Pensieri e Silenzi

la fascinazione dei numeri

Raccolgo il racconto di un’amica insegnante, postato sulla sua pagina di Facebook:

“Matematica, classe prima. Operazioni in riga, esercizi di calcolo mentale… Sono interessata a sapere cosa avviene nella testa dei bambini quando si apprestano a fare un calcolo… chissà che metodo usano, chissà che immagini mentali visualizzano…
Chiedo…
E.: “Io uso le dita”
D.: “Io mi concentro”
G.: “Io sono un genio…”
V.: “Anch’io sono una genia!”
Poi arriva A. che è sempre il più veloce di tutti a fare i conti e mi dice: “Io non so come faccio però quando devo fare un calcolo vedo i numeri che cominciano a girarmi nella testa e io li metto in fila…”

Che meraviglia! Solo un bambino potrebbe vedere dei numeri giragli nella testa! Solo un bambino possiede lo stupore della matematica, il fascino della conoscenza, la meraviglia di giocare con i numeri come fossero mattoncini della LEGO da comporre e scomporre!

Mi chiedo: quando abbiamo perso la meraviglia di quel bambino per i numeri e abbiamo iniziato a preoccuparci del voto che la maestra ci avrebbe dato al termine del compito? Quando abbiamo smarrito la fascinazione per il sapere? Quando siamo scivolati nella pedante valutazione delle competenze? Quando il nostro appendere ha perso l’ardore per l’esplorazione magica e immaginifica del mondo, per ridursi ad un triste posizionamento su un scala di giudizi?

Che brutto scivolone che abbiamo fatto: dalla sorpresa alla prestazione, dalla contemplazione del reale alla sua misurazione e manipolazione. Sapremo mai riconquistare quello sguardo? Subiremo ancora l’ammaliamento per l’ignoto, per quanto sta davanti ai nostri occhi come una misteriosa sorpresa?

Se non ritornerete come bambini…” Questo avvertimento, più che una minaccia, suona come un auspicio…

Affetti e Legami

il bello di certe amicizie

Il bello di certe amicizie è che non sai mai dove ti porteranno, dove ti ritroverai dopo aver speso qualche tempo in loro compagnia. Queste amicizie hanno il potere di portarti altrove, dove non avresti mai sperato di arrivare, in luoghi che la tua mente manco sognava o che mai avrebbe immaginato.

Il bello di certe amicizie è che crescono vigorose e gagliarde nella tua vita, un po’ come quelle piante che attecchiscono in un terreno arido e per sopravvivere sviluppano ampie radice sotterranee per attingere acqua ovunque. Se le osservi dall’alto non immagineresti la profondità e la superficie che quelle radici hanno raggiunto, la solidità che ha saputo maturare.

Il bello di certe amicizie è che iniziano con poco, con un’intesa dello sguardo, con un sussulto del cuore, con una familiarità della pelle. Ma poi crescono, si sviluppano, ti prendono, anzi, direi meglio ti sequestrano, ti catturano per la loro passione ed intensità.

Il bello di certe amicizie è che ti conducono gradualmente, passo dopo passo, a sentire un’intimità inimmaginabile, una familiarità che senti come preziosa ed eccedente. Assomigliano molto a quegli ospiti che entrano in punta di piedi nella tua casa, ma poi, giorno dopo giorno, occupano il tuo divano, usano i tuoi cassetti e giungono persino ad adoperare il tuo spazzolino: non sapresti dire come sei arrivato lì, come è potuto accadere che il tuo spazio venisse conquistato in maniera così invasiva. Ma la cosa singolare, e a suo modo misteriosa, è che non ne puoi più fare a meno, hai sviluppato una sorta di dipendenza che ti lega all’amico come alle tue peggiori abitudini.

Il bello di certe amicizie è che diventano da subito ospitali, non circoscritte, non esclusive: godono a tal punto dell’affetto scambiato che non resta alternativa alla condivisione di tutto questo bene.

Il bello di certe amicizie è che ricordano quel “granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra

Parole di carta

sol “levante”?

Capita che il confine tra il progresso e la decadenza sia davvero labile: si ha l’impressione di essere lanciati verso un futuro ricco di mirabolanti promesse tecnologiche e poi ci si ritrova in una landa desolata in cui la solitudine, l’abbandono e l’indifferenza la fanno da padroni.

Pare essere un po’ la parabola del Giappone che in pochi decenni è divenuta la terza economia mondiale ma che, nonostante questo successo, sta pagando tutte le contraddizioni e i costi di una crescita tanto esagerata. Oggi il Giappone è classificato dagli economisti come una “bomba demografica a orologeria”: i consumi sono in netto calo e frenano la crescita economica, la quale cosa, a sua volta, scoraggia le famiglie dall’avere dei figli, riducendo ulteriormente i consumi. Il classico circolo vizioso da cui è difficile uscire. A questa situazione si aggiunge una crescita significativa dell’aspettativa di vita. Sicché l’allungamento della vita media e la drammatica scarsità di figli stanno seriamente compromettendo la stabilità sociale ed economica del piccolo ma ricco paese asiatico.

Negli anni Cinquanta il governo nipponico impose una drastica spinta allo sviluppo economico: alle aziende venne chiesto di offrire ai propri dipendenti la sicurezza di un lavoro per tutta la vita, chiedendo solo che i lavoratori li ripagassero con lealtà. Il patto ha funzionato. L’economia del Giappone è ora saldamente al terzo posto tra i paesi più industrializzati, grazie, principalmente, agli sforzi fatti in quegli anni. Ma la situazione è meno rosea di quello che appare. Negli anni Cinquanta i tassi di fertilità si aggiravano intorno a 2,75 bambini per donna. Nel 1960, quando le imprese chiedevano sempre più dipendenti, il tasso di fertilità era già sceso a 2,08. Il Giappone è lentamente sprofondato, anno dopo anno, sotto la soglia critica conosciuta come “fertilità di ricambio“, ovvero il numero minimo di figli indispensabile per assicurarsi il ricambio della popolazione interna. Oggi in Giappone nascono solo 8 bambini ogni mille abitanti e i ritmi stressanti di lavoro a cui sono sottoposti i lavoratori giapponesi non fanno prevedere un repentino cambio di rotta. Giusto per avere una idea, in Africa si viaggia tra i 30 e 40 bambini per 1000 abitanti, USA, Europa ed Australia tra i 10 ed i 15, mentre l’Italia ne ha 9, pericolosamente vicino ai nostri cugini con gli occhi a mandorla.

Gli effetti di questa situazione vengono poi drammatizzati da una cultura del lavoro esasperante, che porta le persone a passare lunghissime ore in ufficio, limitando di fatto gli spazi della vita privata. Se poi consideriamo che per cultura il Giappone non conosce alcuna forma di immigrazione di mano d’opera (come ad esempio avviene in Italia), possiamo comprendere come il fenomeno stia assumendo dei tratti preoccupanti. Negli ultimi sei anni la vendita di pannolini per adulti ha superato quella per pannolini per bambini. L’impoverimento della vita familiare ha ridotto i margini di cura verso le persone anziane che non trovano più figli e nipoti disponibili ad accudirli. Sta divenendo un fenomeno rilevante il caso di anziani che scelgono di commettere un reato per finire in carcere, dove avranno vitto, alloggio e assistenza garantiti: gli anziani rappresentano oggi il 20% di tutti coloro che hanno commesso reati. Molte carceri si stanno trasformando di fatto in case di cura.

C’è poi un fenomeno di cui nessuno vuole parlare ma che sta diventando sempre più difficile da ignorare: il Kodokushi ossia la morte per solitudine. Secondo gli esperti colpisce 30mila persone all’anno. Il fenomeno riguarda le persone anziane che rimangono sole, senza parenti, amici o conoscenti e si lasciano andare piano piano ad un’inedia che alla fine li uccide. Tant’è che nel paese del Sol Levante sono nate ditte specializzate nella pulizia e disinfestazione degli appartamenti a seguito di morte di anziani inquilini. Puliscono e disinfettano le case, raccolgono gli oggetti dei deceduti che, in assenza di famigliari, restano al padrone di casa.

La popolazione anziana è così numerosa da andare al di là delle capacità di cura familiare. Le case di riposo costano troppo e così i vecchi si ritirano nella loro solitudine. Recentemente i burocrati giapponesi hanno ammesso di aver perso le tracce di 250mila persone che sarebbero centenarie. Ha fatto scalpore nel 2010 il caso di Sogen Kato, dichiarato a 111 anni l’uomo più vecchio del Giappone ma che invece era morto da 30 anni senza che nessuno se ne fosse accorto.

È evidente che in Giappone la struttura di famiglia tradizionale stia collassando o forse è già implosa. Si è imposto, nella terra del Sol Levante, un modello di sviluppo economico che non è più compatibile con una società equilibrata e sana.

Il triste caso del Giappone fa riflettere: mostra che una corsa al progresso e alla ricchezza rischia di diventare un istinto suicida se tale spinta non viene mitigata da una visione dell’uomo non solo “schiacciata” sulla dimensione economica. Serve una visione più ricca ed articolata dell’essere uomini, un nuovo “umanesimo integrale”, come ama chiamarlo qualcuno, che si mostri rispettoso e promuovente di quelle dimensioni che sono costitutive della nostra umanità. La famiglia, le relazioni affettive, i legami amicali e di reciproco aiuto non sono solo “fatti personali”, riducibili alla vita privata degli individui, ma godono di un valore sociale inestimabile. La nascita dei bambini così come la cura degli anziani sono un bene comune, un bene che riguarda tutti, tanto che la loro crisi compromette la stessa società civile. Credo che il progresso, se intende essere davvero “umano” e non solo “economico”, debba necessariamente misurarsi con quello che siamo, con i nostri legami, i nostri affetti, le nostre comunità di appartenenza. Senza questo sforzo il rischio è che il PIL voli ma noi, esseri umani, si resti a terra.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Aprile di LodiVecchioMese

Parole d'autore

e poi ci sono donne…

Ci sono donne…
E poi ci sono le Donne Donne…
E quelle non devi provare a capirle,
perchè sarebbe una battaglia persa in partenza.
Le devi prendere e basta.
Devi prenderle e baciarle, e non devi dare loro il tempo il tempo di pensare.
Devi spazzare via con un abbraccio che toglie il fiato,
quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto.
A bassa, bassissima voce.
Perchè si vergognano delle proprie debolezze e,
dopo averle raccontate si tormentano – in una agonia lenta e silenziosa –
al pensiero che, scoprendo il fianco,
e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo,
vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi allontanarsi.
Perciò prendile e amale. Amale vestite,
che a spogliarsi son brave tutte.
Amale indifese e senza trucco,
perchè non sai quanto gli occhi di una donna
possono trovare scudo dietro un velo di mascara.
Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia.
Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a se stesse.
Ma appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.

Alda Merini

Parola e parole

il buon pastore

Incontrare un gregge di pecore non è un fatto inusuale nel lodigiano: anche la nostra terra è attraversata, soprattutto in questo periodo, da uomini e bestie che obbediscono all’antica legge della transumanza. Ti capita di vedere campi gremiti di pecore che belano e brucano sotto gli occhi vigili e guardinghi di pastori e cani. Capita anche di fare un incontro “faccia a faccia” con questi greggi: quando si spostano succede che occupino le strade monopolizzando di fatto il traffico, bloccato o quanto meno condizionato dal loro passaggio.

Sabato pomeriggio stavo rientrando in macchina da una partita giocata con i miei ragazzi del minibasket quando, in prossimità dell’ingresso al mio paese, sono stato circondato da un gregge in movimento. Dopo aver spento la macchina non ho avuto alternativa che osservare, con sguardo meravigliato ed incuriosito, il tranquillo transito degli animali.

Apriva la strana carovana il pastore con accanto un asino, che trasportava mercanzia varia ed un fedele cane pastore che badava al gregge lanciando talvolta qualche abbaiata, più per dovere che per minaccia. Dopo di lui un colonna infinita di animali, grandi e piccoli, giovani e vecchi, con molta lana o appena rasati, alcuni con una campana al collo, altri che belavano in continuazione, alcuni incuriositi della strada, altri con il muso adagiato sul corpo del compagno che lo precedeva.

Una cosa mi ha immediatamente colpito di quello strano incontro: è stato il ritmo calmo ma costante ed indefesso dell’andare. Stupisce perché stride vistosamente con i ritmi che la vita moderna ci impone. Tutto questo movimento avviene “a passo d’uomo” o forse sarebbe meglio dire “a passo di animale”: nonostante l’andamento sostenuto ed incalzante che il pastore ha imposto a tutto il gregge, la colonna si sposta con ritmi antichi, lenti, che si misurano sui tempi dell’uomo e non su quello delle macchine.

Questo procedere crea quasi uno sospensione del tempo che vivo: sono appena arrivato di corsa alla guida della mia macchina e mi trovo ad assistere ad un movimento che pare appartenere ad un’altra epoca, a tempi remoti, non ai primi anni del terzo millennio. Chi accerterebbe di spendere così tanto tempo per percorrere pochi chilometri, per spostarsi da un campo all’altro e così trasferire tutto il gregge? Ci spostiamo con l’assillo di fare in fretta, di accorciare le distanze, di ridurre i tempi, sempre di corsa, sempre di premura, e lì, parcheggiato sul lato della strada assisto ad un incedere tranquillo, quieto, mite. Certo, ci si sposta, si cammina si viaggia, ma senza quella frenesia che connota ogni nostro andare.

Succede poi una cosa che mi stampa sul viso un luminoso sorriso. Inizio ad intravedere la fine della colonna. Dopo essere passato qualche centinaio di pecore accanto alla mia auto, da lontano scorgo la parte finale del gruppo. Distinguo due donne che incitano i ritardatari a non perdere il gruppo, battendo un bastone per terra, più per battere il passo che per spaventare gli animali. Ma è solo quando la coda della colonna si fa davvero vicina che riesco ad osservarne i componenti: c’è un nugolo di agnellini che belano e che stentano a tenere il passo degli animali adulti. Che spettacolo! E le due donne dietro che, con l’auto di una cane, incitano i piccoli a proseguire, a non disperdersi, a restare nel gruppo.

Allora ho capito: ecco il passo del pastore! È quello dei piccoli del gregge, dei nuovi nati, di chi si sta addestrando alla vita nel branco. Il suo passo deciso non era misurato sulle energie degli esemplari giovani e forti che camminavano a fianco a lui in testa al gregge. Il suo passo esperto, sebbene a metri di distanza, è sintonizzato su quegli anellini che, in fondo al gregge, faticano a correre, che devono essere sostenuti ed incoraggiati. Che straordinaria lezione che ho ricevuto!

Confesso che questa mattina, quando ho ascoltato, per straordinaria coincidenza, le parole dell’evangelista Giovanni “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me (…) E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare” la mia mente è andata immediatamente all’incontro del giorno precedente, quando, quell’uomo un po’ sporco e burbero, alla testa del gregge, mi ha insegnato l’arte dell’accompagnamento.

Pensieri e Silenzi

fare gli scatoloni

In questi ultimi mesi mi sono trovato, un po’ involontariamente, a cambiare diverse cose della mia vita: il lavoro, le abitudine, le persone che frequento, gli ambienti che abito, le attività che mi sono assegnate, gli orari con cui scandisco la mia vita, le cose che possiedo e che utilizzo. Sono cose forse un po’ “periferiche” della mia vita, ma a ben vedere neanche tanto. Perché se è vero che esse hanno toccato solo tangenzialmente le scelte di fondo della mia esistenza, è pur vero che l’impatto concreto sulla vita di tutti i giorni è stato tutt’altro che ininfluente. Sicché in questo periodo mi sono sentito un po’ come un viandante, un ramingo che è costretto spesso a cambiare posizione, stile di vita, consuetudini.

Questo vagabondare per un verso mi ha solleticato il desiderio di “trovare casa”, di fermarmi, di individuare un posto in cui lasciarsi custodire dalle abitudini; per altro verso però, esso mi ha insegnato che, talvolta, nella vita, occorre saper viaggiare leggeri, senza inutili pesi o ingombranti bagagli. Non significa camminare senza niente: non sarebbe né possibile né utile. Ciascuno di noi ha sulle spalle un proprio zaino fatto di cose, esperienze, competenze, persone ed incontri che si porta dietro e che accompagnano il suo andare.

Impari invece a discriminare, a discernere ciò che è essenziale da ciò che non lo è. Comprendi così che alcune scelte richiedono tempo ed attenzione mentre molte altre non sono così centrali per la tua vita. Apprendi che di certe cose puoi fare a meno o che, per lo meno, la loro assenza o momentanea indisponibilità, non è così grave né drammatica. Ciò che fino a poco fa mi faceva sentire perso, smarrito o nudo, ora è stato come depotenziato e smascherato nella sua presunta importanza.

In modo perfettamente simmetrico ti addestri a riconoscere le cose di valore che non devono mancare nel tuo zaino, cose talvolta piccole e minute, ma dotate di grande importanza. Sono cose concrete, oggetti ma sono anche relazioni, atteggiamenti, parole o gesti che stimi come necessari al tuo viaggio.

In fondo accade così per ogni trasloco che la vita ci spinge a compiere: quando fai gli scatoloni non ci puoi mettere tutto dentro: qualcosa va conservato, molto altro va lasciato. È difficile e dolorosa questa cernita, e soprattutto non è immediate né intuitiva. È solo con il tempo che realizzi ciò di cui hai davvero bisogno e ciò che invece è un inutile orpello. E sono gli scatoloni che hai fatto in passato ad indirizzarti e a suggerirti quanto è bene trattenere e quanto è più saggio lasciare andare.

Affetti e Legami

come un diamante unico

La cura è sempre qualcosa di particolare, di locale, di individuale. Essa vive di una dinamica di elezione, in nome della quale la persona destinataria della nostra cura è assunta come un dato radicalmente originale ed unico, un piccolo capolavoro, un pezzo irripetibile. E tutto questo indipendentemente dalla qualità umane e morali della persona. Voglio dire che la sua incomparabilità non nasce da doti del carattere, da attitudini personali, dall’indole o dalla capacità. Essa si origina dal riconoscimento che quella persona a cui destiniamo la nostra attenzione è “unicamente lei”, “personalmente unica”, frutto di una storia irripetibile, di legami inconfondibili, di esperienza esclusive.

Ecco perché la cura, quella vera ed autentica, rifugge ogni massificazione, ogni indagine o comparazione sociale, ogni valutazione statistica o biologica.

Davanti a te non sta un esemplare, il rappresentante di una moltitudine, il prototipo di mille altri. Di fronte hai un volto, tratti originali del viso, una voce con la sua tonalità precipua, un modo del tutto personale di vedere e di sentire la realtà. Non c’è processo di normalizzazione che tenga, nessuna generalizzazione: l’altro ti sta di fronte con la sua irriducibile singolarità, con le sue vie storte, difformi, con le sue deviazioni, le sue bizzarrie e quelle anomalie che sono e restano personalmente solo sue.

Ecco perché la cura è sempre l’esperienza di un incontro con uno straniero, con un’alterità altra, totalità irriducibile a nostri gretti e limitati schemi mentali. Nella cura sei continuamente sospinto verso una terra straniera, sconosciuta, di cui non conosci le leggi e l’idioma, che puoi attraversare come un pellegrino ed un ospite.

L’esperienza della cura assomiglia molto al lavoro del tagliatore di diamanti: davanti a suoi occhi c’è una piccola pietra trasparente, preziosa, unica. La pratica delle mille pietre tagliate in precedenza non lo garantisce che potrà procedere con assoluta sicurezza e automatica baldanza. Quella piccola pietra ha le sue originali caratteristiche, la sua forma particolare, facce e spigoli unici. L’esperienza da tagliatore non lo sottrae dalla fatica e dallo sforzo dell’adattamento, del colpo “dato su misura”, della lavorazione da eseguire in rispettosa obbedienza per l’unicità di quel pezzo.

Storia e Tempi

questione di filosofia

Certe notizie le devi rileggere più volte per assicurarti di non aver preso un abbaglio e di avere capito bene l’accaduto. Esattamente quello che mi è successo quando ho letto su un noto portale di informazione la singolare vicenda di Delia, dipendente della Cpi-Eng (in questo caso la pubblicità ci sta tutta), una nota azienda triestina di ingegneria e progettazione meccanica.

Delia ha una figlia e lavora da qualche tempo in azienda con un contratto a tempo determinato. Accade che quando Delia resta incinta del secondo figlio e comunica la notizia al proprio datore di lavoro, la situazione ha un esito assolutamente imprevisto e, a modo suo, eccezionale: a Delia viene proposta un’assunzione a tempo indeterminato. Roba da non crederci! Tant’è che la sua storia fa un po’ il giro del web. Pare proprio una notizia in controtendenza, rispetto a politiche del lavoro che tendono a penalizzare la maternità e vita familiare.

In realtà l’azienda triestina non è nuova a questo tipo di attenzioni: mette infatti a disposizione delle neo mamme uno spazio di coworking, dove possono stare le mamme che lavorano insieme a i propri figli, sorvegliati da una educatrice. Una specie di “spazio di compensazione” tra l’ambiente familiare e quello lavorativo, in modo da permettere alle neo mamme di transitare gradualmente dal tempo della famiglia a quello della professione. Questa opportunità ad esempio ha permesso a Delia, in occasione della prima maternità, di rientrare al lavoro anticipatamente, in attesa di poter inserire il figlio al nido.

Ha un sapore surreale questa notizia. Essere donna e mamma non è mai un valore aggiunto in questo nostro Paese: si è guardati con sospetto, con la classica diffidenza di chi pensa che la donna con figli sia poco affidabile, sicura, raccomandabile.

Intendiamoci: non è che la soluzione individuata a Trieste sia la panacea di tutti i problemi; non esiste una ricetta per tutte le situazioni e per tutte le donne.  Le strategie vanno un po’ individuate caso per caso, tenendo conto di molti elementi. Così come non è scontato che questa attenzione porti le donne a rientrare anticipatamente al lavoro: ogni mamma valuterà da sé la compatibilità che riesce ad individuare tra lavoro e famiglia. Ma quello che occorre trattenere di questa bella vicenda è l’attenzione alla persona, la disponibilità a trovare soluzioni che permettano una conciliazione dei tempi della vita. Questo piccolo caso testimonia che il mondo del lavoro non deve necessariamente essere un mostro che divora tutto e tutti, un cancro che invade tutta la vita né un idolo a cui sacrificare ogni aspetto dell’esistenza. Certo, occorrono persone che ci credono, come Christian Bracich, titolare dell’azienda. La sua visione delle cose? “L’azienda è fatta di persone, non di numeri. È questa la nostra filosofia”.

Affetti e Legami

la fatica di mettere al mondo

Chi è genitore o gioca con serietà e profondità il suo ruolo di educatore conosce il dolore delle generazione. Non mi riferisco solo alla sofferenza della nascita, di quei primi istanti in cui il bambino viene alla luce: quello è solo il primo di una lunga ed interminabile sequenza di momenti in cui la dinamica del generare è accompagnata da fatica a dolore.

L’esperienza del concepimento avviene in un luogo sicuro e protetto: ciascuno di noi ha iniziato la propria vicenda personale all’interno di un utero che lo ha accolto, difeso, tutelato, in cui i pericoli ed i bisogni erano garantiti, anzi addirittura anticipati da una madre che ci nutriva, riscaldava e preservava. Questa situazione da “paradiso terrestre” non gratifica solo il bimbo ma pure il genitore che sente di avere “tutto sotto controllo”, che sa che il suo piccolo è lì con lui, accudito ed amato.

Ogni legame di cura che stabiliamo con i nostri figli, non può che fare memoria (consapevolmente o inconsapevolmente) di quegli attimi iniziali, non può che misurarsi con quell’ideale di cura che ha contraddistinto i primi attimi non solo della vita del piccolo ma anche della nostra genitorialità.

Sicché accade che ogni  esposizione di nostro figlio alla fatica, al fallimento, alla frustrazione del desiderio, assume i tratti della sofferenza per noi genitori: ci sentiamo quasi colpevoli per non essere stati capaci di garantire quella “cura assoluta” sperimentata nel grembo materno.  Le tribolazioni di nostro figlio ci diventano qualcosa di intollerabile ed insostenibile; ci creano un dolore acuto nell’animo, come una lama che trafigge il cuore  e che dilania il nostro spirito con ferocia sanguinaria.  Come ci piacerebbe poter riportare il nostro piccolo nel grembo della madre! Come ci sentiremmo molto più sollevati se lo sapessimo al sicuro nell’utero che lo ha generato, in quel posto in cui la durezza del mondo è mediata dalle calde membra della mamma!

Eppure ci scordiamo che ad ogni utero appartiene non solo una dinamica di custodia ma anche di espulsione, di allontanamento e di fuoriuscita. Il grembo sa contenere ma sa anche lasciare andare, sa congedare, sa allontanare. Ogni grembo sa generare e questa generazione consiste anzitutto in una separazione, in una rottura della simbiosi, in un processo di dolorosissima individualizzazione. Ogni mamma sa quanto ha patito a causa di questo gesto tanto necessario.

Ma non c’è generazione senza tutto questo, senza il movimento di unione e separazione, senza quel gesto capace tanto di custodire quanto di allontanare.

Nostro figlio nasce attraverso le mille ferite che egli procura al nostro corpo, proprio grazie a quelle lacerazioni quotidiane che la nostra carne patisce a causa sua.  Quel dolore che soffriamo testimonia la germinazione di una nuova vita, l’accadimento miracoloso dell’esistenza.

Storia e Tempi

non so se ridere o se piangere

Non si sa se ridere o piangere… Lo raccontava anche Gramellini sulla sua rubrica quotidiana sul Corriere.

L’altro giorno ho buttato un occhio alla diretta TV sulle consultazioni al Quirinale e, per caso, ho assistito alla conferenza stampa del centro-destra. La disposizione dei leader rispecchiava i nuovi rapporti di forza tra le i partiti: Salvini al centro davanti al microfono e Meloni e Berlusconi comprimari di lato.

La cosa davvero buffa è stata notare le smorfie, i gesti, la mimica dell’ex-Cavaliere trovatosi, su malgrado, ad assistere alla dichiarazione letta da altri. Era evidente il suo imbarazzo dal momento che è poco abituato a condividere la luce della scena con altri. E poi tutto quel muoversi: l’unico scopo era attirare su di sé l’attenzione che diversamente sarebbe stata rivolta all’alleato. È un legge banale della comunicazione: l’occhio è catturato dal movimento, in modo inconscio e irriflesso. È lo stesso motivo per cui allo stadio mettono a bordo campo dei cartelloni che scorrono: non è solo per utilizzare lo stesso spazio per più di un messaggio pubblicitario, ma anche, e principalmente, perché il movimento del cartellone che ruota attira, inevitabilmente, l’attenzione dei tifosi. Lo stesso è accaduto al Quirinale: incapace di immaginare una qualunque, anche simbolica, forma di eredità, il Cav., forzato dall’età e dall’esito elettorale a giocare un ruolo da “secondo”, non resiste alla tentazione di rioccupare la scena e guidare le danze.

Surreale poi la conclusione della dichiarazione: Salvini e Maloni sono stati spinti da B. via dal microfono e invitati energicamente ad uscire dalla sala per lasciare a lui, ancora per una volta, la scena, per ristabilire, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la primazia del suo ruolo.

È davvero triste la sorte di chi non riesce ad immaginare una successione, un’eredità, il movimento di una consegna e di un lascito verso chi, venendo dopo, se ne assume la responsabilità. È come correre una staffetta in cui non avviene alcun passaggio di testimone, in cui lo stesso atleta non è solo lo starter ma corre pure tutti tratti successivi della gara.

Difficile non condivide la conclusione del pezzo di Gramellini: “L’unico modo che gli resta di essere primo è di essere solo”