la politica ed il nome di Dio

Non sono mai dei bei momenti quelli in cui la politica ostenta e brandisce i segni della fede.

Se uno avesse studiato un minimo la storia e avesse riflettuto sul rapporto fede-politica, forse non ci sarebbe manco il bisogno di rimarcarlo. Ogni volta che la fede ha invaso le campo della politica, o viceversa, ogni volta che la politica ha usato l’esperienza della fede, ne sono scaturite posizioni intransigenti, autoritarie e spesso assai violente.

Ciò non significa che la fede sia indifferente all’impegno politico sociale. Tutt’altro: secoli di storia testimoniano proprio l’opposto! Ma la fede è chiamata ad essere l’anima ispiratrice dell’agire politico in termini di cultura, valori, comportamenti ed ideali, visione dell’uomo e delle relazioni sociali.  La fede è sempre un punto di osservazione da cui guardare il mondo, da cui giudicare la storia,  come un orizzonte complessivo di senso. La politica che sceglie di strumentalizzare i segni della fede a proprio uso e consumo rischia di divenire intransigente, oppositiva ed escludente, perché si sente portatrice di una verità assoluta da imporre agli altri, si sente destinataria di una missione totale e totalitaria da perseguire ad ogni costo.

Ed invece la politica è il luogo dell’incontro, della mediazione, del confronto, del dialogo, del bene possibile e non di quello assoluto. La politica è il luogo dell’esercizio dei beni penultimi, lasciando alla fede i beni ultimi.

Anche la coscienza ecclesiale ci ha messo tempo e fatica ad articolare correttamente questo rapporto, di per sé stesso sempre problematico, passando anche attraverso fallimenti, errori ed incomprensioni. La problematicità di questo rapporto è testimoniato dalla fatica che molti ancora oggi vivono nel dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Eppure il Concilio Vaticano II (ed in esso la Costituzione Gaudium et Spes) rappresenta il punto di approdo ineludibile della coscienza credente circa il necessario rapporto tra fede e storia. La riflessione conciliare resta la misura alta con cui gli uomini credenti sono chiamati a misurarsi, a confrontarsi e a dialogare.

Ogni corto circuito, semplificazione, scorciatoia o strumentalizzazione sono come il tentativo di portare indietro le lancette della storia, e di immaginare un rapporto tra fede e mondo che rischia di essere non solo sterile, ma addirittura dannoso per la comunità umana.

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