è solo una patata

Mio nonno aveva un sistema molto semplice per ottenere i semi da piantare per l’anno successivo: la natura gli “regalava” i semi di cui necessitava attraverso i frutti che egli coltivava. Era la natura stessa che si preoccupa di perpetuare il raccolto: dal seme nasce il frutto che a sua volta dona il seme e così la terra non cessa di provvedere il cibo a tutti.  Non era raro poi che tra diversi agricoltori ci si scambiasse la semente per arricchire e variare il raccolto dell’anno successivo. Anche oggi, a distanza di decenni, accade qualcosa di simile nei piccoli paesini come il mio: tra vicini di casa si baratta qualche buon pomodoro da cui ottenere semente per l’annata successiva.

Se ci pensate bene, c’è un convincimento di fondo dietro questi comportamenti tipici del mondo contadino: il seme, grazie al quale è possibile ottenere il cibo che nutre, viene considerato una sorta di “bene comune”, che è possibile trafficare liberamente, un po’ come accade con l’acqua o l’aria. La terra mi dona il frutto dell’albero per quest’anno e pure la promessa di frutti per l’anno successivo, grazie alla generosità del seme che il frutto contiene.

Questa dinamica millenaria rischia una violenta interruzione non appena la fame di profitto e di guadagno assale anche il mondo dell’agricoltura.

È successo così che 13 contadini indiani sono stati trascinati in tribunale, rei di aver coltivato una patata “speciale” sottoposta a brevetto di proprietà della PepsiCo.

La varietà FC5 possiede infatti delle caratteristiche che le rende particolarmente adatta a essere impiegata per preparare snack di patatine imbustate, che Pepsi commercializza con il nome Lay’s. L’accusa è di aver violato il copyright, con la conseguente ammenda (chiesta dalla multinazionale) di 125mila euro per ciascun agricoltore. La Pepsi stessa aveva importato questo particolare tipo di patata in India nel 1989, fornendola a un gruppo di contadini che da allora la vendono al colosso a prezzo fisso.

Ecco quindi diffondersi ed affermarsi il copyright sul cibo: per coltivare quelle patate non basta possederne un frutto, ma occorre il permesso di qualche azienda che ne detiene il brevetto. Come se si trattasse di un qualunque manufatto umano.

Mi si dirà che l’economia gira così e che quel prezzo imposto agli agricoltori ripaga la multinazionale dell’investimento fatto, anche in termini di ricerca. Sarà… ma confesso che mi spaventa un po’ l’idea che il cibo che ci serve per vivere, così come l’acqua, l’aria o la terra, diventino beni posseduti da pochi e soggetti al controllo di qualche speculatore.

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