finitudine

Una delle cose che devi imparare ad affrontare quando invecchi (o maturi, vedete voi) è la precarietà della vita. È una consapevolezza che assumi un poco alla volta ma con inesorabile profondità e lucidità. È qualcosa da cui non puoi sfuggire né che puoi dimenticare. La fragilità della vita, la sua intrinseca volatilità ti si impone presto come una cruda realtà, come un boccone difficile da digerire, ma che, in un modo o nell’altro, sei chiamato ad addentare.

Quando sei giovane tutto questo ti sfugge, non lo vedi, non ne hai nemmeno sentore. Le cose hanno una durata che pare infinita, giacché il senso del limite e della finitudine, che è insito in ogni esperienza, in ogni legame ed in ogni situazione della vita, sfugge ai tuoi sensi e ai tuoi pensieri. Semplicemente non avverti la limitatezza di tutte le cose, la quali, nel loro essere durevoli, possiedono un inizio ed una fine.

Giunge invece un momento dell’esistenza, una tappa della vita di ciascuno di noi, in cui questa dimensione di finitezza diviene violentemente e sfacciatamente palese: percepisci con profondità e con turbamento che nulla è per sempre, che le cose inevitabilmente terminano, si consumano, giungono a destinazione, si esauriscono. Semplicemente cessano. E ti sorprendi di come questa caratteristica, che ora vedi chiaramente in tutte le cose, non ti fosse apparsa con maggior evidenza prima; ti domandi come hai potuto vivere rimuovendo questa certezza, dimenticando questa ovvietà, ignorando questa drammatica certezza della vita.

E così, un poco alla volta, come una graduale esposizione ad una sostanza urticante o allergenica, impari a gestire questa antipatica sensazione di finitudine; ti abitui a convivere con la precarietà delle cose, delle persone, dei risultati, delle mete che hai raggiunto e degli equilibri che hai faticosamente costruito. Acquisisci una lenta familiarità con il fatto che tutto passa, che le cose divengono, che ogni cosa possiede una innata dimensione temporale, in nome della quale è fissato un limite nel tempo per la sua esistenza.

Comprendi che anche tu, anche la tua vita, i tuoi affetti e le tua capacità, possiedono un termine, un confine ed un traguardo. E che la vita possiede una fase ascendente ed una fase discendente in cui le energie e la vitalità lentamente si degradano e sciamano. È grazie a questa nuova consapevolezza che entri in maggior contatto con la dimensione più vera e autentica della tua umanità: essere uomini, vivere da uomini, significa saper integrare questa finitezza in una senso complessivo della vita capace di rendere ragione di questo limite.

Essere adulti significa vivere non “nonostante questo limite” ma “attraverso questo limite”; significa gioire non “dimenticando la nostra finitudine” ma “dentro di essa”, accogliendo la creaturalità che ci abita, l’umanità che ci dà formai, la carne di cui siamo fatti.

Forse è solo quando sperimenti con drammaticità e timore questa dimensione ineludibile della tua vita che scopri il valore delle cose, la ricchezza che abita l’attimo, la profondità che dimora nell’istante, la gioia che puoi afferrare in ciò che passa.

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