il nostro limite

Il limite, ogni limite, ci sfida, ci interpella, ci turba.

Che sia una sfida lavorativa o sportiva, il senso di incomunicabilità che proviamo in qualche relazione, l’insuccesso in un traguardo che ci eravamo posti, un legame che si interrompe o sanguina, una fragilità che non riusciamo a gestire oppure la banale incapacità a fare qualcosa, ebbene ogni volta che ogni nostro desiderio viene frustrato, il senso del nostro limite ci si pone di fronte come una tappa ineludibile della vita. E tutto questo talvolta può generare sconcerto, delusione, insoddisfazione e depressione, senso di impotenza e di debolezza.

Le nostre giornate sono piene di questi piccoli “confini” che tracciano la linea di una soglia che non possiamo superare e che ci richiamano alla radicale dimensione di limitatezza che ci abita. Non possiamo fare tutto, non possiamo arrivare ovunque, non tutte le mete sono alla nostra portata, non tutte le relazioni giungono a compimento.

È una cosa che si scopre pian piano mentre il tempo passa, mentre gli anni scorrono: a quella boria un po’ giovanile subentra un senso più realistico di quello che possiamo e non possiamo, di ciò che ci è consentito e di ciò che non lo è.

La nostra sfida evolutiva consiste nella capacità di trovare precari equilibri con questo senso di limite, adattare strategie e significati che ci permettano di conviverci senza sentirci schiacciati. È un processo di progressivo adattamento: non è mai dato una volta per sempre ma un poco alla volta. Il fatto è che, invecchiando, la vita pone sempre più limitazioni alla nostra esistenza: le forze non sono più quelle di prima, alcuni legami cessano, patiamo una aumentata difficoltà ad affrontare problemi e sfide. E così quell’equilibrio, che avevamo faticosamente creato tra il nostro “potere” ed il limite che ci abita, deve essere rinegoziato e riconquistato.

È un lavorio continuo, spesso logorante ma certamente “umanizzante”. Sì, perché il limite, ogni limite, ci richiama alla nostra naturale finitezza e creaturalità, ci ricorda, talvolta dolcemente altre volte aspramente, che, come ci rammenta Martin Heidegger, noi siamo progetti “gettati”, ossia sia una potenzialità che si attua in un “dove” e in “quando”, in pezzo di mondo che ci accoglie e ci delimita.

Abbracciare questa finitudine non significa tradire la nostra dignità bensì onorare il senso profondo della nostra umanità.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...