato volto.

Negare questa realtà significa cercare di compiere un improbabile viaggio a ritroso verso un’Italia che, nella forma monolitica e idealizzata che talvolta evochiamo, non è probabilmente mai esistita. La nostra società è diventata composita. Accettare questo fatto non significa abdicare alla propria identità, ma semplicemente prendere atto del perimetro in cui ci muoviamo.

La domanda, a questo punto, si sposta: non è più se questa trasformazione sia giusta o sbagliata — un interrogativo ormai superato dai fatti — ma cosa intendiamo fare di questa realtà. Ogni grande cambiamento storico porta con sé un mix di opportunità e rischi. L’incontro tra culture può generare creatività, nuove energie e dinamismo economico, ma può anche produrre incomprensioni, conflitti e frammentazione sociale. Una società intelligente non ignora né l’una né l’altra possibilità. Il compito della politica non è fingere che il cambiamento sia un’illusione ottica, bensì governarlo. Dobbiamo costruire le condizioni affinché la pluralità diventi una risorsa strutturale, evitando che si trasformi in separazione o isolamento.

La nazionale azzurra di questi giorni funge, in questo senso, da specchio. Non rappresenta l’Italia che vorremmo, né quella che alcuni rimpiangono, ma quella che è. C’è qualcosa di profondamente significativo, quasi catartico, nel vedere persone con background così eterogenei correre verso lo stesso traguardo indossando la stessa divisa. Non perché le differenze siano state azzerate — la diversità rimane un valore e un dato di fatto — ma perché, almeno per la durata di una gara, il talento e l’impegno individuale sono stati incanalati in un obiettivo collettivo.

Abbiamo imparato, in queste giornate di sport, che la trasformazione in “squadra” non richiede la cancellazione delle storie personali, ma il loro armonioso inserimento in un progetto comune. È una lezione preziosa. Se sapessimo applicare la stessa logica di lealtà, rispetto del cronometro e visione collettiva anche fuori dalla pista, il Paese avrebbe davanti a sé sfide meno timorose. La lezione dell’atletica è chiara: non conta chi sei stato, conta quanto sei disposto a dare per la maglia che indossi. È l’Italia che corre, e forse dovremmo imparare a correre insieme a lei.

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