quello che possiedo…

Il nostro rapporto con le cose non è mai qualcosa di semplice né di scontato. Possediamo molte cose, ma talvolta non è chiaro se siamo noi a possedere loro o se sono invece loro a possedere noi.

Questo reciproco, e spesso ambivalente, possesso è un dato costante della nostra relazione con il mondo, con le cose che ci circondano e con gli oggetti che popolano la nostra vita. D’altra parte le “cose” non sono mai solo “cose”: esiste infatti una strettissima connessione tra esse ed il nostro desiderio. Le cose attivano il nostro desiderare, il quale, a sua volta, si riversa sulle cose come loro naturale destinazione. È proprio in questa circolarità di cose-desiderio-cose che rischiamo di “perderci”, di venire espropriati della nostra libertà e della nostra autonomia. In questa “reciproca appartenenza” tra noi e le cose, corriamo tutti il rischio di “perdere il controllo” e di ritrovarci così, alla fine, non in possesso di cose, ma posseduti da esse.

Ognuno di noi resta “invischiato” con “cose” diverse, ha la sua personalissima battaglia da combattere in questa guerra senza tregua che è la nostra esperienza del desiderare. Per qualcuno si tratta dei soldi, del conto in banca, dell’estratto conto a fine mese; per qualcun altro è la sua macchina, la moto, la barca, la casa al mare e in montagna; per altri ancora è qualcosa di meno tangibile e concreto, ma per questo non meno pericoloso o subdolo: può essere la nostra carriera, il nostro successo, la nostra affermazione sociale, la nostra voglia di emergere; oppure può essere il nostro desiderio di divertimento, di evasione, di andare altrove e di viaggiare. In tutte queste cose la domanda “Chi possiede chi?” è sempre lecita, direi anzi quasi doverosa. Noi possediamo i soldi o sono i soldi a possedere noi? Abbiamo un lavoro o è il lavoro che ci “tiene in ostaggio”? Godiamo il nostro tempo libero o è il divertimento stesso che si impone come una dipendenza nella nostra vita?

C’è solo un rimedio a questa “malattia degli affetti” a cui siamo tutti esposti, come un morbo che infetta purulento le nostre vite. Questo rimedio si chiama povertà. Intendiamoci: la povertà intesa non come rinuncia alle cose, ma come rinuncia ad un rapporto sbagliato con le cose. Essere poveri non significa “non possedere beni” ma “non farsi possedere dai beni”.

La povertà è quella virtù che ci consente di appartenere a noi stessi e non ad altro o ad altri. Chi è povero usa le cose senza farsi usare da esse; ne gode e ne trae beneficio ma non ne diviene schiavo né dipendente. Il povero non è colui che “non ha le cose” ma colui che sa rinunciare alle cose, quando queste minacciano la sua libertà.

C’è modo per vivere concretamente questa benedetta povertà, senza inutili e sterili pauperismi, né egoistiche chiusure? Penso che il gesto del dono ci venga in aiuto e ci stimoli a vivere una povertà quotidiana ed accessibile a tutti.

L’esperienza del donare ci educa ad un rapporto non esclusivo con le cose, con il tempo, con i soldi o con la stima degli altri. Donare significa sperimentare una libertà matura verso le cose: ti dono ciò che è mio solo perché mi posso permettere il lusso di separarmi da quanto possiedo, dal momento che non ho sviluppato alcuna forma di dipendenza. Ti dono il mio tempo ed i miei beni, perché non sono schiavo né del mio tempo né dei miei beni. In fondo l’esperienza del dono è quasi un “termometro” del nostro legame con le cose, racconta in modo indiretto che tipo di relazione abbiamo instaurato con il mondo e con i suoi oggetti. Non so se sia una regola generale ma credo che spesso le cose che non riusciamo a donare sono proprio quelle verso le quali abbiamo maturato un rapporto disfunzionale e che, a lungo andare, rischiano di renderci schiavi e dipendenti. Talvolta non doniamo il nostro tempo perché proviamo un attaccamento ossessivo al tempo che scorre; altre volte non riusciamo a condividere un poco dei nostri beni perché sperimentiamo un sorta di forte preoccupazione (se non addirittura di “schiavitù”) verso i beni materiali, che non ci consente di vivere sereni ed in pace con noi stessi.

Con grande saggezza Francesco ci ricorda che “Ciò che possiedo veramente è ciò che so donare”. Penso sia davvero così: colui che dona testimonia il possesso di una ricchezza autentica, quella che i “tarli e la ruggine non distruggono e i ladri non vanno a rubare” (cfr Mt 6).

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Novembre di LodiVecchioMese

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