quella tentazione di semplificare…

Confesso che, per quanto mi sforzi, mi riesce difficile comprendere le ragioni di quei piccoli gruppi di “negazionisti” che, rifiutandosi di accettare la serietà della pandemia, gridano alla dittatura sanitaria del governo e ad una pericolosa limitazione della libertà personali e civili. Non capisco se è gente che negli ultimi mesi ha vissuto su Marte e non si è resa conto del numero spaventoso di morti che abbiamo avuto, di quanti malati hanno attraversato un calvario lungo e doloro tra ricoveri e terapie intensive e di come molti di loro, dopo tante settimane, ancora portano i segni dell’accaduto sulle loro membra. Salvo che non si pensi che la lunga carovana di camion dell’esercito con a bordo un numero spaventoso di bare fosse uno spettacolo mediatico messo in atto per spaventare il popolino ignorante…

A dire il vero, la cosa non dovrebbe sorprenderci più di tanto: ogni passaggio storico e ogni crisi che l’umanità ha attraversato hanno visto il sorgere di movimenti cospirazionisti, gruppi che trovano rassicurante indicare un nemico invisibile e potentissimo cui assegnare la colpa di tutto quello che sta accadendo. In fondo è un modo rassicurante di leggere i fatti e di affrontare la realtà: quello che accade ha un chiaro colpevole, un responsabile che è all’origine del caos che altrimenti non si riuscirebbe a spiegare. È un modo, certo facile ed illusorio, di placare l’ansia per un cambiamento che non si riesce a spiegare ed attraversare; forse si tratta di una forma di regressione infantile in cui, proprio come fanno i bambini, si da la colpa all’ “uomo nero” per ciò che sfugge al proprio controllo. Di solito non si tratta di pazzi o mitomani; più che altro sono persone che il cambiamento ha messo ai margini e che, essendo stati ingiustamente scartati dalla vita, sono ora alla ricerca di un nuovo ruolo nell’economia complessiva delle cose: il ruolo della vittima è comunque qualcosa, sicuramente meglio di non avere alcun ruolo…

Ho come l’impressione che questi movimenti negazionisti siano solo una diversa manifestazione di quella più profonda e radicale spinta populista e sovranista che anima molta parte della nostra società. Lo dico perché, in fondo, i due fenomeni condividono una logica comune, un “mind setting” identico e per certi versi inquietante. Vi è, infatti, in comune tra gli uni e tra gli altri, quella volontà di semplificare, di appianare e di banalizzare cose che in realtà semplici non sono. È la risposta semplicistica a domande complesse ciò che accomuna coloro che negano il virus e coloro che rivendicano un nuovo ruolo al popolo.  

Non è così strana la cosa, se ci pensate bene: viviamo davvero tempi complicati, spesso indecifrabili, tempi incerti che generano ansia, preoccupazione per il domani, dubbio e disorientamento. Tempi difficili da vivere e interpretare e ancora più difficili da guidare. Ecco quindi che la tentazione della semplificazione e della riduzione della complessità non è cosa così incomprensibile: se non riesci a comprendere ciò che è complesso, è molto più rassicurante crearsi l’illusione che in realtà esso sia molto semplice, quasi banale e poi accusare di complottismo e di tirannia chi si rifiuta di credere in quel “mondo semplice semplice” che la tua fantasia ha creato.

Credo ci sia un dato culturale di fondo che merita di essere sottolineato: dietro questa “voglia semplificatoria” si cela una grossa difficoltà a connettersi con il mondo reale. Alla fine dei conti, temo stia tutto lì il problema: coloro che negano non stanno negando solo il virus e la pandemia ma, in fondo, stanno rimuovendo la realtà. Il reale è sempre cosa dura, ostica, pungente, è qualcosa che sfugge sempre al nostro controllo, che destabilizza, disorienta, che ferisce e fa perdere la bussola. L’obbedienza alla realtà è sempre qualcosa di assai faticoso perché essa non è mai come la vorresti o come te la aspetteresti. La realtà è sempre altro rispetto ai propri sogni ed aspettative, mai pienamente coincidente con essi. La realtà è sempre una maestra austera e severa, poco propensa a “sdolcinerie” e favori. 

È capitato a tutti: ci sono momenti della vita in cui è bello e rassicurante rifugiarsi nei propri sogni, nelle proprie fantasie, fantasticando ad occhi aperti. È un modo per fuggire alla crudeltà degli eventi, alla insopportabilità delle cose, a dolori e disagi difficili da digerire. E tuttavia arriva poi il momento in cui alla realtà si è costretti a tornare, con essa occorre tornare a fare i conti, anche se si tratta di conti amari e salati. 

È talmente vera ed umana questa tentazione che il libro della Genesi lo racconta come ciò che, stando al principio, diventa principio e modello della vita di tutti. Che cosa è stato in fondo la prima “tentazione” dell’uomo da parte del serpente? Se leggete bene le pagine bibliche, si tratta di una dinamica di semplificazione. Dio aveva posto Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden concedendo ai due progenitori di mangiare ogni albero del giardino eccetto quello del bene del male. Ebbene, quando il serpente rivolge le sue parole tentatrici ad Eva, compie una pericolosa semplificazione: “È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?“. Certo che no! Solo l’albero della conoscenza del bene e del male era proibito! Eppure la prima tentazione (e con essa ogni tentazione) segue questo pericoloso crinale: riduce la complessità della realtà, semplificandola e banalizzandola.

Penso che sia questa la tentazione pericolosa che abita ogni nostra scelta, ogni nostra considerazione e giudizio, ogni presa di posizione e pensiero: quella di adeguare la realtà ai nostri sogni ed aspettative, quella di semplificare ciò che non si riesce a capire. La realtà è sempre altro, è sempre oltre, è sempre altrove, ad di là delle nostre idee e dei nostri pensieri. È solo obbedendo ad essa che ritroviamo la strada per restare uomini.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Settembre di LodivecchioMese

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