#restiamoaccanto

Oggi faccio mie le osservazioni contenute nel bell’articolo di don Davide Milani, parroco di una parrocchia del centro storico di Lecco (QUI). Osservando il deserto fisico ma anche relazionale che si è creato dentro la sua comunità, don Davide ragiona sul senso dell’imperativo (sacrosanto) sintetizzato nell’appello #restiamoacasa.

Che effetto ha questo slogan su chi nella propria abitazione – sbarrata la porta – trova per lunghi giorni solitudine, malattia, difficoltà, relazioni interrotte, ristrettezze economiche, disagio esistenziale? Facile dire #restiamoacasa come fanno i cantanti, attori e calciatori, per chi ha una dimora degna di tale nome ce l’ha, con dispensa e carta di credito cariche, attorniati da familiari affettuosi e sereni.”

La provocazione di don Davide è che l’isolamento del virus non può essere una giustificazione per dimenticarsi degli altri, per disinteressarsi di chi fatica a tenere il passo dell’esistenza e di chi, soprattutto in questo periodo, è ancora più esposto e vulnerabile. Ecco quindi la sua proposta: “Aggiungiamo quindi un altro hashtag: #restiamoaccanto.”

Ci ricorda infatti che se ci preoccupiamo solo di difenderci dal contagio del virus i conti non torneranno nemmeno cessato l’ allarme. Difendiamoci soprattutto dal male più letale che può uccidere la speranza, la voglia di vivere, la gioia di amare ed essere amati.”

La protezione di se stessi e dei propri cari (cosa sacrosanta e doverosa) chiede di essere accompagnata anche da una cura verso il fratello, nei modi e nelle forme che ci sono consentite, ma senza ipocrisie o egoismi.

Due domande fece Dio nel giardino dell’Eden, rivolgendosi all’uomo: il primo, ad Adamo, fu “dove sei?” ; il secondo, rivolto a Caino, “dov’è tuo fratello?”. In fondo non sono due domande, ma il medesimo interrogativo espresso da due prospettive diverse…

Insomma: preoccupiamoci di resta vivi, ma non scordiamo di restare umani!

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