uomini a tutto tondo

Riconosco che è difficile, per noi uomini d’oggi, comprendere perché una donna, appartenente ad un mondo benestante ed acculturato, decida di dedicare alla sua vita non solo i più poveri tra i poveri, ma addirittura ai morenti, ai disperati, a coloro che, nella vita, sono stati rifiutati ed abbandonati. Agli scarti, come ama chiamarli Francesco. Che senso può avere investire energia, passione e tempo per donare a qualcuno una morte dignitosa? O forse sarebbe meglio dire una morte “umana”? Appare tanto come un inutile dispendio, uno spreco di vita…donare tempo a che tempo non ne avrà più…

È vero che nella nostra cultura, abituati alla logica dell’ “usa e getta”, facciamo fatica a capire la profezia di Madre Teresa di Calcutta, di cui oggi ricorre non solo la memoria liturgica, ma anche i vent’anni della morte. In un mondo che tende a censurare la morte, a rimuovere il suo pensiero e a nascondere il suo gelido manto, questo sforzo per “umanizzare il morire” suona come qualcosa di blasfemo ed eretico. Questa cura poco si adatta al mito dell’efficienza, del benessere e della prestazione che governa le nostre vite: quello che è rotto si getta, di quello che non funziona più è meglio disfarsene, senza troppi rammarichi o sensi di colpa.

Eppure solo chi sa custodire una visione integrale del vivere è capace di dare valore e senso anche all’atto estremo della dipartita; solo chi non censura ciò che non comprende, non rimuove la fatica e la sofferenza, non silenzia l’abbandono ed il dolore è capace di vivere ogni momento con stupore e profondità.

Occorre uscire da una visione “efficientista” della vita, per comprendere il lieto annuncio di una donna che sceglie di servire l’uomo moribondo. È solo quando diventiamo disponibili ad accogliere e riconoscere l’istanza di senso che è custodita in ogni momento del vivere, dal concepimento fino alla morte, che possiamo tentare di comprendere lo scandalo di un servizio gratuito ed amorevole anche a chi ha i giorni contati. È solo se cerchiamo di eliminare ogni rimozione dei momenti faticosi dell’esistenza, se riconosciamo che la vita non è vita solo quando c’è gioia e benessere, è solo allora che diviene possibile spalancare gli occhi al miracolo dell’esistere.

Forse a noi uomini del terzo millennio occorre recuperare una dimensione “integrale” dell’esistenza, fatta di gioie e dolori, di angosce e di speranza, di nascita e di morte; ci farebbe bene il riappropriarci dell’esperienza del limite (che ogni morte e ogni sofferenza inevitabilmente richiamano) come un dato che appartiene al nostro essere uomini. Il limite e la finitezza non ci rendono meno uomini! Anzi: ci rendono uomini fino in fondo, o come amava dire un grande testimone, uomini fino in cima.

La profezia di Madre Teresa è allora, forse, quella di accogliere e celebrare la nostra finitudine, il nostro limite e la nostra morte non come una ferita al nostro narcisismo infantile, ma come epifania della nostra umanità.

Perché, forse, quel che conta non è dare i giorni alla vita, ma vita ai giorni.

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