Parole di carta

quella tentazione di semplificare…

Confesso che, per quanto mi sforzi, mi riesce difficile comprendere le ragioni di quei piccoli gruppi di “negazionisti” che, rifiutandosi di accettare la serietà della pandemia, gridano alla dittatura sanitaria del governo e ad una pericolosa limitazione della libertà personali e civili. Non capisco se è gente che negli ultimi mesi ha vissuto su Marte e non si è resa conto del numero spaventoso di morti che abbiamo avuto, di quanti malati hanno attraversato un calvario lungo e doloro tra ricoveri e terapie intensive e di come molti di loro, dopo tante settimane, ancora portano i segni dell’accaduto sulle loro membra. Salvo che non si pensi che la lunga carovana di camion dell’esercito con a bordo un numero spaventoso di bare fosse uno spettacolo mediatico messo in atto per spaventare il popolino ignorante…

A dire il vero, la cosa non dovrebbe sorprenderci più di tanto: ogni passaggio storico e ogni crisi che l’umanità ha attraversato hanno visto il sorgere di movimenti cospirazionisti, gruppi che trovano rassicurante indicare un nemico invisibile e potentissimo cui assegnare la colpa di tutto quello che sta accadendo. In fondo è un modo rassicurante di leggere i fatti e di affrontare la realtà: quello che accade ha un chiaro colpevole, un responsabile che è all’origine del caos che altrimenti non si riuscirebbe a spiegare. È un modo, certo facile ed illusorio, di placare l’ansia per un cambiamento che non si riesce a spiegare ed attraversare; forse si tratta di una forma di regressione infantile in cui, proprio come fanno i bambini, si da la colpa all’ “uomo nero” per ciò che sfugge al proprio controllo. Di solito non si tratta di pazzi o mitomani; più che altro sono persone che il cambiamento ha messo ai margini e che, essendo stati ingiustamente scartati dalla vita, sono ora alla ricerca di un nuovo ruolo nell’economia complessiva delle cose: il ruolo della vittima è comunque qualcosa, sicuramente meglio di non avere alcun ruolo…

Ho come l’impressione che questi movimenti negazionisti siano solo una diversa manifestazione di quella più profonda e radicale spinta populista e sovranista che anima molta parte della nostra società. Lo dico perché, in fondo, i due fenomeni condividono una logica comune, un “mind setting” identico e per certi versi inquietante. Vi è, infatti, in comune tra gli uni e tra gli altri, quella volontà di semplificare, di appianare e di banalizzare cose che in realtà semplici non sono. È la risposta semplicistica a domande complesse ciò che accomuna coloro che negano il virus e coloro che rivendicano un nuovo ruolo al popolo.  

Non è così strana la cosa, se ci pensate bene: viviamo davvero tempi complicati, spesso indecifrabili, tempi incerti che generano ansia, preoccupazione per il domani, dubbio e disorientamento. Tempi difficili da vivere e interpretare e ancora più difficili da guidare. Ecco quindi che la tentazione della semplificazione e della riduzione della complessità non è cosa così incomprensibile: se non riesci a comprendere ciò che è complesso, è molto più rassicurante crearsi l’illusione che in realtà esso sia molto semplice, quasi banale e poi accusare di complottismo e di tirannia chi si rifiuta di credere in quel “mondo semplice semplice” che la tua fantasia ha creato.

Credo ci sia un dato culturale di fondo che merita di essere sottolineato: dietro questa “voglia semplificatoria” si cela una grossa difficoltà a connettersi con il mondo reale. Alla fine dei conti, temo stia tutto lì il problema: coloro che negano non stanno negando solo il virus e la pandemia ma, in fondo, stanno rimuovendo la realtà. Il reale è sempre cosa dura, ostica, pungente, è qualcosa che sfugge sempre al nostro controllo, che destabilizza, disorienta, che ferisce e fa perdere la bussola. L’obbedienza alla realtà è sempre qualcosa di assai faticoso perché essa non è mai come la vorresti o come te la aspetteresti. La realtà è sempre altro rispetto ai propri sogni ed aspettative, mai pienamente coincidente con essi. La realtà è sempre una maestra austera e severa, poco propensa a “sdolcinerie” e favori. 

È capitato a tutti: ci sono momenti della vita in cui è bello e rassicurante rifugiarsi nei propri sogni, nelle proprie fantasie, fantasticando ad occhi aperti. È un modo per fuggire alla crudeltà degli eventi, alla insopportabilità delle cose, a dolori e disagi difficili da digerire. E tuttavia arriva poi il momento in cui alla realtà si è costretti a tornare, con essa occorre tornare a fare i conti, anche se si tratta di conti amari e salati. 

È talmente vera ed umana questa tentazione che il libro della Genesi lo racconta come ciò che, stando al principio, diventa principio e modello della vita di tutti. Che cosa è stato in fondo la prima “tentazione” dell’uomo da parte del serpente? Se leggete bene le pagine bibliche, si tratta di una dinamica di semplificazione. Dio aveva posto Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden concedendo ai due progenitori di mangiare ogni albero del giardino eccetto quello del bene del male. Ebbene, quando il serpente rivolge le sue parole tentatrici ad Eva, compie una pericolosa semplificazione: “È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?“. Certo che no! Solo l’albero della conoscenza del bene e del male era proibito! Eppure la prima tentazione (e con essa ogni tentazione) segue questo pericoloso crinale: riduce la complessità della realtà, semplificandola e banalizzandola.

Penso che sia questa la tentazione pericolosa che abita ogni nostra scelta, ogni nostra considerazione e giudizio, ogni presa di posizione e pensiero: quella di adeguare la realtà ai nostri sogni ed aspettative, quella di semplificare ciò che non si riesce a capire. La realtà è sempre altro, è sempre oltre, è sempre altrove, ad di là delle nostre idee e dei nostri pensieri. È solo obbedendo ad essa che ritroviamo la strada per restare uomini.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Settembre di LodivecchioMese

Parola e parole

attese di stabilità…

Ho letto con interesse – ma senza sorpresa ad essere onesto – l’ennesima critica a papa Francesco proveniente dalla colonne de Il Foglio. Il quotidiano dell’elefantino è diventato un habitué degli attacchi alla Chiesa di Bergoglio ed ogni occasione è buona per tirare una buona dose giornaliera di fango sull’operato del pontefice. Questa volta la scusa sono i recenti eventi che hanno toccato l’altra riva del Tevere e l’accusa, per bocca Camillo Langone, è quella di una chiesa continuamente instabile ed incerta nel procedere, mossa quasi da impulsi schizofrenici e confusionari.

Non mi interessa fare la difesa di Francesco – che a onore del vero si difende assai bene da sé – quanto raccogliere una provocazione che mi pare assai più interessate e feconda.

Già dal titolo dell’articolo capisci che qualcosa non fila “Chiesa è stabilità. Con Francesco la mia fede barcolla”. Davvero? La chiesa è stabilità… affermazione forte… ma siamo sicuri che sia anche vera? Perché ciò che il giornalista contesta alla Chiesa di Bergoglio è di essere un comunità in eccessivo movimento: “Il mio cuore ha bisogno di stabilità, Sant’Agostino, mentre la mia fede, in questo fracasso di scandali, barcolla.”.

Ma è giusto attendersi questo dalla Chiesa? Stasi, stabilità, calma, quiete, posatezza? Si cerca una Chiesa o una bella ideologia, forte e granitica, immobile ed eterna?

Se leggi le pagine dei Vangeli ti accorgi che è tutto un gran movimento: c’è gente che va e che viene, incontri, conflitti, polemiche, attraversate e camminate, salite e discese, parole dette e ribattute, contestate e accolte, gesti, movimenti, azione, cambiamenti, disorientamenti, confusione, fraintendimenti, tradimenti e rinnegamenti, estasi e terrore, pace e violenza, morte e vita… Da dove l’autore fondi questa sua – certo lecita ma non so quanto evangelica – aspettativa non so dirlo..

In fondo la fede è dynamis, forza, viaggio, uscita da sé, affidamento fiducioso e duro, conversione, cambiamento di mentalità, energia rigenerante e attesa di compimento. Una bella ideologia offre sicurezza e protezione, rassicurazione e tutele.. non certo la fede.. D’altra parte Luca ci ricorda che «Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. (…) Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio“».

Mi chiedo se infondo tante insofferenze non nascano da attese e aspettative che il nostro cuore getta sulle cose, sulle persone e anche sulle istituzioni.

Non me ne voglia il giornalista tanto pio e devoto, ma la fede è ciò che di più anti-ideologico ci sia: la fede è sequela di Uno che non sai mai dove ti può portare; è obbedienza ad una Verità che si rivela sempre in incontri destabilizzanti e disorientanti; è fiducia in Colui che è sempre altrove, sempre oltre, sempre ancora.

Pensieri e Silenzi

dopo un po’…

Dopo un po’ impari che la logica della prestazione e dell’efficienza ti rende sempre attivo e competitivo ma non per questo felice e riappacificato.

Dopo un po’ impari che non è obbligatorio essere sempre all’altezza delle attese altrui e che, talvolta, ti puoi accontentare di essere semplicemente come sei, senza frustrazioni o rimorsi

Dopo un po’ impari che le cose accadono e basta e che rimuginare su quello che è capitato è solo un modo per restare imprigionato al passato.

Dopo un po’ impari che quello che davvero scalda il cuore sono quei pochi amici con cui ti puoi concedere il lusso di essere sincero e trasparente… tutto il resto è compagnia…

Dopo un po’ impari che gli applausi ed i complimenti fanno piacere ma legare la tua felicità a queste gratificazioni effimere è troppo poco per la tua vita.

Dopo un po’ impari che i legami vengono prima dei ruoli, gli affetti prima delle funzioni, le relazioni prima dei doveri.

Dopo un po’ impari che le cose passano velocemente e che non c’è modo di trattenerle se non in un silenzio riconoscente e in uno sguardo meravigliato.

Dopo un po’ impari che non sei sempre indispensabile, anzi talvolta nemmeno utile alle circostanze, e che questa, checché ne dicano, è una buona notizia perché ti regala una libertà insperata ed una leggerezza invidiabile.

Dopo un po’ impari che non puoi piacere a tutti e così smetti di accondiscendere il prossimo per ogni cosa; alla fine dei conti quello che conta è il giudizio delle persone che ci appartengono e a cui apparteniamo. Fuori da questo cerchio, ci sono solo opinioni.

Dopo un po’ impari che non hai più voglia e tempo per occuparti delle nevrosi altrui, delle loro frustrazioni, delle insoddisfazioni e ripicche, malcontenti e rivendicazioni. Così impari a scrollarti di dosso questo peso inutile e affronti le giornate con levità ed un sorriso sulle labbra.

Dopo un po’ impari che non puoi sempre pretendere di cambiare le persone, le cose, le situazioni. A volte occorre accontentarsi di fare il proprio meglio e di addormentarsi la sera sapendo di avere la coscienza a posto.

Dopo un po’ impari che la vita è breve e che viverla intensamente è l’unico modo per onorarla.

Pensieri e Silenzi

regalare parole

È stato davvero emozionante ascoltare l’altra sera il racconto che hanno fatto del periodo del COVID la dottoressa Simona Brambilla, medico di base, Enrico Torriani, primo ammalato del mio paese e Alberto Vitale, responsabile della protezione civile in quei drammatici giorni.

La presentazione del mio ultimo libro è stato solo il pretesto per iniziare un lungo ed appassionante viaggio in quei lunghissimi mesi di lockdown, quando la vita di tutti è stata stravolta in modo profondo e doloroso. È stato un momento di ricordo e di rielaborazione collettiva di quello che è accaduto, quasi una seduta collettiva di analisi, in cui paure, frustrazioni, speranze ed angosce sono fluite come in un confessionale comunitario.

Lo scopo di quel viaggio non è stato la ricerca sentimentale di consolazioni a basso prezzo bensì la faticosa risposa ad una domanda di senso e di significato per quella terribile tappa della nostra biografia. La domanda che mi ha e ci ha guidato nel confronto e nella discussione non è stato tanto “perché è successo?” bensì “ Cosa faremo del mesi che abbiamo vissuto? Come ci cambieranno? Come affronteremo il domani?”

Personalmente ho trovato bello che un libro diventasse il punto di partenza di quel viaggio. Perché in fondo credo che il senso della scrittura stia tutta lì: scrivere è un modo per dare risonanza  a quello che abita dentro il cuore di ciascuno, creare una eco a sentimenti, pensieri ed emozioni. Ogni parola  scritta traccia una sottile linea di partenza, da cui ciascuno può iniziare la propria corsa personale….

Scrivere non è un atto frivolo o estetico ma la possibilità di gettare una luce, di aprire un sentiero, di indicare una direzione. La cosa stupefacente è che il viaggio non è predeterminato, non è un pacchetto all-inclusive. Ogni parola è solo l’inizio di un percorso, tutto personale ed originale, in cui quanto ascoltato, letto o ricordato, attiva percorsi, processi, esplorazioni.

Scrivere è regalare parole perché ciascuno trovi la propria.

Pensieri e Silenzi

back to school

Quest’anno il primo giorno di scuola ha il volto di tre ragazzine indiane che incontro ogni mattina mentre vado in stazione per prendere il treno, passando attraverso la zona industriale del mio paese. Stanno insieme alla madre ad aspettare lo scuolabus che, dalla zona un po’ periferica del paese, le accompagna alle loro rispettive scuole.

Anche stamattina le ho incontrate lungo la strada ma, credo causa covid, si stavano incamminando lungo la via tutte quattro insieme: la mamma, con in testa il tradizionale copricapo, la sorella più grande, alta e snella nel suo grembiule bianco e via via le altre due, anche loro nella classica divisa scolastica.

Guardando a loro – immagino emozionate come tutti per questo primo giorno di scuola, dopo mesi di assenza – pensavo che davvero la scuola può essere un luogo di incontro, di confronto e di scambio. La scuola è il luogo in cui, grazie alla cultura, ciascuno di noi matura e sviluppa la propria identità personale e collettiva, recuperando il senso del proprio passato e delle proprie radici e aprendosi con fiducia al futuro che siamo chiamati a costruire insieme.

La cosa straordinaria che ci insegna la scuola è che la nostra identità non è mai qualcosa di fisso, immobile o ingessato. L’identità possiede sempre una dimensione dialogica, “narrativa” direbbe Ricoeur. La nostra identità “si fa” nel rapporto con gli altri, nell’apertura con il diverso, nella relazione con l’alterità radicale che è il vicino di banco e di studio.

Se l’identità personale non assume questo aspetto, come dire, “dinamico”, progressivo e in evoluzione, allora diventa un fortino in cui difendersi, un ghetto in cui isolarsi, una trincea in cui barricarsi. Così facendo la propria identità rischia di diventare qualcosa di violento, di aggressivo e di ostile, qualcosa con cui fendere l’aria come fosse una pesante clava.

Ho il sospetto che in tante chiusure ed in tanti tristi egoismi si celi una “iniziazione culturale” mal riuscita o non terminata; lì si nasconde una alfabetizzazione delle menti e dei cuori che è restata a metà strada, certamente al di sotto del livello che connota la nostra umanità.

La scuola, oggi più che mai, è chiamata ad aprire al mondo, a tutto il mondo, nella sua ricchezza, complessità e problematicità, in cui ciascuno è chiamato a diventare se stesso proprio grazie alla compagnia che sperimenta dell’altro.

Pensieri e Silenzi

la mascherina ed il riso

Devo ammettere che in metropolitana c’è molta attenzione nell’uso della mascherina: ti accorgi che le persone la indossano con cura, coprendo bene bocca e naso, portandola non solo dentro la carrozza ma anche sulla banchina e sulle scale mobili in uscita. Confesso che è strano in Italia, vedere questo scrupoloso rispetto delle norme, quanto meno in metropolitana. È strano e allo stesso tempo consolante, perché testimonia un minimo di rispetto per gli altri che non pensavo fosse così diffuso. Meglio così, intendiamoci.

Osservando tutte queste persone diversamente mascherate, ciascuna con il proprio stile ed il proprio vezzo, pensavo come questo maledetto virus ci ha costretto a prenderci cura gli uni degli altri, magari in modo inconsapevole o obbligato, ma non per questo meno vero e importante.

Tutti coloro che indossano la mascherina infatti non lo fanno principalmente per proteggere se stessi ma per tutelare gli altri: le nomali mascherine chirurgiche infatti proteggono la bocca solo “in uscita” e non “in entrata”. La cosa bella, e a cui dovremmo forse prestare più attenzione, è che la scelta di indossare questo fastidioso dispositivo non mira all’auto-tutela ma alla protezione reciproca: esso è efficace solo nella misura in cui tutti si impegnano a rispettare questa precauzione. Se uno salisse in metropolitana senza protezione, non sarebbe la sua vita quella messa a rischio ma quella degli ignari compagni di viaggio.

Ricordate quella storiella sul paradiso e l’inferno? Quella in cui il saggio racconta che l’inferno è come una grande stanza da pranzo: ciascuno degli invitati è seduto a tavola con una enorme tazza di riso fumante davanti e due lunghissime bacchette tra le mani: purtroppo la lunghezza delle bacchette impedisce ai commensali di mangiare tutto quel bene di Dio, lasciandoli così a bocca asciutta. Lo stupore nasce quando il saggio racconta che la stanza da pranzo del paradiso è identica a quella dell’inferno. Con un’unica differenza: i commensali, usando le lunghe bacchette, imboccano i convitati seduti davanti a loro, permettendo a tutti di godere dell’ottimo riso caldo.

Chiara la logica, no? Tanto la mascherina quanto il riso ci ricordano che la nostra felicità, talvolta, consiste nel rendere felici gli altri.

Parola e parole

dove due o tre

Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome…” ecco i mi fermerei alle prime parole di questa frase del Vangelo di oggi: “dove due o tre”..

Il Maestro di Nazareth è sempre molto sobrio nelle sua affermazioni, non esagera, non vuole “bucare lo schermo”, non ambisce al titolo in prima pagina, bensì si “accontenta”, se così si può dire, di cose giù alla buona, cose feriali, quotidiane, quasi banali.

Proprio come fa in questo passaggio: pur abituato a frequentare folle oceaniche (solo alla moltiplicazione dei pani c’erano cinquemila uomini, senza contare le donne ed i bambini, come ci racconta Giovanni) quando si tratta di parlare di numeri, il suo standard è decisamente più basso e limitato.

Di “amici stretti” ne ha scelti dodici, sul Tabor erano in quattro, qui addirittura si accontenta di due o tre persone per garantire la sua presenza in mezzo ai suoi.

Pensavo a quanto stoni questa miseria di numeri di fronte alla fame di folla e di consensi che abbiamo sempre tutti noi: i nostri occhi, incapaci di apprezzare le piccole cose, hanno sempre bisogno di vedere la ressa, il pubblico, la folla. Il successo di quello che facciamo, il valore delle nostre esperienze lo leghiamo spesso alla presenza numerica, agli spettatori che hanno assistito, alla mani che hanno applaudito. “Quanta gente c’era?” è la nostra classica domanda per sondare il successo di un evento; lo share è il primo dei nostri parametri di giudizio, il numero dei like la cartina tornasole di quello che facciamo e che diciamo.

Il Maestro pare abbracciare tutt’altra filosofia: non pone nessuna soglia per il successo, nessun benchmark per la valutazione. Anzi, quando dice “quando due o tre..” sembra addirittura alludere al fatto che in fondo sia sufficiente non essere da soli. “Basta che tu non sia solo” potrebbe essere la parafrasi, forse un po’ stiracchiata, della frase del Vangelo di oggi. Già perché, a ben vedere, Dio non bada alla folla ma al cuore, non al numero ma alla qualità dei legami, delle relazioni e degli affetti.

Ecco, mi piacerebbe che la prossima volta che viviamo un’esperienza, potessero risuonare nelle nostre orecchie queste semplici parole: quando due o tre… Chissà mai che non ci aiutino a placare quella fame di successo, quella smania di apparire, quella smodata avidità di applauso che si celano sempre nelle nostre aspettative.  

Parole d'autore

Hergoland

“Siamo a questo punto con i quanti. Dopo un secolo di strepitosi risultati, dopo averci regalato la tecnologia contemporanea e la base per tutta la fisica del Novecento, a guardarla bene la teoria di maggior successo della scienza ci riempie di stupore, confusione, incredulità.

C’è stato un momento in cui la grammatica del mondo sembrava chiarita: alla radice di tutte le variegate forme della realtà sembravano esserci solo particelle di materia guidate da poche forze. L’umanità poteva pensare di aver sollevato il velo di Maya: aver visto il fondo della realtà. Ma non è durato a lungo: molti fatti non tornavano.

Fino a che nell’estate del 1925 un ragazzo tedesco di 23 anni è andato a trascorrere giorni di agitata solitudine in una ventosa isola del Mare del Nord: Helgoland, l’Isola Sacra. Lì, sull’isola, ha trovato un’idea che ha permesso di rendere conto di tutti i fatti recalcitranti e di costruire la struttura matematica della meccanica quantistica, la «teoria dei quanti». Forse la più grande rivoluzione scientifica di tutti i tempi. Il nome del ragazzo era Werner Heisenberg. (…)

La teoria dei quanti ha chiarito le basi della chimica, il funzionamento degli atomi, dei solidi, dei plasmi, il colore del cielo, i neuroni del nostro cervello, la dinamica delle stelle, l’origine delle galassie… mille aspetti del mondo. È alla base delle tecnologie più recenti: dai computer alle centrali nucleari. Ingegneri, astrofisici, cosmologi, chimici e biologi la usano quotidianamente. Rudimenti della teoria sono nei programmi delle scuole superiori. Non ha mai sbagliato. È il cuore pulsante della scienza odierna. Eppure resta profondamente misteriosa. Sottilmente inquietante.

Ha distrutto l’immagine della realtà fatta di particelle che si muovono lungo traiettorie definite, senza chiarire come dobbiamo invece pensare il mondo. La sua matematica non descrive la realtà, non ci dice «cosa c’è». Oggetti lontani sembrano connessi fra loro magicamente. La materia è rimpiazzata da fantasmatiche onde di probabilità.

Chiunque si fermi a chiedersi cosa ci dica la teoria dei quanti sul mondo reale resta perplesso. Einstein, che pure ne aveva anticipato le idee mettendo Heisenberg sulla strada, non l’ha mai digerita; Richard Feynman, il grande fisico teorico della seconda metà del XX secolo, ha scritto che nessuno capisce i quanti.

Ma questo è la scienza: un’esplorazione di nuovi modi per pensare il mondo. È la capacità che abbiamo di rimettere costantemente in discussione i nostri concetti. È la forza visionaria di un pensiero ribelle e critico capace di modificare le sue stesse basi concettuali, capace di ridisegnare il mondo da zero.

Se la stranezza della teoria ci confonde, ci apre anche prospettive nuove per capire la realtà. Una realtà più sottile di quella del materialismo semplicistico delle particelle nello spazio. Una realtà fatta di relazioni, prima che di oggetti.

La teoria suggerisce strade nuove per ripensare grandi questioni, dalla struttura della realtà fino alla natura dell’esperienza, dalla metafisica fino, forse, alla natura della coscienza. Tutto questo è oggi materia di dibattito vivacissimo fra scienziati e fra filosofi, e di tutto questo parlo nelle pagine che seguono.

Sull’isola di Helgoland, spoglia, estrema, battuta dal vento del Nord, Werner Heisenberg ha sollevato un velo fra noi e la verità; oltre quel velo è apparso un abisso.”

Tratto dall’introduzione dell’ultimo libro di Carlo Rovelli, Hergoland.

Storia e Tempi

salario e natura

Lo scorrere degli anni non ha fatto altro che aumentare il divario tra coloro che guadagnano uno stipendio “normale” e coloro che prendono cifre esorbitanti. È uno degli effetti collaterali della globalizzazione: il divario tra ricchi e poveri, o se vogliamo, tra ricchi e ricchissimi, anche nei Paesi più avanzati, cresce giorno dopo giorno.

Nel 1965 un CEO prendeva circa 21 volte lo stipendio di un suo dipendente medio. Alla fine degli anni ottanta già questo rapporto era salito a 61. A metà degli anni novanta divenne 118 e addirittura 366 nell’anno duemila. Da lì in poi è stato un po’ un sali e scendi continuo, a motivo della crisi economica di quegli anni, comunque fluttuando tra 300 ed il 350 (con un’unica eccezione nel 2009 quando il rapporto si fissò sul valore di 178). Il valore più recente, quello del 2019, evidenzia che un CEO prende circa 320 volte lo stipendio di un lavoratore medio della propria azienda.

Il dato parla da sé: anche a livello di salario assegnato a ciascun lavoratore, la società contemporanea avanza verso una progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone. Il sogno che la globalizzazione, lasciata a se stessa, portasse una naturale ridistribuzione dei beni, penso sia una illusione di cui occorra prendere consapevolezza in maniera chiara. Chi è ricco aumenta la propria ricchezza e chi è povero lo diventa sempre di più; e questo anche nelle società occidentali, dove il benessere è cosa diffusa e capillarmente distribuita.

Oggi si celebra la giornata del Creato, una occasione per riflettere sulla responsabilità verso la natura e l’impegno a tutelare e custodire il creato.

Certo questa disomogenea distribuzione della ricchezza sul pianeta, tra nord e sud del mondo, ma anche all’interno delle società più ricche, testimonia un tradimento di quella destinazione universale dei beni che è alla base di una sana e pacifica convivenza tra gli uomini. Questa fame vorace di ricchezza si riflette nel nostro rapporto del creato, svilito ad una grande “cava” da cui estrarre, con prepotenza ed irresponsabilità, quello che è funzionale al nostro smodato appetito.

In fondo “tutto si tiene”: le relazioni malate tra uomini, classi, società, comunità e popoli si riflettono sul modo disfunzionale con cui abitiamo il pianeta.