il gabbiotto dell’atm

C’era un piccolo box arancio, in un angolo dell’atrio che immette nel corridoio di ingresso della fermata della metropolitana. Si trattava di un piccolo gabbiotto in ferro, color aragosta, che fungeva da ufficio per un impiegato  dell’atm che vendeva biglietti per i passeggeri che dovevano acquistarne uno per prendere la metro. Il tizio era seduto al di là del vetro che offriva un’ampia apertura utile per scambiarsi biglietti e soldi.

Diciamocelo: era una cosa molto “naif”  e decisamente “old style”: strideva con le moderne tecnologie che la società di trasporti milanese sta offrendo alla propria clientela per pagare la corsa: app, lettori ottici, carte di credito, sms, chip, carte contactless, smartphone, etc.

Infatti da un po’ di tempo quel bugigattolo è stato rimpiazzato da una macchinetta automatica che ne ha occupato l’angolo. Ora, se hai bisogno di un biglietto, non devi far altro che seguire le precise indicazioni che essa fornisce in diverse lingue e attraverso schermate colorate ed intriganti. Probabilmente quel congegno ipertecnologico è pure in grado di dare informazioni sullo stato del servizio, sulla via più breve per raggiungere la tua destinazione, su eventuali incidenti o linee sospese, il tutto ovviamente in tempo reale.

Eppure quello strano personaggio all’ingresso della metro, che passava la giornata a vendere biglietti da un euro e cinquanta, non è così facilmente rimpiazzabile da un distributore automatico, per quanto iperconnesso. L’uomo dei biglietti era come un punto di riferimento per i passeggeri che giungevano per la prima volta a Milano e che non sapevano esattamente come muoversi; era un aiuto per i tanti turisti di passaggio e per tutti coloro che, a causa dell’età o della poca familiarità con la tecnologia, mal si rapportano con un schermo luminoso. Era, più in generale, un presenza disponibile e rassicurante per tutti e lo testimonia il fatto che, di fronte al suo gabbiotto, non mancava mai la fila, nonostante le molte postazioni automatiche libere.

Non c’è niente da fare: anche di fronte alla più sofisticata macchina elettronica l’interazione con un altro essere umano mantiene sempre il suo fascino e la sua ricchezza. Sarà magari per via di quel sorriso che l’omino dell’atm sapeva offrire, o del saluto che ti rivolgeva, o quella impagabile sensazione di essere ascoltati e di godere dell’attenzione di qualcuno…

Fatto sta che quando entro in metropolitana ed osservo quella costosa macchina automatica posta nell’angolo, mi chiedo che fine abbia fatto il gabbiotto arancio e con lui il suo disponibile inquilino.

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