Laura

Ho letto con attenzione, partecipazione e compassione (nel senso originario del termine di patire-con) le parole scritte da Laura sulla sua pagine facebook e rilanciate dalla stampa locale. Dopo anni di impegno civile, sociale, amministrativo e politico, Laura ha scelto di mollare tutto per “fare i conti con se stessa”, per usare le sue parole, per ricercare “qual è il senso della propria vita” e per comprendere se “non si sta sbagliando a percorrere ancora la stessa strada”. È un gesto forte, duro, radicale e sofferto, un gesto disperatamente coraggioso e coraggiosamente disperato che forse in pochi sapranno comprendere fino in fondo.

Eppure nella drammatica dell’esistenza, esso è un gesto umano, troppo umano direbbe Nietzsche, che accede e dimora al cuore stesso della vita, in quell’angolo solitario ed isolato in cui ciascuno è in compagnia di se stesso, dei proprio sogni e delle proprie delusioni, delle proprie speranze ed angosce, con insopportabile verità e crudele sincerità.

Che cosa c’è infatti di più umano che riconoscere drammaticamente il senso del proprio limite e della propria fragilità? Chi è l’uomo non se non colui che ha l’ardire e la pazzia di guardarsi alla specchio della propria anima e farsi le domande più dure, quelle più difficili e dolorose? Vivere non è forse sperimentare la nostalgia di un “perché”, il desiderio di un senso, la fame di una direzione, il bisogno radicale di un fondamento capace di creare un kosmos nel kaos del tempo? La differenza tra vivere e sopravvivere non sta forse nella possibilità che ci è data di ascoltare una parola, un logos direbbero gli antichi, che sa essere significato, ragione, senso e legame?

Forse solo chi si è anche solo lontanamente accostato alle profondità del proprio animo, solo chi ha sperimentato le vertigini nell’avvicinarsi all’abisso delle propria anima, chi ha provato “timore e tremore”, per dirla con Kierkegaard, di fronte al mistero insondabile della propria vita può debolmente intuire il travaglio che questo “lasciare e partire” può comportare…

Diventare uomini è un compito dure e faticoso, che patisce l’onerosità della ricerca, la delusione del fallimento, l’estasi dell’incontro e lo strazio dell’abbandono. Diventare uomini non è un compito da anime pie e pure, innocenti e devote; esso è una chiamata per gente rocciosa, audace e temeraria, sprezzante ed orgogliosa, risoluta e sognatrice. Buon cammino, Laura!

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