girando su se stessi

Più passo del tempo con i giovani (in diversi ambienti e contesti di vita) più mi convinco che c’è una grande sfida educativa che interpella noi adulti: quella di aiutare questi giovani uomini a decentrarsi da sé, per vivere una dinamica esistenziale di dono, di incontro, di uscita e di esodo.

Se è vero che l’ipertrofia del sé è da sempre un dato essenziale dei giovani e fa parte di quel compito evolutivo legato alla costruzione della propria identità, è anche vero che oggi questa tendenza sta assumendo dimensioni ed intensità particolari. Ti rendi conto che esiste una immaturità diffusa a motivo della quale i giovani in particolare, ma non solo loro, vivono contemplando il proprio ombelico, accarezzando i propri interessi ed hobby, ruotando come delle trottole veloci e sfuggevoli, ma sempre solo su se stessi.

Non è questione di cattiva coscienza o di indifferenza. È che il loro mondo finisce a 30 cm dal naso e a un metro oltre il proprio ombelico. Esistono prima di tutto loro, i loro bisogni, le loro aspirazioni e le loro necessità, i loro sogni ed aspirazioni, interessi e fatiche. Tutto il resto è come se sfumasse nell’orizzonte, come se si dissolvesse, scomparisse, diventasse qualcosa di irrilevante e che non li riguarda. La situazione diviene assai più complicata quando lo stesso mondo adulto con cui essi si relazionano vive la stessa dinamica, invece di restituire un sano senso della realtà ed attivare una feconda connessione con il mondo. Non è raro che anche noi adulti siamo imprigionati nei medesimi lacci ed ci scopriamo affetti dalla medesima patologia.

Anche gli affetti, per queste nuove generazioni, rischiano di essere vissuti non nella loro naturale dimensioni esodica, di incontro, di gioiosa condivisione e comunione, ma come forme surrogate di narcisismo e compiacimento. “Non amo te,  ma amo il piacere che mi dà l’amarti”  parrebbero dire i loro legami

Rischiamo così di crescere una generazione autoreferenziale, fragile ed insicura, chiusa nel proprio piccolo mondo ed incapace di guardare con coraggio e creatività al futuro.

C’è un compito che resta attuale ed incompiuto per noi, mondo adulto: quello di aiutare questi giovani vite a connettersi, in modo positivo e creativo, con la realtà. È  il compito che ha accompagnato ogni generazione di adulti che è passata su questa terra.

Occorre educare questi giovani promesse a guardare il mondo, a sentire la realtà sulla loro pelle, a percepire i problemi e le sfide. Occorre educare all’esercizio libero della responsabilità, che è la misura autentica della maturità umana. Occorre saper generare connessioni, interrogativi, esperienze, passioni, sbilanciamenti e viaggi, movimenti estroflessi e atteggiamenti di cura.

Come adulti siamo chiamati a saper trasformare il vigoroso ed intenso movimento rotatorio su se stessi in una spinta verso l’altro, verso il mondo, verso il volto di chi è a loro accanto e che interpella la loro libertà.

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