Ecco il mio editoriale per l’edizione de il Cittadino del 27 agosto 2026. Buona Lettura!

***

C’è una frase nel recente discorso di Papa Leone al Meeting di Rimini che merita una riflessione profonda. Parlando al mondo di Comunione e Liberazione, il Pontefice ha pronunciato parole che, per molti cristiani della mia generazione, suonano sorprendenti: «Una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo».

Un’affermazione tutt’altro che scontata. Per troppo tempo abbiamo vissuto la perdita di rilevanza sociale della Chiesa come una disgrazia, una sconfitta da contrastare. Abbiamo guardato al calo delle vocazioni, allo svuotamento delle chiese e all’allontanamento dei giovani come a un problema da risolvere. Certamente, c’è una sofferenza in tutto questo; sarebbe ipocrita negarlo. Eppure, oggi siamo chiamati a scoprire che in questa perdita risiede una possibilità inedita.

È la tesi, provocatoria, di Armando Matteo in “La fortuna di essere irrilevanti”. Il segretario della sezione dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede parte da una constatazione: in Occidente il cristianesimo è diventato, per molti, «semplicemente irrilevante». Non è più percepito come una risorsa decisiva nella ricerca della felicità o nella costruzione del futuro. Il titolo del libro appare come un paradosso, eppure apre una prospettiva liberante. Se nessuno si aspetta più nulla dalla Chiesa — se la società non pretende risposte, norme o appartenenze — allora la comunità cristiana si trova, finalmente, libera. Libera di tornare all’essenziale.

È caduto un peso che portavamo sulle spalle senza accorgercene: il bisogno di riconoscimento, il desiderio di essere influenti, l’ansia di occupare spazi pubblici o di difendere un ordine sociale in cui la presenza della Chiesa era data per scontata. Se tutto questo viene meno, cosa rimane? Rimane il Vangelo. Rimane la possibilità di chiedersi, spogliati dalle sovrastrutture, se l’incontro con Gesù Cristo sia ancora capace di cambiare la vita. Se la comunità possa essere un luogo dove l’altro si senta accolto, amato, accompagnato. Se il Vangelo possieda ancora quella forza d’attrazione che non si impone, ma che affascina con la bellezza di una vita capace di suscitare domande.

Il Papa è netto: «La verità si incontra solo nella libertà». Essere cristiani oggi non è più un’eredità automatica o un dato culturale; è una scelta da compiere in totale libertà. Questa è la grande novità. Una volta la fede significava appartenere a un mondo; oggi significa scegliere una strada in un mondo che non la considera più ovvia. Può sembrare una perdita, ma è un’occasione straordinaria di autenticità. Quando non devi più dimostrare nulla, quando nessuno si aspetta nulla, non hai più motivo di fingere. Puoi finalmente chiederti chi sei.

Come scrive Armando Matteo: «Ora che nessuno si aspetta alcunché da noi, possiamo finalmente operare con coraggio, libertà e passione per ritornare ad essere quello che semplicemente dobbiamo essere». Non una Chiesa ossessionata dal proprio peso pubblico, ma una comunità che custodisce un tesoro; non una Chiesa che reclama riconoscimenti, ma un popolo che rende visibile l’incontro fatto; non una Chiesa aggrappata al passato per paura del domani, ma una comunità che abita la realtà, anche quando essa appare ostile.

È forse questa la libertà più difficile da accettare per la mia generazione. Siamo cresciuti in un tempo di presenza riconosciuta, con un’autorità pubblica ancora solida. Abbiamo rischiato di confondere la forza del Vangelo con la forza sociale dell’istituzione. Ma sono due cose distinte. La storia del cristianesimo insegna che il Vangelo non ha bisogno di potere per essere fecondo. I primi cristiani erano una minoranza priva di istituzioni e influenza politica: avevano soltanto una storia da narrare e una vita da mostrare.

Ecco perché l’irrilevanza può trasformarsi in una fortuna: ci costringe a smettere di dare per scontato che la fede coincida con la maggioranza. Ci obbliga a chiederci se le nostre parole sappiano ancora affascinare e ci induce a distinguere l’essenziale dalle stratificazioni dei secoli. Ci restituisce una forma di leggerezza. Non dobbiamo convincere il mondo di aver ragione, ma testimoniare, con l’esistenza, che è possibile vivere da risorti.

Invitando i giovani a «mettersi in gioco» e ad aprirsi a una vera cattolicità, Papa Leone indica la strada: una Chiesa che non cerca più il centro della scena, ma torna a camminare tra la gente, verso i poveri e gli ultimi. La domanda radicale, allora, non è come recuperare l’influenza perduta, ma cosa faremo della libertà che la nostra irrilevanza ci ha consegnato. Potremmo sprecarla nel rimpianto, oppure considerarla una grazia inattesa per ripartire dal Vangelo.

Lascia un commento

I’m Marco

Benvenuti in questo mio piccolo spazio virtuale che vorrebbe offrire sosta e ospitalità a pensieri ed esperienze capaci di custodire il senso ed i sensi della vita

Let’s connect