quest’estate? ecco un consiglio!

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Giugno di LodiVecchioMese.

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Mi piaceva chiudere la rubrica, prima della pausa estiva, con una piccola consegna, una raccomandazione o un consiglio. Una cosa semplice, giù alla buona, che suonasse come un arrivederci a settembre. Il punto è che non è per niente facile suggerire qualcosa alla fine di questo periodo di pandemia (o forse solo del suo picco), dove tutti siamo stati fortemente segnati dalla solitudine, dalla sofferenza e dall’isolamento. Affrontiamo questi mesi estivi con le ossa rotte ed ancora doloranti, in uno stato di convalescenza dopo  la “malattia” che ci ha provati ed infiacchiti. L’estate che ci si prospetta poi non sarà all’altezza delle nostre aspettative: tutti investiamo moltissime attese nelle tanto agognate vacanze, raggiunte dopo un anno di intenso lavoro. Eppure sappiamo benissimo che questa estate sarà necessariamente un po’ sottotono, dal momento che la libertà di movimento non è stata ancora pienamente guadagnata. Quale può essere allora il consiglio meno inadatto per queste prime settimane di estate, quello che può risuonare il meno inopportuno possibile?

In questi giorni, grazie ad un amico, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio testo di Umberto Eco, dal suggestivo titolo “Apocalittici ed Integrati”. È un testo la cui prima edizione risale al 1964 e che ha rappresentato una pietra miliare nella scienza della comunicazione e nella filosofia dei nuovi media. Certo il testo risente delle cinquanta primavere che sono passate dalla sua pubblicazione ma, credetemi, conserva ancora una freschezza di analisi che lo colloca naturalmente tra i classici della cultura contemporanea.

Eco conia questi due termini – poi entrati nella storia – per descrivere due opposti atteggiamenti verso la (allora) nuova cultura dei media: gli apocalittici sono coloro che vedono nell’affermazione della cultura di massa la fine della cultura in quanto tale, un imbarbarimento del sapere, una mercificazione delle conoscenze; gli integrati sono invece coloro che si sono sentiti facilmente “a casa” nel nuovo clima culturale, di cui apprezzano ed enfatizzano la diffusione  e la democraticizzazione della cultura, non più considerata un privilegio di una élite.

Nell’analisi delle due diverse “fazioni”, Eco evidenzia una serie di argomenti che possono essere utilizzati per criticare la cultura di massa e che, dobbiamo ammettere, non perdono il loro valore anche dopo molti anni. Tra questi vorrei qui citarne tre, che mi paiono particolarmente utili al nostro discorso. Anzitutto Eco riconosce che la cultura di massa estremizza la dimensione della “sensazionalità”: i prodotti di tale cultura tendono a cercare effetti emotivi immediati, provocando emozioni «brute», non elaborate. Invece di rappresentare le emozioni, i media le «consegnano già confezionate», sollecitando un’emotività puramente «istintiva». In seconda battuta la cultura dei media intorpidisce la coscienza storica: moltiplicando ossessivamente le informazioni sul presente, i mass media appiattiscono la coscienza storica, concentrando tutta l’attenzione del pubblico sulla cronaca dell’attualità presente e «intorpidendo» il senso del passato. Infine, secondo il noto studioso, la cultura attuale è segnata da una pericolosa “superficialità”: i prodotti della cultura di massa sono fatti per il tempo libero e per l’intrattenimento e di conseguenza sono pensati per catturare l’attenzione del pubblico in modo superficiale. In questo modo il fruitore viene educato a un atteggiamento ricettivo caratterizzato dalla superficialità, atteggiamento che poi ripropone anche di fronte a questioni più serie ed importanti.

Ho l’impressione che il recente periodo di lockdown abbia fatto riemergere, nella coscienza collettiva, questi tre limiti della cultura di massa, delineati da Umberto Eco anni or sono. Nel bel mezzo della pandemia ci siamo trovati vittime (o complici) di un’informazione animata dalla sensazionalità, spesso assai superficiale e non raramente priva di una solida prospettiva storica che permettesse di comprendere i fenomeni in un lasso temporale che andasse oltre la settimana.

È rileggendo questo stimolante – seppur datato – testo di Eco che mi è nata l’idea di un buon suggerimento per l’estate: quello di tornare a leggere romanzi. Certo non cambieremo il mondo leggendo libri ma sicuramente inizieremo il cambiamento più difficile e più importante che possiamo attuare: quello del nostro animo. Leggere storie, non solo dona i benefici che derivano da qualunque lettura (in termini di arricchimento del linguaggio e di affinamento del pensiero) ma educa la mente ed il cuore a guardare la vita da una prospettiva diversa.

La cultura attuale ci costringe in un eterno presente, in cui le cose e gli eventi si susseguono senza una logica precisa ed un senso complessivo. I media (vecchi e nuovi) ci abituano a vivere una temporalità senza tempo, dove nulla accade veramente perché nulla lascia davvero il segno. Questo “temposenzatempo” porta, secondo Eco, ad una inevitabile conseguenza: l’uomo contemporaneo manca di progettualità, di voglia di cambiare le cose, di essere protagonista di una “storia” nella quale situazioni cambiano e crescono. Abitare una dimensione senza tempo (cosa comune per vive solo la realtà virtuale) provoca  all’irresponsabilità, alla rinuncia, alla mediocrità. Nonostante nella rete tutto sia possibile, rischiamo di attraversare la vita da gente passiva e demotivata.

Quanto Eco critica è esattamente quanto avviene invece nei romanzi, di qualunque genere e sorta: ogni storia raccontata e letta ci educa al senso del tempo, delle cose che cambiano, ci abilitano a maturare una prospettiva storica non banalmente schiacciata sull’oggi. Nei romanzi i personaggi sono impegnati in uno sviluppo esistenziale e spirituale che obbliga il lettore ad una lettura attenta, partecipata, profonda. Ogni buon romanzo ci allena ad un approccio non solamente emotivo e sensazionale all’esistenza; esso ci coinvolge in una trama in cui cuore, testa, passioni e pensieri, riflessioni e sentimenti si mescolano in una vicenda, che proprio nella sua complessità, risulta essere non solo pienamente umana ma anche riccamente umanizzante. Leggere romanzi ci colloca in una prospettiva storica che stimola la responsabilità, il protagonismo e la progettualità.

Mi paiono, quelle di Eco, delle buone argomentazioni per suggerire a tutti la lettura di un buon romanzo questa estate, sia che la passiate sotto un ombrellone che all’ombra di qualche bosco o tranquillamente a casa. Buona lettura allora, con la speranza e l’auspicio, che la compagnia discreta e mite di un romanzo ci renda tutti persone migliori.

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