quanta fame!

Il dizionario della Treccani definisce “vorace” l’attributo di colui che mangia molto. “È riferito ad animali, per indicare il bisogno naturale e istintivo di una grande quantità di cibo per saziarsi; e per estensione a persone che, per ingordigia, eccedono abitualmente nel mangiare, o che mangiano con grande avidità”. Lo stesso vocabolario però individua pure un senso figurato per quest’aggettivo, che va al di là del mero aspetto nutrizionale: “di persona, che consuma avidamente o di cosa, che ingoia e distrugge con grande rapidità”.

Sembrerà strano, ma è proprio in questo tempo di sosta forzosa che ti rendi conto di cosa significhi davvero la parola “vorace”: in questo periodo di reclusione ti accorgi come la nostra vita sia una esistenza animata da appetiti intensi, spesso eccessivi. Pare una contraddizione: è proprio quando siamo costretti a rallentare i ritmi della nostra vita che comprendiamo come la voracità sia uno dei tratti più distintivi del nostro “way of life”.

Certo, alcuni vivono una voracità “fisica”, legata ad una quantità eccessiva di cibo da ingurgitare, ma la maggior parte di noi sperimenta un appetito più sottile e subdolo, meno visibile ma non meno pericoloso. Esiste un modo più sofisticato e, in un certo senso “sublimato”, di essere avidi. Mi chiedo se, in fondo, la voracità non abbia a che fare con quella pulsione ad avere sempre “la bocca piena”, i denti in movimento, la digestione attiva. Forse è vorace colui che non tollera la fame, che non controlla l’impulso di gettarsi su  un piatto fumante davanti a sé, che non sa rinunciare ad uno stomaco sempre sazio ed appagato.

Ebbene, in questa nostra società in cui il cibo (almeno nel nostro ricco occidente) non è più un problema, la voracità si declina e si maschera in mille modi diversi, talvolta velati o addirittura occulti.

È ingordigia quel nostro bisogno di essere sempre in movimento, sempre indaffarati, perennemente occupati e preoccupati. È fame di cose da fare, di impegni da affrontare, di ore da riempire e giornate da ingolfare. È un bisogno compulsivo di attività, di frenesia e di agitazione. Pensateci: ci lamentiamo frequentemente per i troppi impegni ma mal sopportiamo qualche giorno di inattesa sosta come quella che stiamo vivendo. Diventiamo inquieti, irascibili, infastiditi per le cose da fare che ci mancano e di cui ci lagnavamo.

È voracità pure la nostra fame di legami sempre disponibili e pronti, quell’istinto alla socialità che non ci consente mai di stare qualche minuto da soli, in compagnia della nostra sola interiorità. È fame di relazioni, di amicizie ed affetti sempre a “portata di mano”, nella quali l’assenza non è tollerata, la distanza negata, il silenzio maledetto. C’è una bramosia di relazioni calde e gratificanti, di amicizie “take-away”, di appagamenti emotivi a basso prezzo, come pannicelli caldi da metter sull’anima. 

È da annoverare sotto il medesimo termine pure quella pulsione a voler sempre in rete, sempre connessi, sempre aggiornati ed informati; è vorace quell’istinto che ci spinge a controllare il cellulare ogni due minuti, a verificare la posta con ossessiva frequenza, spaventati, anzi terrorizzati, dal solo pensiero di “perdere una notizia”, un messaggio, una informazione. Questo ha a che fare, per esempio, con quel fastidio che proviamo non appena scendiamo dall’aereo e che ci obbliga a controllare il cellulare per vedere cosa sia successo in quelle due ore di volo. È una cupidigia di connessione, forse legata al bisogno di ricevere continuamente stimoli, sollecitazioni, input. C’è fame di eccitazione, di effervescenza dei sensi, come se la vita meritasse di essere vissuta solo con tanta ossitocina in circolo.

Vi è – come dimenticarlo – una voracità relativa al denaro: esso non è mai abbastanza, non basta mai e questa “fame” ci spinge ad accumularne in maggior misura, inappagati di quello che si possiede e si gode.

La voracità è una malattia dell’anima che si esprime in mille forme e circostanze. Eppure c’è una cosa che lega queste mille manifestazioni: l’incapacità di godere di quello che si è e che si ha. Si è sempre alla ricerca di “cibo” giacché quello che si ha di fronte non lo si ritiene sufficiente a placare la fame. Vale per il cibo, ma anche per le amicizie, le conoscenze, i soldi, i sensi, le gratificazioni, gli applausi, i complimenti e le soddisfazioni. È una pulsione all’insegna del “di più”, “ancora”, “non basta”.

Forse, come dicevo, è proprio quando ci fermiamo, che ci rendiamo maggiormente consapevoli di quegli appetiti che ci muovevano e delle voglie che ci animavano.

Gli antichi avevano trovato un nome al rimedio contro la voracità: la chiamavano “temperanza”. Essa non è tanto la scelta di non mangiare quanto la volontà di non soccombere alla voracità. È la virtù di sa gestire i propri appetiti senza lasciarsi sopraffare. È la capacità di riconoscere i propri istinti, bisogni e desideri ma scegliendo liberamente il modo ed il tempo per onorarli.

Forse in questo tempo di “assenza” (di contatti, di relazioni, di progetti, di spostamenti, etc.) siamo tutti messi di fronte alla dolorosa sperimentazione del vuoto che abita, inevitabilmente, la nostra vita e alla impossibilità, per lo meno temporanea, di riempire questi vuoti con surrogati e facili compensazioni. “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia?” scriveva otto secoli prima di Cristo il profeta Isaia. Forse che, “grazie” alla pandemia, quelle parole non tornino a risuonare anche oggi nelle nostre orecchie?

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Novembre di LodivecchioMese

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