Parole di carta

Suor Donata

Non è facile raccontare a chi non la conosceva, chi fosse Suor Donata. La sua persona si adattava poco agli stereotipi e non si lasciava incasellare facilmente in scontati cliché. Certo era una religiosa ma, credetemi, non una di quelle che popolano l’immaginario collettivo; era una suora ma interpretava la sua consacrazione con un tratto assolutamente personale ed unico. Non perché facesse cose strane o bizzarre… tutt’altro…ma perché faceva le cose che competevano al suo ruolo con un’intensità di vita e di entusiasmo che è difficile da rendere a parole.

Di certo contribuiva a questa sua personalità forte e volitiva la sua spiccata origine bergamasca, che esibiva a chiunque incontrasse come un nobile biglietto da visita. Non che fosse realmente necessaria questa presentazione: bastava lasciarle dire due o tre parole e il tipico intercalare pota e l’inconfondibile cadenza tradivano assai bene la sua lontana origine. E del popolo bergamasco Suor Donata aveva ereditato la cocciutaggine, la determinazione e la laboriosità, tre caratteristiche che trovavano nel suo animo buono e nobile una terra feconda in cui attecchire. Suor Donata era un “caterpillar” in abito da monaca: sapeva affrontare ogni situazione a viso aperto, quasi con sfacciataggine, con quella protervia che è tipica dei bambini e del santi. Difficile che si fermasse di fronte a qualcosa: aveva idee chiare in testa e perseguiva la sua meta con determinazione e tatto, ma indisponibile a tentennamenti, rinunce o compromessi.

Eppure, e questo forse è il segno della sua straordinaria bontà interiore, sapeva coniugare questa tenace irruenza con una delicatissima cura delle persone. Chiunque l’abbia conosciuta riconosceva immediatamente questo singolare tratto del suo carattere: il suo vigore non aveva mai il tono dell’arroganza o della prepotenza ma sempre quello dell’accoglienza e dell’ascolto. In tutto questo era un ottimo alleato quel favoloso sorriso che le vedevi sempre stampato in viso: Suor Donata era davvero una donna riconciliata e serena, una di quelle che regala serenità a chiunque incontrava per la via, una che sa rallegrarti anche in una triste giornata di pioggia. E non era nulla di affettato o lezioso: la sua portentosa vitalità e giocondità era qualcosa che usciva con sincera abbondanza dal suo cuore, come qualcosa di naturale e di spontaneo. Era tutto questo il segno della bellezza che Suor Donata custodiva nel suo cuore. Amava la vita, aveva trovato un Senso per cui vivere, sapeva godere della bellezza che l’esistenza le offriva e faceva la sua strada con determinazione, rispetto e compassione.

Una cosa in particolare sapeva accendere immediatamente la sua passione ed il suo interesse: la cura dei giovani. Per chi, come me, l’ha avuta come educatrice, era palese che la passione educativa fosse uno dei movimenti più intensi e genuini del suo animo. Amava la gioventù con passione e senza limiti, con una generosità che rasentava l’eroismo. Erano i giovani al centro dei suoi pensieri, erano loro che l’accompagnavano e per cui spendeva anche il suo tempo libero. Ma non la gioventù come categoria sociale, assolutamente no! Suor Donata amava i “suoi” giovani, quelli che incontrava alla Casa della Gioventù, quelli che incrociava per strada o in qualunque posto le capitasse di andare: in montagna, al camposcuola, in gita, al grest, in piscina, ovunque. E riconoscevi questa sua passione ad ogni incontro che avevi con lei: il sorriso radioso e quegli occhietti vispi che ti scrutavano tradivano un’anima bella e generosa, disponibile all’ascolto e all’accoglienza.

Certo suor Donata non era una persona facile, così come non lo sono coloro che vivono la loro vita con convinzione e profondità. Aveva un carattere a volte spigoloso, a volte ruvido, che non risparmiava un rimprovero, una sgridata o una correzione. Ma come ogni mamma (perché il suo tratto materno era qualcosa di bello ed affascinante) sapeva accompagnare ogni durezza con una dolcezza di fondo che ti catturava.

Sì, Suor Donata sapeva voler bene alle persone e questo la gente lo percepiva a pelle. Anche dopo anni, l’ho incontrata in situazioni diverse ma ho sempre sentito su di me il suo sguardo buono, misericordioso, benevole e disponibile.

Penso che tutta questa sua ricchezza avesse un segreto, che, a dire il vero, non nascondeva affatto: il suo amore per Dio. Suor Donata era una cristiana a tutto tondo ed una religiosa esemplare. Quando avevi a che fare con lei sentivi questa dimensione di Ulteriorità che abitava la sua vita: lei aveva avuto la fortuna di sperimentare il Mistero della Vita e in quel Mistero aveva posto il fondamento della sua piccola esistenza.

Quanto ci mancherà Suo Donata! Quanto mi mancherà il suo sorriso luminoso, la sua battuta franca, la sua gestualità benevola, il suo essere donna tutta d’un pezzo. Una donna straordinaria ed una suora dalla santità feriale.

Questo mio ricordo di Suor Donata Rocca è comparso sul numero di marzo di LodiVecchio Mese

Parole di carta

life under quarantine

Sometimes life asks you to change quickly and unexpectedly, without giving you any warning or prior notification.

Look for example now: I am at my desk making a call with my colleagues who are working from home as well; in my son’s room I hear a voice coming from the pc that speaks in Greek while from my daughter’s room I hear a biology lesson made using “google meet”. When I go downstairs into the kitchen, I can hear my wife giving assistance to a customer for a problem on the payslip. In short, it seems that the whole world has met at my house today: while, until some weeks ago, each of us went out to attend to their own occupations, now it seems that it was the occupations that reached us at home.

My home was transformed into a small micro cosmos in which different dimensions of life coexist: there are the familiar spaces, those of meals, of dialogue and relaxation; then there are also spaces for learning and education, those in which you study and grow; finally, there is no shortage of places of work, production and employment.

This strange situation, that the coronavirus epidemic has created, has deeply transformed our days and the rhythms of our lives: we all live in a kind of parallel dimension, where the things we have always done, the daily rituals of the lives, were put on stand-by and, with strain and speed, we had to embrace a new lifestyle, a little lonely and secluded.

As always happens in life, this new and unexpected situation has stolen us something old and has given us something new. Certainly it took away our daily contact with the people we frequented, friends, colleagues, sports and music companions, theater, cinema or other; it took away from us the freedom of movement, to make trips or vacations, to see people or to organize dinners with friends and relatives.

On the other hand, it also gave us more time for ourselves, that time that we have always dreamed of and that now suddenly becomes available: time to read or think, to see some TV series or some magazines that has been for months on the shelf full of dust; but above all, time to be with our wives, husbands and children, time to speak and listen, time to do something together, time to share bits of life that we have not done until now.

The days we are living in Italy are not beautiful days but it is an opportunity to take care of ourselves and our loved ones and to put the things that really matter at the center of our lives.

Storia e Tempi

nello stesso giorno

Confesso che all’inizio questa strana risultava davvero fastidiosa: il compleanno di mio figlio Daniel coincide con la morte del mio amico Marco. Che tristezza, abbiamo pensato: ad ogni compleanno Daniel sarà costretto a ricordare anche la perdita di Marco.

Sì, perché nonostante Marco fosse un mio carissimo amico di infanzia, o meglio l’amico con l’articolo determinativo, anche Daniel si è da subito affezionato alla sua persona e lo ha accolto come un carissimo affetto. Forse è perché lo ha battezzato ed è sempre stato presente nei momenti più importanti della sua vita, sarà perché a volte nella vita nascono queste affinità elettive che non ci spieghiamo, fatto sta che tra Marco e Daniel c’è sempre stata una strana, intensa e reciproca sintonia. Lo prova la foto che Daniel tiene sul suo comodino, unica che cambia posto allo spostarsi delle sue cose ma non rinuncia mai a restare in bella mostra.

Capite perché allora pare una beffa del destino dover celebrare nello stesso giorno nascita e morte, come se persino la gioia del compleanno dovesse venire in qualche modo “rovinata” dal dolore della dipartita.

Come vi dicevo però, con il passare del tempo le cose un po’ cambiano. Quando il dolore si ammorbidisce (anche se mai si attenua…) riesci a leggere i fatti della vita con maggiore serenità e lucidità.

A quattro anni dal quel brutto giorno, riesco oggi a scorgere nuove assonanze che prima non mi era dato di cogliere; e riconoscere che quello che prima poteva parere una triste coincidenza possa in realtà tramutarsi in una speciale benedizione. Magari mi sbaglio ma mi è parso come se Marco volesse stringere con il suo “pupillo” uno speciale legame, scegliendo proprio di far coincidere la sua “nascita al Cielo” con la nascita al mondo di Daniel. È stato come un estremo atto di amicizia, la stipula di una alleanza che resterà per sempre, l’ennesimo e definitivo bacio dato sulla sua fronte.

Mi piace pensare che sia andata così e, se ripenso alla stile e alla cura che Marco sapeva vivere verso le persone, sono certo che non ci sto andando troppo distante.

Parole d'autore

la vita al tempo del coronavirus/17

*** SORRISO ***

“Vorrei fare un sorriso ai miei pazienti, in un letto di ospedale, ma da sotto le mascherine non si vede.

No, non ha precedenti il clima surreale che tutti stiamo vivendo. Noi, tantissime piccole isole affacciate ai balconi che urlano un canto di speranza, lo stesso, che commuove il mondo e che entrerà nei libri di storia.

Viviamo di ricordi, di fotografie scattate in un passato così vicino, quando tutto era ancora normale, quando tutto era così scontato. Allora ci tornano in mente tutte le volte che non abbiamo saputo apprezzare la vita, nascosta dietro quella spesa che non ci andava di fare o a quel caffè con l’amico di una vita, che non abbiamo preso perché sai, sono uscito tardi dal lavoro.

E così abbiamo rivalutato anche quel ristorante carino, ma che una volta ci aveva portato la pizza bruciata e ci aveva pure fatto aspettare. Quanta voglia avremmo, adesso, di aspettare. Di aspettare fuori, seduti a un tavolo, ad una panchina o camminando in un parco o per le vie del centro. Aspettare il cornetto col cappuccino in vetro senza schiuma che il barista ogni volta ti guarda male o che si esaudisca la speranza di una soluzione, di un vaccino, di una cura ad un male che sa correre troppo, più di noi.

E allora se lui corre, noi ci siamo fermati ed abbiamo saputo aspettare di poterci riabbracciare ancora.

Mancano, sì, mancano gli abbracci stretti, quelli che ti fanno chiudere gli occhi e ne respiri il profumo, mancano i baci e mancano i sorrisi, e pensiamo che se lo avessimo saputo ne avremmo regalato, e rubato, qualcuno in più.

E poi c’è la morte, ma non quella a cui eravamo abituati. Non si può più piangere sulle bare dei propri cari, adesso, non si può portargli un fiore, non si può più dirgli addio seduti ai banchi della chiesa.

E poi non ci può più promettere un sì, ma aspettare, aspettare ancora di potersi guardare sull’altare e scambiarsi quel bacio che sa di futuro e famiglia.

Ma poi c’è la vita. C’è la natura ed i fiori sbocciano e gli alberi fioriscono. C’è l’amore che non si ferma e si raddoppia. E c’è l’esistenza. I bimbi nascono e con loro la speranza che domani sorgerà, finalmente, il sole.”

Paola Chiodi (QUI)

Storia e Tempi

la vita al tempo del coronavirus/16

*** UFO ***

Che lo sport vivesse in una dimensione parallela a quella di noi comuni mortali era fatto noto a tutti da tempo. Bastava vedere i compensi dei campioni sportivi e i loro ricchissimi emolumenti per rendersi conto che costoro abitavano una realtà altra rispetto a quella di noi comuni cittadini. Anche l’alone quasi mitico che accompagna ogni loro uscita pubblica o dichiarazione li rende quasi personaggi celestiali, dei discesi dall’olimpo per divertire noi misero popolino. Non si spiegherebbe diversamente l’attenzione maniacale di cui essi godono, la capacità di muovere ingenti somme di denaro insieme ai gusti e alle preferenze di milioni di appassionati.

Eppure, ciò detto, lo spettacolo indecoroso a cui abbiamo assistito al sorgere dell’epidemia penso abbia davvero superato ogni ragionevole misura, tanto da collocarsi nell’ambito della moderna psicopatologia delle società moderne.

Mi riferisco al dibattito surreale sulla continuazione o meno del campionato di calcio, come se fosse una delle questioni emergenziali dei nostri giorni. Per non parlare (questione più recente questa, e per di più sorta quando i morti per coronavirus si contavano a centinaia…) della possibile riduzione dello stipendio dei calciatori: badate, parliamo di “lavoratori” che guadagnano quanto meno cento volte più di un comune operaio e che dubito che soffriranno per il taglio del salario.

Dulcis in fundo leggiamo sui giornali del dibattito davvero surreale sulla data delle olimpiadi e del timore da parte dei CIO di “tradire” (!?) il sogno olimpico di migliaia di atleti. Ora: o riteniamo che gli atleti abbiano la maturità di un bambino di due anni che fa i capricci quando gli si toglie il giocattolo, oppure spero che quando questi brillanti atleti accendono il televisore e vedono la situazione drammatica di crisi, magari riescono a farsi una ragione sul perché un evento che mobilita milioni di persone forse non è bene celebrarlo proprio questa estate.

Chissà che la pandemia porti tutti ad un senso più equilibrato della realtà ed ad una maggiore connessione con la “normalità” dell’esistenza.

Storia e Tempi

la vita al tempo del coronavirus/15

*** BELLE NOTIZIE ***

Le notizia belle di oggi sono due e mi hanno commosso sinceramente.

La prima ha come protagonista la dottoressa Federica Grosso, oncologa dell’Ospedale di Alessandria. Qualche settimana fa il marito, pure lui oncologo, si è infettato di COVID-19 e ha trasmesso il virus a moglie e 2 figlie. Il papà e le due ragazzine si sono ammalate seriamente, tanto che l’uomo è stato ricoverato in gravi condizioni. Federica invece, pur essendo positiva al tampone, è completamente asintomatica. Ebbene questa moglie e madre, dopo aver passato giorni infernali con il marito in gravi condizioni e le figlie con febbre alta (una delle quali con una patologia pregressa), ebbene questa giovane medico che cosa fa? Si autocandida a lavorare nei reparti per pazienti COVID, tanto ormai né lei né loro potrebbero nuocersi a vicenda. Insomma, uno avrebbe tutto il diritto di fare un passo indietro per prendersi cura di se stessa e dei propri cari, ed invece no, eccola pronta per tornare al fronte.

L’eroismo (iniziamo a chiamare le cose con il loro nome!) della dott.ssa Grosso ci introduce alla seconda buona notizia di oggi. La protezione civile lancia un bando per 300 medici da collocare in prima linea nella regioni più colpite dalla malattia. Servono per dare il cambio e sostenere gli sforzi immani che i colleghi del nord stanno facendo per lottare contro la pandemia. Ho visto questo appello anche in televisione oggi, tra una pubblicità e l’altra, e confesso di averla guardata con un po’ di scetticismo: chi mai si potrà candidare per un compito talmente ingrato e pericoloso?

É un atto di amore e orgoglio. Siamo stati travolti. C’è gente che viene da tutta Italia e di tutte le età, che hanno deciso di andare al fronte perché questo è un fronte” parole del ministro Boccia nel presentare l’esito di questa richiesta: 7220 alle 19.30.  “Scorrendo nomi e date di nascita, ti viene da piangere perché vedi giovani medici e anche ottantenni e allora si capisce cosa è questo Paese in questo momento.”

Ricordo quanto scriveva qualche giorno fa su Repubblica Gabriele Romagnoli, parlando del teorema di Quantarelli: “In tempi normali si soffre da soli, l’esperienza della vulnerabilità ci emargina e ci fa sentire discriminati e risentiti nei confronti di chi è risparmiato. Il disastro accomuna, sbuccia la superficialità, lascia l’essenza. Peggiore è la situazione, migliori diventano le persone.”

Non so se Quantarelli avesse ragione, ma per oggi decido di credergli.

Pensieri e Silenzi

nutro una speranza…

La speranza che nutro per me, per i miei figli e per le persone a cui voglio bene è che questo tempo, così duro ed impegnativo, non passi inutilmente.

Siamo tutti entrati in un tunnel che non sappiamo ancora quanto lungo sarà; e ci siamo entrati senza che nessuno ci abbia chiesto il permesso, come sospinti da un destino che non ci ha lasciato scelta. Ebbene auguro a me stesso per primo e a ciascuno di noi di uscire da questo cono d’ombra un poco cambiati e, se possibile, migliorati. Sarebbe davvero un peccato se la fatica di questi giorni, l’affanno che proviamo, l’ansia che ci affligge passasse come fa l’acqua sulla pietra, senza lasciare alcun segno del suo passaggio.

Spero che questa sosta forzata, questa tappa imprevista dell’esistenza, sia l’occasione per riprendere in mano la nostra vita, per imparare da quello che sta succedendo, per illuminare quegli aspetti della nostra esistenza che poco conosciamo o che frequentemente evitiamo e rimuoviamo.

Non è un tempo piacevole ma facciamo in modo che diventi almeno un tempo favorevole: favorevole per riprendersi tra mani, favorevole per custodire la propria vita, riconoscendo ed onorando le cose che davvero sono importanti; favorevole per accorgerci finalmente di quello che ci sta attorno: le cose, le persone, le occasioni e gli ambienti; favorevole per definire priorità ed urgenze, quelle vere; favorevole per imparare a gustare la lentezza del tempo, la potenza dei legami che restano o che si spezzano, la profondità di uno sguardo e la qualità delle piccole cose.

La vita ci cambia nella misura in cui siamo disponibili a lasciarci plasmare dalle sua mani, talvolta dure e spietate. E la vita ci insegna attraverso le cose che ci capitano, le vicende che ci fa attraversare, le persone che incrociamo e le parole che ci scambiamo. Le cose sono le nostre prime maestre; sono loro a dischiudere percorsi di crescita e di cambiamento e a trasformarci in chi scegliamo di essere.

Vivo questa attesa nel mio cuore: che questo tempo diventi un tempo sensato nelle nostre esistenze, non perché avremo capito la ragione di questo accaduto ma perché esso si è trasformalo in un momento di grazia per la nostra vita.

Pensieri e Silenzi

#restiamoaccanto

Oggi faccio mie le osservazioni contenute nel bell’articolo di don Davide Milani, parroco di una parrocchia del centro storico di Lecco (QUI). Osservando il deserto fisico ma anche relazionale che si è creato dentro la sua comunità, don Davide ragiona sul senso dell’imperativo (sacrosanto) sintetizzato nell’appello #restiamoacasa.

Che effetto ha questo slogan su chi nella propria abitazione – sbarrata la porta – trova per lunghi giorni solitudine, malattia, difficoltà, relazioni interrotte, ristrettezze economiche, disagio esistenziale? Facile dire #restiamoacasa come fanno i cantanti, attori e calciatori, per chi ha una dimora degna di tale nome ce l’ha, con dispensa e carta di credito cariche, attorniati da familiari affettuosi e sereni.”

La provocazione di don Davide è che l’isolamento del virus non può essere una giustificazione per dimenticarsi degli altri, per disinteressarsi di chi fatica a tenere il passo dell’esistenza e di chi, soprattutto in questo periodo, è ancora più esposto e vulnerabile. Ecco quindi la sua proposta: “Aggiungiamo quindi un altro hashtag: #restiamoaccanto.”

Ci ricorda infatti che se ci preoccupiamo solo di difenderci dal contagio del virus i conti non torneranno nemmeno cessato l’ allarme. Difendiamoci soprattutto dal male più letale che può uccidere la speranza, la voglia di vivere, la gioia di amare ed essere amati.”

La protezione di se stessi e dei propri cari (cosa sacrosanta e doverosa) chiede di essere accompagnata anche da una cura verso il fratello, nei modi e nelle forme che ci sono consentite, ma senza ipocrisie o egoismi.

Due domande fece Dio nel giardino dell’Eden, rivolgendosi all’uomo: il primo, ad Adamo, fu “dove sei?” ; il secondo, rivolto a Caino, “dov’è tuo fratello?”. In fondo non sono due domande, ma il medesimo interrogativo espresso da due prospettive diverse…

Insomma: preoccupiamoci di resta vivi, ma non scordiamo di restare umani!

Storia e Tempi

la vita al tempo del coronavirus/13

*** NUMERI ***

Mi sono accorto che, da qualche giorno, guardo con occhi diversi ai numeri dei contagiati, dei deceduti e dei guariti, quelli che tutte le sere alle 18 in punto la protezione civile diffonde.

Se prima quelli erano dei semplici numeri, numeri anonimi ed asettici, puri dati statistici per capire come andava il contagio e il tasso di mortalità, ora quei numeri iniziano a custodire volti e sguardi, nomi e cognomi di persone che fino a qualche giorno fa vivevano accanto a me.

Quei numeri così freddi, quasi glaciali, algidi, diventano ora caldi, forse irritanti e pungenti, perché, dietro quelle cifre, ci vedi il volto dell’amico che ti ha lasciato, del conoscente che se n’è andato, del parente che non che l’ha fatta e di chi non è riuscito a superare la prova del Covid-19.

Intendiamoci: quei numeri, che a me parevano così asettici, sono stati da sempre qualcosa di vitale e doloroso per qualcuno: nascosto in ogni numerello dichiarato dall’unità di crisi, c’erano sempre una famiglia che perdeva un caro, amici e parenti che vivevano ore di ansia per un ricovero improvviso o, all’opposto, la gioia di chi aveva riavuto vivo un proprio amico. Devo però ammettere che non è la stessa cosa fare questa considerazione in modo teorico o sperimentare sulla propria pelle che la tua piccola esistenza è in qualche modo “raccontata” in quei grafici e che quello che pareva una fatto “epocale e globale” riguarda anche la tua banale esistenza.

È amara la consapevolezza che tutto questo fa nascere: comprendi che certo puoi gioire che il tasso di mortalità si sia ridotto del 10 o 15% ma resta il fatto che, indipendentemente da tutto,  qualcuno è stato strappato alla rete dei propri affetti, all’amore dei propri cari e al vincolo di amicizia che lo legava ad altri.

È triste constatare quanto i grafici e le statistiche, con la loro precisione matematica, siano poco capaci di raccontare quello che sta accadendo e poco abili a rendere ragione del dramma che questi fatti sta provocando nelle nostre vite.

Affetti e Legami

prendiamoci cura gli uni degli altri!

Abbiamo forse un antidoto per sopravvivere in questo tempo di quarantena forzata; c’è un piccolo segreto che può aiutarci a restare uomini anche chiusi tra quattro mura, anche costretti ad una convivenza  obbligata con i nostri familiari. Il segreto sta nel prenderci cura degli altri.

Se la paura e l’isolamento ci spingono a pensare a noi stessi, a preoccuparci per la nostra vita e la nostra salute, l’esperienza della cura verso gli altri ci stimola ad “uscire” (metaforicamente, ovvio..), a sbilanciarci, ad allargare i nostri orizzonti, anche quando essi paiono stringersi al punto tale da toglierci il respiro. Provate! È un rimedio semplice ma prezioso, a portata di mano di grandi e piccoli, di vecchi e giovani, di buoni e cattivi.

Provate a vivere le vostre giornate con il pensiero ed il cuore rivolto a coloro che amate: ai vostri cari – che calpestano con voi gli stessi metri quadrati  – ai vostri amici e conoscenti, ai vostri colleghi o compagni di sport e a tutti coloro che abitano il mondo dei vostri affetti. Provate a prendervi cura della loro felicità anche in questi giorni di lontananza; provate ad essere così generosamente creativi da inventarvi ogni modo per mostrare loro affetto, amicizia e vicinanza.

Questi giorni “pieni di niente” sono un’ottima occasione per curarvi delle vostre relazioni, anche quelle che ultimamente avete un po’ trascurato o tralasciato. Fate una telefonata a quell’amico che non sentivate da mesi; mandate un messaggio a coloro che amate, anche solo per dire loro che li state pensando; scrivete quelle parole che avreste sempre voluto dire a chi volete bene; inventatevi mille modi per sussurrare ai vostri amici “io ci sono, ti accompagno anche se non ci incontriamo!”.

È vero: occorre una po’ di sana fantasia per oltrepassare i muri fisici che ci dividono… è la fantasia degli innamorati che se le inventano tutte pur di sentire la voce dell’amato. La tecnologia, in questi tempi, è una preziosa alleata, non trascuratela! Una videochiamata su skype o hang-out non sostituisce certo il calore di un abbraccio ma quanta vita, quanto affetto possono passare attraverso una linea ADSL!

Non lasciamoci sottrarre la nostra umanità, non rinunciamo a quel “quid” che ci rende uomini ricchi di passione e compassione, di cura e dedizione, di interesse e responsabilità. Per permettiamo che il virus riduca il nostro spazio di umanità! Restiamo vivi! Restiamo autentici!