Pensieri e Silenzi

beati i miti…

Amo le persone che non sgomitano,  che non bramano per emergere, che non fanno salti mortali solo per avere un attimo di visibilità, di pubblicità o di riconoscimento.

Amo coloro che tengono un profilo basso, un atteggiamento umile, un tono non aggressivo; non perché sono deboli o remissivi, ma perché sono talmente confidenti nella loro forza e nel loro valore che non hanno bisogno di affermarlo con arroganza e prepotenza.

Amo chi sta un passo indietro, chi lascia strada, chi non cerca le luci della ribalta, perché, stando bene con se stesso, si può permettere il lusso di stare bene anche con coloro che camminano un metro indietro.

Amo coloro che parlano sottovoce, convinti che la forza delle loro parole non risiede nel tono della voce, ma nel valore di quello che si dice.

Amo chi sa restare umile anche in situazioni importanti, perché è capace di non perdere il contatto con la verità della propria persona e con la misura della propria esistenza.

Amo chi sa abbassare gli occhi, chi sa chiedere scusa, chi sa regalare un sorriso anche quando non è richiesto.

Amo chi sa guardare il mondo dal basso, perché solo dal basso tutto sembra sorprendente e carico di meraviglia.

Amo chi cammina scalzo nella vita, chi ha il coraggio di deporre medaglie ed armature; chi sa prendersi cura del propri piedi doloranti e, con loro, di tutti i piedi dei pellegrini che incontra lungo la via.

Amo chi affronta la vita con fortezza, con coraggio e vigore, ma vive la fiducia che la terra, qualunque sia la terra, sarà concessa gratuitamente in eredità, senza inutili spargimenti di sangue.

Amo i miti, perché saranno loro ad ereditare la terra.

Pensieri e Silenzi

distanza

La mia indole un po’ irruente ed impaziente tollera a fatica che qualche questione resti aperta senza una immediata soluzione. L’istinto è quello di risolvere, se possibile, tutto subito, meglio se a botta calda, senza soluzione di continuità. Mi disturbano le cose che restano come appese, sospese a mezz’aria, come aerei che non si decidono ad atterrare e sorvolano sopra la testa creandoti sempre quel fastidioso senso di provvisorietà e di minaccia. Meglio chiarire subito, costi quel che costi; meglio “farla fuori” senza troppe remore, pane al pane e vino al vino, affrontando di petto le situazioni, le persone e le difficoltà.

Vivo quindi con un certo fastidio tutte quelle occasioni in cui il buon senso mi suggerisce che forse è meglio “prendere tempo”, lasciar decantare, sperimentare pazienza e comprensione, tolleranza e mitezza.

Eppure devo riconoscere che talvolta l’attesa è la scelta più ragionevole, giacché ogni decisione affrettata rischierebbe di peggiorare le cose e di aggravare i problemi.

Mi accade spesso con le persone, quando qualche incomprensione si è frapposta in un rapporto fin a quel momento sereno e fraterno. La rabbia o il risentimento mi suggerirebbero di rimuovere immediatamente quel masso che è caduto sulla strada, di sciogliere il nodo che si è creato, di dissipare le nebbie che si sono formate. È proprio in quel momento che comprendi che la distanza, sia essa fisica, geografica o psicologica, talvolta rappresenta una valida strategia di soluzione. Non semplicemente perché allontana o rinvia il problema, ma perché consente una visione più distaccata e, come tale, più onesta e obiettiva.

Penso a questo mentre un aereo mi sta portando a duemila chilometri lontano da casa e mentre un tarlo mi rode dentro lasciandomi l’incertezza di come affrontare una questione spinosa. Ci penso con la flebile speranza che questa “distanza” aiuti a far luce, che sia capace di illuminare i cuori e che la lontananza sappia propiziare un repentino “ritorno a casa”.

Pensieri e Silenzi

siamo quello che siamo

Siamo quello che siamo” mi ha detto una mia amica stamattina, per incoraggiarmi in un inizio settimana un po’ stentato. Potrà sembrare una tautologia o una frase scontata ma a ben vedere credo proprio non lo sia. “Siamo quello che siamo” esprime la consapevolezza della nostra identità con tutti i suoi pregi e anche tutti i suoi difetti. È ammettere che possediamo uno sguardo sempre prospettico sul mondo, che possiamo affinare, correggere e modificare, ma che non potremo mai tradire o sostituire.

Dire che siamo così non è una facile scusa per giustificare i nostri errori né una discolpa a poco prezzo per quello che abbiamo o non abbiamo fatto. Non è nemmeno una assoluzione veloce veloce per i nostri misfatti.

Confessare che “siamo quello che siamo” è un modo per dichiarare che ciascuno di noi ha un modo del tutto speciale per sentire le cose, per affrontare le situazioni, per gestire le relazioni e per risolvere i problemi. In fondo è proprio quello che ci rende unici ed insostituibili, anche se talvolta antipatici e fastidiosi. Non possiamo cambiare perché le persone non condividono le nostre idee, non possiamo modificare rotta solo per assecondare il vento del momento o la corrente del mare.

Credo che a volte ripeterci sotto voce “siamo quello che siamo” sia una buona strategia per non sentirci del tutto sbagliati, fuori posto o fuori tempo. È un modo per ricordare agli altri, con garbo e tatto: “mi spiace che io non sia come tu vorresti, ma fortunatamente, sono quello che sono”.

Pensieri e Silenzi

il nostro limite

Il limite, ogni limite, ci sfida, ci interpella, ci turba.

Che sia una sfida lavorativa o sportiva, il senso di incomunicabilità che proviamo in qualche relazione, l’insuccesso in un traguardo che ci eravamo posti, un legame che si interrompe o sanguina, una fragilità che non riusciamo a gestire oppure la banale incapacità a fare qualcosa, ebbene ogni volta che ogni nostro desiderio viene frustrato, il senso del nostro limite ci si pone di fronte come una tappa ineludibile della vita. E tutto questo talvolta può generare sconcerto, delusione, insoddisfazione e depressione, senso di impotenza e di debolezza.

Le nostre giornate sono piene di questi piccoli “confini” che tracciano la linea di una soglia che non possiamo superare e che ci richiamano alla radicale dimensione di limitatezza che ci abita. Non possiamo fare tutto, non possiamo arrivare ovunque, non tutte le mete sono alla nostra portata, non tutte le relazioni giungono a compimento.

È una cosa che si scopre pian piano mentre il tempo passa, mentre gli anni scorrono: a quella boria un po’ giovanile subentra un senso più realistico di quello che possiamo e non possiamo, di ciò che ci è consentito e di ciò che non lo è.

La nostra sfida evolutiva consiste nella capacità di trovare precari equilibri con questo senso di limite, adattare strategie e significati che ci permettano di conviverci senza sentirci schiacciati. È un processo di progressivo adattamento: non è mai dato una volta per sempre ma un poco alla volta. Il fatto è che, invecchiando, la vita pone sempre più limitazioni alla nostra esistenza: le forze non sono più quelle di prima, alcuni legami cessano, patiamo una aumentata difficoltà ad affrontare problemi e sfide. E così quell’equilibrio, che avevamo faticosamente creato tra il nostro “potere” ed il limite che ci abita, deve essere rinegoziato e riconquistato.

È un lavorio continuo, spesso logorante ma certamente “umanizzante”. Sì, perché il limite, ogni limite, ci richiama alla nostra naturale finitezza e creaturalità, ci ricorda, talvolta dolcemente altre volte aspramente, che, come ci rammenta Martin Heidegger, noi siamo progetti “gettati”, ossia sia una potenzialità che si attua in un “dove” e in “quando”, in pezzo di mondo che ci accoglie e ci delimita.

Abbracciare questa finitudine non significa tradire la nostra dignità bensì onorare il senso profondo della nostra umanità.

Pensieri e Silenzi

RX

Un uomo saggio e buono una volta mi disse che i tempi difficili della vita sono anche quelli più veri. E non mi diceva questa cosa dall’alto di una cattedra universitaria durante una lezione di filosofia, bensì in uno dei nostri frequenti ed ordinari colloqui, mentre la madre giaceva a letto provata da una malattia incurabile. Ammetto che, osservando il suo volto segnato dalla fatica e dal dolore, questo semplice quanto profondo insegnamento è arrivato dritto al mio cuore tant’è che ne conservo ancora oggi il ricordo.

Il dolore e la sofferenza possiedono questo straordinario potere: quello di metterci a nudo. Puoi fingere, recitare, simulare o mentire nella tua vita; puoi far finta di vivere la vita di qualcun altro, dissimulare la tua vera identità, mostrare agli altri l’immagine che preferisci ma di fronte alla fatica ed al dolore no. Lì emergi per quello che sei, con tutte le tua debolezze e anche con tutte le tue risorse. I periodi duri della vita sono quelli che ci danno il peso del nostro valore, la misura della nostra consistenza e la cifra della nostra maturità.

Accade perché la sofferenza ha la capacità di abbattere sovrastrutture ed orpelli, di far cadere maschere e illusioni, di sfatare miraggi ed inganni. La sofferenza, come una diligente levatrice sa “tirare fuori” chi siamo, quello che sentiamo e come vediamo il mondo.

I periodi faticosi ci mettono anche di fronte alla serietà e alla durezza delle cose, a tutte quelle esperienza che preferiamo rimuovere nella vita di tutti i giorni, quelle cose a cui preferiamo non pensare perché fastidiose, inquietanti e un po’ destabilizzanti. Soprattutto essi ci costringono a fare i conti con la dimensione del limite che appartiene intrinsecamente a noi e alla realtà che ci sta attorno. La fatica ci mette di fronte all’evidenza che non possiamo tutto, che non controlliamo tutto e che ci sono confini e misure che si impongono naturalmente alle nostre esistenze.

Ogni dolore funziona un po’ come un precisa radiografia: superata la superficie ed le apparenze colorate, essa fotografa chi siamo, fa emergere la verità delle cose, disvela quello scheletro nascosto che sostiene la nostra vita.

Storia e Tempi

Cri

Cri se ne è andata. Così, improvvisamente, senza chiedere permesso, senza avvertire prima, senza una buona giustificazione o una ragionevole scusa. Cri se ne è andata, in modo silenzioso e mite come era il suo stile; se ne è andata sottovoce, quasi di nascosto perché forse una signora fa così. Una signora sa esattamente quando è il momento di congedarsi, di salutare e di andare altrove.

Cri se ne è andata e ci ha lasciato tutti sgomenti, incapaci di comprendere realmente quello che è accaduto, impreparati a digerire un boccone così amaro ed duro. Chi è pronto ad affrontare la morte? Chi è all’altezza di un compito così alto ed impegnativo? Chi sa far fronte ad un evento così drammaticamente incomprensibile, così tragicamente doloroso, così profondamente disumano?

Cri se ne è andata ma forse non del tutto. Cri è una donna forte, energica, determinata. Una donna “tutta d’un pezzo”, come solo una donna sa essere. Precisa e scrupolosa, risoluta e grintosa, franca e disponibile. Non ti lascia indifferente quando la incontri, non passa inosservata, non si confonde tra la folla. Cri è una donna affidabile, rocciosa, spigolosa e ferma. Una di quelle a cui ti puoi aggrappare, una di quelle che non molla la presa, che regge il peso delle cose, che affronta la vita a muso duro, con una audacia che rasenta l’eroismo e l’antipatia. Cri è una che c’è, che c’è sempre stata e, ne sono certo, ci sarà sempre. La vedi lì al suo posto e puoi contare sulla presenza in ogni occasione, in ogni bivio lavorativo, in ogni salita da affrontare insieme, in ogni successo da celebrare.

C’è fuoco nel suo animo… basta parlare con lei due minuti per accorgersene: sente la vita con straordinaria forza, con una irruenza che capisci ha imparato a controllare con fatica e disciplina. Una volta mi disse sotto voce: “io non so sono così calma di natura… se potessi…” (e qui è meglio soprassedere sulla fine della frase). La sua forza sta proprio in questo: in questa irruenza gentile, in quest’impeto dolce, come un uragano ammaestrato, come una tempesta sedata.

Cri se n’è andata ed è dura da accettare.

Eppure siamo provati ma non sconfitti, abbattuti ma non disperati, addolorati ma non sfiduciati. Sappiamo infatti, a denti stretti, che la Vita saprà conservare ogni cosa, ogni legame, ogni lacrima e ogni sorriso, perché, come ci diceva Luca qualche giorno fa “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”.

Parola e parole

nemmeno un capello

Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. Che forza che possiede questa frase del vangelo di Luca! Che energia! E che consolazione!

Sarà l’età, sarà la frenesia della vita, saranno gli impegni frequenti, le scadenze, gli imprevisti e le incombenze sempre più onerose e gravose, oppure sarà l’insieme di tutto questo, ma mi accade sempre più frequentemente che l’esistenza mi sembri scivolare tra le dite, senza che sia in grado di trattenere nulla. Tempus fugit dicevano gli antichi…e ahimè accada proprio così: tutto fugge, tutto si consuma, tutto fluisce nel passare delle ore, dei minuti e dei secondi. Le cose accadono e quasi non fai tempo a compiacertene che immediatamente sei spinto dallo scorrere del tempo ad affrontare un nuovo accadimento, un nuovo fatto o una nuova parola. E che ne è stato dell’accadimento di qualche attimo fa? Nulla… andato, trascorso, passato… in verità perduto.

A volte mi sento come un bulimico che, dopo aver trangugiato molto cibo, lo vomita, senza mai trattenere nulla. La nostra è una società bulimica: prendiamo e gettiamo, consumiamo e sprechiamo, usiamo e buttiamo via. Lo facciamo con gli oggetti ma purtroppo lo facciamo anche con le persone e le esperienze.

Quanto sentiamo il bisogno di un fondamento stabile, di un senso di stabilità e di permanenza, in cui manco un capello del capo andrà perduto! Come ci sentiamo tutti turbati e sconvolti dalla cose che accadono nel mondo? Guerre, calamità naturali, violenze, aggressioni, stragi, terremoti e inondazioni, rivolte e proteste…tutto sembra essere fatto per alimentare questo senso di instabilità e di precarietà…

Sentiamo un bisogno esistenziale di radicamento in virtù del quale ci possiamo concedere il lusso di navigare sulle onde del tempo senza perdere la bussola, senza smarrire la nostra identità, senza lasciare lungo la via manco un minuscolo dettaglio di quanto ci è accaduto.

Pensieri e Silenzi

mente e cuore

C’è poco da fare… spesso il nostro cuore ci precede, ci anticipa, arriva prima della nostra mente e dei nostri complicati ragionamenti.

Purtroppo siamo un po’ figli della nostra cultura illuminista, la quale ci insinua il sospetto ed il dubbio sui nostri sentimenti e le nostre emozioni, come se fossero qualcosa di cui dobbiamo diffidare, come aspetti legati alla nostra istintività, come tali inaffidabili e pericolosi. Talvolta è vero ma non sempre… ci sono infatti occasioni in cui il nostro cuore ci anticipa, ci porta là dove il nostro cervello fatica ad arrivare. La nostra sensibilità, come un navigatore esperto, sa guidarci nelle nostre scelte molto più di quello che sospettiamo.

Chiamatelo intuito, sesto senso, premonizione, perspicacia, fiuto o prontezza di spirito… fatto sta che ci sono momenti in cui la nostra mente giunge in ritardo, preceduta dai nostri sensi che paiono aver visto prima e meglio quello che accadevo sotto i nostri occhi.

Certo, poi occorre la riflessione ed il giudizio, il pensiero e la valutazione affinché il tutto acquisti un senso ed un significato nella nostra vita; serve l’intervento di una parola capace di dare sensatezza alla vita e alla esperienze.  Ma, fateci caso, questa componente razionale va come “a traino” di quella parte di noi che ragiona con una logica diversa da quella della razionalità e del pensiero astratto.

In fondo è accaduto tante volte nella nostra vita: quando ci siamo innamorati, quando abbiamo deciso di fare un figlio, quando abbiamo cambiato lavoro o compagnia di amicizie… in tutti questi casi magari è accaduto che sia stato il nostro cuore a guidarci, a tracciare la strada, ad indicare la meta.

Il nostro cuore ci precede e ci anticipa, ci mostra la via e ci suggerisce il traguardo, con un coraggio ed un ardore che la nostra mente fatica a comprendere.

Pensieri e Silenzi

ex-ducere

Mi intriga la parola educare, per quel senso di movimento che essa contiene ed esprime. Ex-ducere…portare fuori… bello no?

Ce lo hanno raccontato in tutte le salse: educare non è scrivere su un foglio bianco ed intonso, ma “tirare fuori” dalla persona quelle cose che ha già dentro.  Educare è dunque ex-ducere, nel senso di tirare fuori, far emergere quei doni straordinari (o molto più ordinari) che ciascuno conserva dentro il proprio animo. Educare così assomiglia un po’ all’arte dell’archeologo che, con pazienza e cura, sa scovare tesori sepolti sotto metri di terra; oppure a quella del geologo, che è capace di scoprire giacimenti preziosi sotto terreni deserti ed inospitali.

Quella locuzione latina possiede però un secondo significato, altrettanto affascinante e, forse, almeno per me, ancora più stimolante: ex-ducere richiama anche l’idea di “condurre fuori”,  di accompagnare qualcuno al di là delle “solite cose”, per aprilo gradualmente alla vita. Educare è allora insegnare ad ex-sistere, ad andare “oltre”, ad intravedere nuovi orizzonti, a sperimentare nuovi universi, nuove consapevolezza e nuove energie.

L’esperienza dell’educare, in questo secondo significato, sarebbe più vicina allo slancio dell’esploratore, che è disponibile a lasciare il proprio piccolo e conosciuto territorio per addentrarsi in luoghi sconosciuti e mai battuti. Educare ha a che fare con il guidare qualcuno oltre quei confini un po’ angusti in cui si è rifugiato, per aprire la sua vita ad un “oltre” che sa di promessa e compimento.

La cosa straordinaria è che questo “oltre” ha sempre il sapore dell’ignoto e dell’inesplorato: chi educa non fa la guida turistica che accompagna lungo itinerari prefissati e predeterminati. Nient’affatto! Nessuno sa a priori dove condurrà quel viaggio, in quale luogo si concluderà quel cammino, in che “dove” finirà quell’ “oltre”.

Educare è accompagnare verso un destino che solo la Vita conosce, che solo Essa sa custodire e propiziare.

Pensieri e Silenzi

benedette lacrime!

Benedette lacrime! Scendono sul viso da occhi gonfi di pioggia, come quelle nuvole nere prima di un temporale; solcano le nostre guance come fa la rugiada dopo una notte umida di inverno; terminano sulla nostre labbra con quel gusto un po’ salmastro di acqua di mare.

Che benedizione sono le nostre lacrime, soprattutto per chi se le può permettere, per chi si concede il lusso di lasciarle scorrere libere sul volto, senza timore, senza vergogna, senza alcuna insana preoccupazione del giudizio degli altri.

Sono una benedizione le nostre lacrime perché non nascono dai nostri occhi ma dal nostro cuore; si generano in quella profondità radicale che è il nostro animo e la nostra interiorità. Ed affiorano come innocue pozze sul terreno…. Sono insignificanti pozzanghere d’acqua ma hanno origini lontane e profonde, remote  e nobili.

Le nostre lacrime parlano di noi, che lo vogliamo oppure no; testimoniano la ricchezza della nostra anima, l’acuta sensibilità che abita il nostro cuore, quella vulnerabilità originaria che dimora in noi.

Benedette lacrime: potessimo accoglierle come una benedizione del Cielo!