Pensieri e Silenzi

viaggio e viaggi

In cosa consiste il fascino del viaggiare? Mi spiego: che cosa rende il viaggio una cosa così affascinante da essere diventata quasi il paradigma della vita? Perché lo spostarsi da un posto all’altro esercita un potere così seduttivo sulle nostre vite a tal punto che in quella esperienza vediamo rappresentata simbolicamente l’intera esistenza?

Penso che attorno a questo interrogativo ci potremmo scrivere e riempire una biblioteca: il viaggio racconta la vita dell’uomo da sempre, partendo da Ulisse e Abramo fino a giungere a Neil Amstrong ed il suo “grande passo per l’umanità”. Viaggiare e vivere sono diventati per l’uomo occidentale quasi un sinonimo: è l’esistenza stessa a possedere una dimensione itinerante ed errante.

Una cosa mi pare particolarmente intrigante e suggestiva di questo binomia viaggio-vita: il viaggio, proprio come la vita, richiede un atto di cesura con il presente e di apertura al futuro. Quando viaggi non solo ti muovi verso una nuova destinazione ma, e forse soprattutto, sei chiamato ad abbandonare le sicurezza che la casa garantisce, per esporsi al rischio dell’incertezza e dell’imprevisto. In ogni casa si crea sempre un piccolo angolo di comfort in cui ciascuno di noi vive sereno e tranquillo, al riparo da fastidiose novità che ci potrebbero spingere a cambiare ed ad adattarci.

Il viaggio propizia proprio questo accadimento così spiazzante e talvolta fastidioso: quello dell’incontro con la novità, con quanto è inatteso, incontrollato, addirittura insospettabile. Tutto questo talvolta genera euforia e passione, altre volte ansia ed angoscia, altre volte ancora panico e paralisi.

È proprio per questo che viaggiare è una esperienza così ricca: perché, in un modo o nell’altro, il verbo viaggiare fa rima con il verbo vivere.

Parole d'autore

vi aspetto presto a scuola

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…..”

Le parole appena citate sono quelle che aprono il capitolo 31 dei Promessi sposi, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630. Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…. In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che, non dimentichiamolo, sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano sbucate fuori dalle pagine di un giornale di oggi.

Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare – con le dovute precauzioni – a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero.

Vi aspetto presto a scuola.
Domenico Squillace (preside del liceo scientifico statale A.Volta di MIlano)

Parole di carta

il paradiso? basta un click!

La notizia è più o meno questa: Jang è una donna coreana che nel 2016 ha vissuto uno degli eventi più tragici che un uomo o una donna possano vivere. A causa di una malattia incurabile ha perso Nayeon, la figlioletta di sette anni. Penso non ci siano parole per descrivere lo strazio della separazione e il dolore della morte. Accade tuttavia che, quattro anni dopo, alla mamma sia donata una nuova occasione per “incontrare” la figlia perduta. Le viene in soccorso la realtà virtuale che, grazie a un simulatore con casco e guanti per le mani, è capace di ricreare un ambiente nel quale la mamma e la bambina si posso ritrovare. La donna non solo riesce a “vedere” la figlia in un luogo sereno e piacevole, ma è addirittura in grado di sentire la sua voce e di “toccare” il suo corpo, stringendolo in un caldo e commosso abbraccio. Dal punto di vista sensoriale il potente computer responsabile della realtà virtuale sa riprodurre un effetto assai vicino alla “realtà” della vita, consentendo alla madre di sperimentare quasi “fisicamente” la presenza tanto desiderata e sognata della figlia.

Ho vissuto un momento felice, il sogno che ho sempre voluto vivere. Era come fosse il paradiso” ha poi dichiarato Jang, visibilmente commossa e toccata dall’incontro. Le parole usate dalla signora Jang sono esatte e descrivono precisamente il tipo di esperienza sperimentata: quella del paradiso. D’altra parte qual è quel luogo nel quale potremo (o forse ora occorre dire “possiamo”) incontrare coloro che sono morti, se non il paradiso? Qual è quella dimensione capace di eccedere il limite dello spazio e del tempo per accedere al per-sempre dell’eternità? In quale spazio avremo la promessa di riallacciare i legami che si sono interrotti a causa della morte, del dolore e della sofferenza? Tutta la tradizione occidentale ha sempre nominato questa “u-topia”, questo non-luogo, con il termine “paradiso”. È evidente che questo singolare esperimento tecnologico non ha solo un’implicazione scientifica ma parla a qualcosa di assai più profondo e radicale nell’uomo. La tecnologia virtuale, che lo voglia o meno, assume una pretesa “soteriologica”, direbbe il filosofo, cioè ha l’ambizione di rappresentare una forma di “salvezza” per l’uomo, una risposta all’angoscia della morte, alla finitezza della vita e alla precarietà dell’esistenza. È indubbia questa cosa: sancita la fine delle “grandi narrazioni” (come direbbe Lyotard) la tecnologia rappresenta oggi per l’uomo la possibilità di una nuova forma di salvezza, di realizzazione e di superamento di tutti quei limiti che sono costitutivi della sua umanità.

Con una differenza fondamentale: se le filosofie e le religioni assumevano questo limite cercando un riscatto in una dimensione “ulteriore” e ultramondana, la tecnologia promette una salvezza “nella storia”, eliminando e rimuovendo quei limiti che strutturano l’esperienza umana, anzitutto lo spazio ed il tempo. Non per nulla questo processo prende il nome di “transumanesimo”: esso esprime la volontà di realizzare l’umano andando “oltre” l’uomo, cancellando quei limiti che sono la sua stessa possibilità di esistenza.

Ci basterà tutto questo? Intendo: sarà sufficiente alla nostra sete di felicità e di pienezza incontrare “virtualmente” i nostri cari che se ne sono andati, grazie a realtà artificiali e sempre più sofisticate? C’è da aspettarsi che, con l’evoluzione della tecnologia, questi incontri “virtuali” diverranno sempre più “reali” e “veritieri” e ci offriranno la possibilità di dialoghi sempre più “concreti” e alla portata di tutti, magari con un semplice cellulare ed un visore. Sarà sufficiente? Non ho dubbi sulla capacità della tecnica di lenire le nostre sofferenze e di offrirci un conforto al dolore, così come accaduto a Jang. Eppure mi chiedo: cosa accadrà quando, terminata l’esperienza virtuale, ci ritroveremo soli, in compagnia del nostro dolore e del senso di un vuoto che ci rimbomba dentro? Il dubbio è se la compagnia dei volti di coloro che ci hanno lasciato, la loro “presenza” virtuale” ma sempre più “reale”, ci aiuterà a rimarginare la ferita dell’abbandono o sarà un modo per sottrarla al benefico processo terapeutico dello scorrere del tempo. La disponibilità “a comando” dell’altro non è un modo per ritardare l’elaborazione del lutto e la maturazione della consapevolezza della presenza dei nostri cari secondo una modalità diversa ma assai preziosa? Sarà davvero felice l’uomo che andrà oltre l’uomo?

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Febbraio di LodivecchioMese

Pensieri e Silenzi

diventiamo ciò che viviamo

Pensare di attraversare indenni le giornate e le ore, immaginando che esse non ci cambiano, mi pare una grande ingenuità: ciò che facciamo e soprattutto come lo facciamo ci segnano interiormente, modificano il nostro animo e trasformano la nostra mente ed il nostro cuore.

Penso sia una delle cose a cui dovremmo prestare maggiore cura, un aspetto che dovremmo monitorare con più attenzione. Perché accade che la vita ci trasformi in quello che non vogliamo e ci faccia diventare chi non vorremmo essere.

Ogni giornata incontriamo persone, ascoltiamo e diciamo parole, affrontiamo problemi, frequentiamo ambienti e mastichiamo pensieri che inevitabilmente segnano il nostro mondo interiore. Ogni dolore che patiamo, ogni fatica che sopportiamo, ogni gioia inattesa o meraviglia inaspettata, ogni emozione, sentimento o pensiero sono come energiche mani che plasmano la nostra sensibilità. Diventare persone gioiose o irraggiungibili, noiose o affidabili, disponibili o conflittuali, empatiche o anaffettive, accoglienti o respingenti, molto di tutto questo ha a che vedere con quello che scegliamo di vivere e con il modo con cui decidiamo di affrontare le cose.

Non è solo destino, non è pura casualità né tantomeno frutto fortuito degli eventi: diventiamo quello che scegliamo, più o meno liberamente, di vivere. Non si scappa da questa legge non scritta, anche se di essa perdiamo un po’ con la consapevolezza.

Siamo il frutto di quello che viviamo, siamo l’esito della nostre giornate, siamo la conseguenza delle nostre esperienze. È così che talvolta ci ritroviamo ad essere chi non vorremmo.

 

Pensieri e Silenzi

punta dell’iceberg

Ciò che diciamo, talvolta, è davvero solo la punta dell’iceberg di un mondo assai più ampio e profondo. Nell’espressione verbale manifestiamo solo una piccolissima parte di quello che custodiamo dentro l’animo, come se fosse solo l’assaggio di un piatto ben più abbondante e gustoso.

È come se ogni nostra parola possedesse un peso specifico assai elevato ed inatteso: quella piccola e leggera parola, pronunciata così garbatamente dalle labbra, in realtà si rivela assai più densa e sostanziosa, umile epifania di qualcosa di molto più profondo e complicato.

Ogni parola tradisce un mondo, apre uno spiraglio su un universo vasto, profondo quanto la nostra anima e sterminato come i nostri desideri.

È così che comunichiamo ed entriamo in relazione con i nostri simili: diamo loro in pasto un piccolo boccone del nostro cibo, come antipasto di quello che potrebbero gustare qualora concedessimo loro di sedersi alla mensa della nostra anima.

Un amico vero è colui che, come un esperto commensale, sa intuire la bontà del pranzo solo assaggiando quel piccolo morso iniziale. Un amico vero è colui che, con un solo colpo d’occhio, intuisce la vastità del ghiaccio che è nascosto sotto quella piccola punta che affiora dall’acqua.

Storia e Tempi

i no che insegnano a crescere

Ci sono diversi modi per raccontare e commentare la storia di Daniel, ragazzo dal passato burrascoso e ora riscattatosi dalla violenza, attraverso un percorso di recupero che è culminato con una laurea in scienze dell’educazione ottenuta qualche giorno fa presso l’università cattolica di Milano.  A me piace pensare che Daniel abbia avuto l’occasione (o forse sarebbe meglio dire la fortuna) di confrontarsi, nella vita, con i “no che insegnano a crescere”.

Daniel ha un passato di disagio e di devianza, cresciuto in una famiglia attenta e premurosa ma finito in uno di quei giri che non ti danno scampo. Finito al Beccaria e poi a San Vittore, viene poi affidato in prova presso la comunità Kairos, nella quale il giovane inizia un percorso di riscatto. Daniel ha ora 27 anni e qualche giorno fa ha brillantemente conseguito una laurea in scienze dell’educazione. Sì, perché ora Daniel è passato “dall’altra parte della barricata” e vuole restituire quello che ha ricevuto mettendosi al servizio di altri giovani problematici come lo era lui.

Ad assistere alla discussione della sua tesi, insieme a amici e parenti, c’era una persona che non ti aspetteresti: la pm del Tribunale per i minorenni che l’ha fatto condannare in tutte le udienze in cui era imputato. Ed insieme a lei Fiorella, docente in pensione che a San Vittore gli ha fatto studiare l’Inferno di Dante, il suo primo libro di scuola.  Insieme alle donne anche don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria e don Gino Rigoldi. Insomma c’era tutta una rete di affetti a circondarlo in quel momento così speciale, forse a testimoniare che “ci vuole un intero villaggio a far crescere un bambino”, come recita un noto proverbio africano.

Una cosa hanno in comune tutti i coprotagonisti di questa vicenda a lieto fine: appartengono ad un mondo adulto che non si è sottratto alle proprie responsabilità educative e ha saputo pronunciare con forza e compassione dei decisi “no” verso ciò che è male. Nessun compromesso o cedimento, nessuna accondiscendenza o titubanza: il male è male e la salvezza di ciascuno passa necessariamente dalla capacità di riconoscere il male che ci sta di fronte.

Sta tutta qua la preziosità delle persone che hanno accompagnato Daniel nel suo cammino: hanno aiutato il giovane ad aprire gli occhi per prendere posizione verso il male che sta dentro e fuori di sé e, partendo da lì, iniziare un percorso di riscatto.

Certi “no” ti arrivano in faccia come degli schiaffi violenti, come dei bazuca che sparano al cuore; eppure, quando è passato il dolore sulla guancia, spesso ti rendi conto che quei ceffoni ti hanno salvato perché ti hanno costretto ad aprire gli occhi e a guardarti con onestà allo specchio.

Storia e Tempi

terra d’Olanda

La campagna olandese si distende placida e serena al di là del finestrino del treno: è un panorama rilassante, fatto di lunghe distese verdi, solcate da innumerevoli canali che ne segnano l’aspetto e quasi ne organizzano lo spazio. Il cielo plumbeo, abitato da grosse nubi grigie, rende ancora più suggestivo lo sguardo: qua e là intravedi zone di azzurro che rompono il grigiore e che annunciano un repentino cambio del tempo.

C’è un elemento che appare come un sorta di leit motive di questa visione, a metà tra il poetico e l’irreale: è la “presenza onnipresente” dell’acqua. L’acqua non è un ingrediente tra i tanti in Olanda, né un dettaglio di abbellimento di un paesaggio già di per sé straordinario e meraviglioso. L’acqua è come il filo rosso che cuce i fotogrammi che appaiono sotto gli occhi, una costante talmente presente che diviene quasi “trasparente” alla vista, come spesso accade a tutto ciò che affolla con abbondanza un posto.

Difficile da spiegare a parole giacché non puoi dire semplicemente che vi siano canali che limitano i campi. La cosa è assai diversa e peculiare. L’acqua emerge come la “sostanza” della terra olandese: essa non solo segna la fine di un terreno e l’inizio del successivo, attraverso la presenza di una rete di fossi, rogge e canali, ma affiora dalla superficie del terreno come a testimoniare la materia di cui è fatta, la sostanza di cui è composta. Tutto è acqua in questa pezzo di terra: acqua nei canali, acqua nel terreno gonfio, acqua nel cielo pesante di nubi.

La cosa stupefacente è la sinfonia di colori che prende vita nello spazio, proprio a motivo di questa inflazione generosa dell’elemento liquido: il colore del cielo si riflette nelle corsi d’acqua e nelle ampie chiazze trasparenti che scorgi sui terreni. Sicché il mutare repentino del cielo è come se riverberasse nel colore della terra e dei canali, creando degli effetti visivi davvero sorprendenti. D’un tratto tutto appare grigio e plumbeo ma basta un debole spiraglio di sole per accendere la terra di un fresca tonalità di azzurro.

Viene da chiedersi se non sia stato un viaggio nelle terra olandese il motivo che spinse il saggio Talete a riconoscere nell’acqua il principio di ogni cosa.

Pensieri e Silenzi

cecchino

Quando vuole la vita sa essere davvero graffiante, capace di colpire dove sei più sensibile e dove meno te lo aspetti. Pare come prendere la mira ed accanirsi verso quelle cose che senti preziose ed irrinunciabili. Come un bravo cecchino, inquadra con il mirino il suo bersaglio e spara senza remore o scrupoli.

Una volta partito il colpo non hai più nessuna via di fuga o di salvezza: cadi tramortito sotto la sua pressione, stordito e ferito per quanto accaduto, quasi incredulo che possa davvero essere capitato a te. È proprio in quell’istante che ti assale un senso di panico che ti pietrifica e sopisce ogni tentativo di reazione: “E adesso cosa faccio? Come ne esco? Ci sarà una soluzione a tutto questo?”.

Alzi lo sguardo, ma vedi l’orizzonte davanti a te stringersi attorno al collo. Sei sequestrato da un senso di claustrofobia che elimina ogni possibile via di fuga ed uscita di sicurezza.

È doloroso quel sentimento di impotenza che patisci, quella assenza di futuro che incombe sui tuoi giorni, quel dubbio che ti assale impedendoti di muovere un passo dopo l’altro.

Vivi come prigioniero delle tue paure, sequestrato dai tuoi pensieri, aggrappato ad un oggi che fatica ad aprirsi al domani.

Parola e parole

ferite da curare

Quante ferite ciascuno di noi si porta dentro! Più passa il tempo più le cicatrici segnano il nostro viso ed il nostro corpo, come uno scultore fa con la sua opera d’arte. È un destino ineludibile questo: vivere significa esporsi continuamente ai “colpi” del dolore e della sofferenza, colpi così intesi e violenti che lasciano il segno, che rimangono anche quando smettono di sanguinare.

Chi non corre il rischio delle ferite non gusta la bellezza e la profondità della vita perché l’esistenza, quando è “vera” ed autentica, lascia sempre una traccia dietro di sé, un’orma più o meno profonda nella carne, un testimonianza corporea del suo passaggio.

Sicché ciascuno si ritrova spesso a dover fare i conti con le proprie zone sanguinanti, con quelle parti della propria esistenza che dolorano e disturbano. Talvolta sono dolori evidenti e alla luce del sole; altre volte sono sofferenze più intime e celate, che nessuno, se non gli amici veri, sanno intravedere e compatire. Non manca poi che queste ferite esistenziali ci impegnino in esigenti e stremanti cammini di guarigione che costano tempo, fatica e molto impegno. C’è gente a cui serve una vita intera (e spesso addirittura non basta) per fare pace con eventi del passato, così tragicamente dolorosi da lasciare cicatrici che non smettono di sanguinare.

Non appaia allora fuori luogo che anche il profeta Isaia, nella lettura di oggi, si interessi a questa dimensione di limite e sofferenza che ci abita: chi si interessa dell’uomo e del suo destino non può ignorare una parte così essenziale ed onerosa.

Stupisce invece (per lo meno a me ha fatto questo effetto) la strategia terapeutica che l’uomo di Dio suggerisce per curare questi accidenti:  «Non consiste forse il digiuno che voglio  nel dividere il pane con l’affamato,  nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,  nel vestire uno che vedi nudo,  senza trascurare i tuoi parenti?  Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto».

È curioso perché l’invito rivolto all’uomo ferito pare essere quello di occuparsi delle ferite degli altri. A dispetto di approcci intimistici o tesi ad investigare il profondo dell’animo, Isaia offre come strategia quella di de-centrarsi da sé per fare spazio all’altro, in particolare a colui che è sofferente e indigente. È solo grazie a questo “disinteresse” per le proprie ferite che esse “magicamente” potranno guarire… è occupandosi della carne dell’altro che la nostra ritrova un suo processo di guarigione. Singolare, no?

Forse c’è una sola ragione per cui tutto questo è possibile, al di là di giustificazione magiche o spiritualiste. Ed è quella che riconosce che siamo tutti una medesima Carne e che nella carne sofferente del fratello ritroviamo, misteriosamente, il medesimo patire che ci affligge.

Pensieri e Silenzi

provare per credere!

Chi ha qualche anno alle spalle e qualche capello bianco in testa ricorda che tempo fa in tv (soprattutto quelle locali) passava un spot pubblicitario di un nota (allora) catena di mobili, in cui uno strano e buffo personaggio chiudeva ogni spot con la frase “provare per credere!”. Fa ridere oggi ripensare a quella pubblicità così “elementare” e modesta (comunque efficace se ancora oggi mi ricordo lo slogan), soprattutto se paragonata ai sofisticati e mirabolanti messaggi pubblicitari che oggi ti bombardano la testa in tv o sul web.

Eppure quella frase, diventata un tormentone per tutta una generazione, contiene qualcosa di prezioso da non perdere o dimenticare.

Vi sono scelte nella nostra vita che possiamo affrontare seguendo una logica “ vedi e poi decidi”. Succede quando comperiamo una macchina, scegliamo un viaggio, acquistiamo un vestito o facciamo la spesa. Grazie ad un approccio “scientifico”, possiamo valutare una circostanza, una cosa, un fatto e giungere così ad un decisione. In un certo senso facciamo appello ad una verità di natura logico-scientifica: vedi, studia, approfondisci, capisci e quindi decidi. Tutto chiaro, tutto lineare.

Vi sono tuttavia altre esperienze della nostra vita (e guarda caso quelle più significative ed importanti) che seguono un percorso differente: potremmo dire “prova e poi decidi”. Ora, capisco che l’accostamento può sembrare blasfemo (Guido Angeli e Aiazzone con il Figlio di Dio) ma badate che è quello che più o meno accadde quando i due discepoli (all’inizio del vangelo di Giovanni) chiesero al Maestro “dove abiti?” (ossia chi sei, qual è la tua identità e la tua provenienza, giacché uno “è” a seconda di “da dove è”…). Il Maestro rispose: “venire e vedrete!”. Non “vedete e poi venite!”.

Questa logica “alternativa” entra in gioco tutte le volte che attiviamo delle relazioni con le persone, cominciamo amicizie o amori…insomma tutte quelle volte che viviamo esperienze che attengono alla dimensione di senso della nostra vita.

In questi casi la verità del fatto, dell’incontro, della persona o della relazione emerge solo nella misura in cui ci si affida ad esso. Non esiste una verità “a prescindere” ma essa diviene tale solo nel momento dell’affidamento. È quello che è accaduto quando ciascuno di noi ha incontrato la donna o l’uomo della propria vita: è solo quando ci siamo compromessi in quel rapporto che la verità del legame è emersa con chiarezza e profondità. Nessuna analisi preliminare ci avrebbe mai condotto a metterci in gioco con la persona che amiamo. Quando abbiamo attivato la nostra libertà, solo allora la nostra decisione si è rivelata vera ed affidabile.

Suona un po’ strano ma è così: certe cose le si capisce solo quando le si sceglie.