Storia e Tempi

Loujain e Zhang

È di oggi la notizia di due donne condannate al carcere in due zone diverse del pianeta: Loujain al-Hathloul è stata condannata a 5 anni di prigione in Arabia Saudita in quanto nel 2018 è stata sorpresa a guidare la sua automobile; a Zhang Zhan sono invece stati invece inflitti 4 anni di detenzione dal governo cinese in quanto è stata giudicata colpevole di aver diffuso notizie false durante la campagna informativa messa in atto dalla giornalista nelle primissime fasi della pandemia a Wuhan. I reportage di Zhang hanno permesso di rompere il cordone informativo innalzato dal governo di Pechino quando la diffusione del virus aveva iniziato a preoccupare la comunità internazionale. Due donne e due condanne analoghe, accompagnate, stando ai report delle organizzazioni non governative, da torture, intimidazioni, violenze e soprusi.  

Ieri abbiamo tutti celebrato il V-day, giorno in cui in tutta Europa è iniziata una campagna vaccinale epocale. Impressiona lo sforzo compiuto dalla comunità scientifica nel raggiungere un simile risultato in così poco tempo (ovviamente paragonato al tempo di preparazione di precedenti vaccini). Stupisce il progresso della ricerca scientifica, le competenze accumulate, le conoscenze maturate. Meraviglia quanto il nostro controllo del cosmo abbia fatto passi da giganti in questo ultimo secolo. Allo stesso tempo però impressiona quanto diritti elementari e apparentemente scontati, siano ancora oggi violati nel pianeta.

Insieme a quella per il vaccino, forse c’è un’altra corsa planetaria da fare, tutti insieme: quella che passa per il riconoscimento ed il rispetto della dignità di ogni uomo che nasce su questa terra. Ci sono troppi diritti ancora calpestati, troppe dignità negate, in Cina come in Arabia, in Italia come nella ricca Europa. Ahimè non sempre al progresso scientifico e tecnologico è corrisposto un equivalente progresso etico ed umano. Non sempre diventare più sapienti significa diventare più uomini.

Storia e Tempi

Buon Natale!

Dipendesse da me, qui sarebbe Natale sempre e le luci non vengono spente se non lo dico io” canta Ligabue nel suo ultimo intrigante successo. “Dipendesse da me, il telefono suonerebbe solamente notizie belle e bella compagnia. Dipendesse da me, non saresti là fuori in giro, ma sapresti che cosa fare e lo saprei anch’io. Dipendesse da me, capiremmo un po’ tutti tutto, ci sarebbe comunque campo in questa galleria”.

Già: dipendesse da me le cose andrebbero diversamente, senza intralci, senza problemi, senza intoppi. Dipendesse da me le relazioni sarebbero più facili, il lavoro più tranquillo, gli impegni meno gravosi, i ritmi più sereni, le parole senza fraintendimenti. Dipendesse da me, quante cosa si farebbero in modo diverso. E invece no! Le cose vanno come se non dipendessero mai da me, spesso nascono storte, si inceppano sulla via e si complicano sul finale. Le cose seguono sempre una loro logica che raramente coincide con la mia.

Accade un po’ la stessa cosa ai pastori del racconto di Luca: passano la notte in attesa a vigilare il gregge per poi rendersi conto che il loro vegliare era rivolto verso altro: la nascita del Figlio da sempre atteso. E dalla sonnolente custodia del gregge sono spinti dagli Angeli a mettersi in cammino per raggiungere una mangiatoia in cui il neonato è stato deposto.

In fondo il Natale è questo: è ascoltare un annuncio di gioia che non dipende da noi; è udire la promessa di un compimento che non dipende da noi; è rallegrarsi per una pace che è solo dono. Natale è accoglienza di una luce che squarcia le tenebre della notte non per un nostro merito, né come frutto di un nostro impegno. Il Natale ci rammenta che il segreto della vita non dipende da noi;  e che la durezza della realtà, per quanto indisponibile alla nostra presa, non la rende meno affidabile. Il Natale ci ricorda che la gioia nasce quando accettiamo che quanto non dipende da noi diventa l’invito per nuovi cominciamenti.

Buon Natale, amici! Buon Natale a voi che avete la bontà di seguire questo blog!

Parole di carta

salviamo il Natale!

Ricordate la favola “Come il Grinch rubò il Natale” (il titolo originale “How the Grinch Stole Christmas!”)? Si tratta di un racconto per bambini scritto in versi in rima da Dr. Seuss, pseudonimo di Theodor Seuss Geisel. Pubblicato nel 1957 è diventato con il tempo una sorta di “Pinocchio” degli americani, un classico della letteratura per bambini di tutti i tempi. La storia venne resa celebre, nel 2000, dall’omonimo film campione di incassi, diretto da Ron Howard con Jim Carrey nel ruolo del Grinch.

La storia narra delle vicende accadute nel fantastico paesino di Chinonso durante i preparativi per il Natale Tutti sono indaffarati a comprare e spedire regali e solo in questo sembra risiedere il senso del Natale. La piccola Cindy cerca di cambiare le cose invitando alla festa il Grinch, un essere verde e peloso che vive con gli oggetti prelevati dalla discarica sulla cima del monte Bricioloso. Il Grinch, seppur riluttante accetta l’invito, ma durante la preparazione dei festeggiamenti riemergono le frustrazioni che aveva dovuto subire da piccolo. Decide allora di vendicarsi rubando tutti i doni, alberi di Natale compresi. Scatta allora l’impegno di Cindy e di tutti protagonisti per salvare il Natale dalle minacce di Grinch, con l’inevitabile lieto fine  garantito come in tutte le fiabe che si rispettino.

Ho pensato alla storia del Grinch quando, in questi giorni, ho ascoltato innumerevoli appelli a salvare il nostro Natale, a difendere la più importante festa dell’anno dalla pandemia COVID, moderno Grinch di questo tumultuoso duemilaventi. Al grido “salviamo il Natale”, la battaglia sta divampando su vari fronti: anzitutto quello economico. Il Natale rappresenta una fetta importante di guadagni per moltissime categorie di lavoratori e lo sforzo si concentra a non ridurre consumi e spese e a non contrarre il volume degli affari proprio in questa ultima parte dell’anno.

La battaglia si accende anche nella difesa delle tradizioni, delle usanze e delle celebrazioni. Il Natale forse è la festa dell’anno che più ha inciso nel costume dei popoli europei, tanto da condizionare la cucina, gli addobbi, i vestiti, i comportamenti, le usanze, i riti e gli affetti familiari. A Natale si fanno il presepe e l’albero quasi in ogni casa, arricchita pure da altri addobbi colorati; si mangiano panettone e pandoro e molti altri piatti tipicamente natalizi; a Natale si sfoggia l’abito migliore, si organizzano rimpatriate famigliari, accompagnate da lauti pranzi e cenoni; per questa occasione ci sono canti e nenie dedicate, una diffusa tradizione di scambiarsi regali ed auguri; a Natale ci sono concerti, cori, spettacoli e rappresentazioni; solo a Natale senti nell’aria quel senso di festa, di pace e di serenità. Sono tutte cose che il COVID rischia di compromettere e che, secondo alcuni, meritano una degna difesa.

Non dimentichiamo la battaglia in difesa dei riti e delle celebrazioni: anche questa sta impegnando molte energie! Anche se è la Pasqua il cuore dell’anno liturgico, è il Natale la festa più sentita da credenti e non credenti. La messa di mezzanotte è un rito anche per chi vive una fede distante o tiepida. La visita al presepe, l’accensione di un cero, i canti tradizionali appartengono un po’ alle tradizioni del Natale a cui pochi vorrebbero rinunciare. Per alcuni poi il Natale diviene un evento identitario, segno indelebile della cultura cristiana, luogo simbolico di resistenza e di difesa contro l’incalzante post-modernismo. Natale diventa così l’emblema di una storia culturale da difendere giacché la si percepisce minacciata; è come un totem da venerare in maniera un po’ ossessiva e assillante.

Eppure mi chiedo se questo Natale così strano non possa trasformarsi nell’occasione, forse temuta ma davvero benedetta, di cambiare prospettiva, di vivere una conversione dello sguardo e del cuore. Mi chiedo se questo tempo di COVID non sia l’opportunità che la vita ci offre non di “salvare il Natale” ma di “lasciarci salvare dal Natale”.

Forse è giunto il tempo in cui il Natale torni ad essere qualcosa da attendere e non da preparare, un evento da accogliere e non da fare, una festa da celebrare e non un party da organizzare. Non sarebbe bello, almeno per quest’anno, se “lasciassimo fare” al Natale? In modo che esso possa suonare come una sorpresa nella nostra vita, coma un annuncio insperato, come una notizia non scontata e prevedibile. Non sarebbe bello se a Natale ritrovassimo la sorpresa di una Gioia gratuita, eccedente, straripante, che non sia frutto dei nostri sforzi, dei nostri calcoli e progetti? Una Gioia donata ed impensabile, come quella che gli angeli hanno annunciato a dei pastori un po’ assonnati nel cuore della notte…

Proprio in questo tempo di malattia, isolamento e fatica, come sarebbe bello lasciarci salvare da un Natale che annuncia la Novità di una Compagnia, il Germoglio di una Speranza, la Promessa di una Consolazione; e che proclama con gaudio che la nostra carne, per quanto debole e malata, è luogo in cui la Vita trova stabile dimora;

Personalmente ho tanto bisogno di trovare una parola di salvezza in questo Natale tanto particolare: una parola che mi ricordi il miracolo di ogni ricominciamento, lo stupore spaesante di ogni nascita, la meraviglia inattesa di ogni inizio. Magari mi sbaglio ma penso che la fame di vita e di speranza che ciascuno di noi sperimenta in questi tempi bui di pandemia, potrà trovare una qualche consolazione solo se sapremo abbassare la guardia e permettere al Natale di venire in aiuto delle nostre esistenze.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Dicembre di LodiVecchioMese

Parole di carta

Ibra, Leopardi ed il Natale

“Try to stop me”, “provate a fermarmi” è il messaggio postato in una storia di Instagram da Ibrahimovic insieme al video che lo vede correre in solitaria nella neve. La memoria, scherzi dell’età, mi rammenta un’altra dichiarazione di un altrettanto celebre protagonista del calcio nostrano. È di un Antonio Conte di annata che sentenzia alla stampa: “La parola paura non fa parte del mio vocabolario”.

C’è sempre molto machismo nei nostri calciatori, eroi che non temono la sconfitta, la paura ed il limite. È gente “speciale”, che sa superare gli ostacoli che si materializzano nella loro personalissima corsa verso il successo. Nulla può fermarli, nulla li fa inciampare o retrocedere. Il loro procedere è sempre coraggioso, al limite della boria e dell’arroganza, con quella tracotanza tipica di chi sa di avere una marcia in più rispetto agli altri. Il successo, la popolarità, la ricchezza e la sovraesposizione mediatica li trasformano in semi-dei, uomini quasi divini che sfuggono alle normali fatiche e limitazioni di noi, gente comune. Le loro parole gli atteggiamenti e le esibizioni alimentano questo mito senza tempo, il nuovo misticismo della contemporaneità, la religione laica del successo.

È davvero strana questa cosa perché ho l’impressione che diventare uomini significhi esattamente la cosa opposta: accogliere ed integrare la nostra dimensione di finitezza, di limite, di misura. Diventare uomini forse significa abbandonare quella pretesa onnipotente ed un po’ onirica della fanciullezza, che ci illudeva di essere tutto, di potere tutto, di essere speciali, imbattibili, unici.

L’essere umano è colui che ha il coraggio e l’audacia di accogliere la propria finitezza come dimensione intrinseca e costitutiva della propria esistenza. È colui che non ripudia o rifiuta il limite che lo abita ma che lo sa rendere luogo da cui slanciarsi verso l’Oltre, verso l’Altro, verso l’Infinito. È l’esperienza che il giovane Leopardi fa osservando la siepe sulla celeberrima collina di Recanati: lo sguardo infranto sulle foglie e le frasche, diventano per il poeta il trampolino per naufragare in un mare infinto, in un viaggio non impedito ma propiziato dal limite visivo imposto al suo sguardo.

È in fondo il senso del Natale che a breve celebreremo: il tutto diviene frammento, direbbe Von Balthasar, la Vita diviene carne, finita, limitata, storicamente e geograficamente collocata. È la prima legge che il Figlio è chiamato a rispettare: prima che quella mosaica, Egli obbedisce alla legge della nascita, che fa del Figlio un figlio umano, fatto di cellule e di carne, di emozioni e di sogni.  Potremmo dire che diventare uomini forse significa accogliere ed onorare la nostra dimensione filiale, il nostro essere posti nell’esistenza senza che lo volessimo ed in una condizione di limite e di finitudine.

Eppure il Natale ci dice – sta forse qui la Buona Notizia – che questo limite è luogo affidabile e benedetto, è spazio di incontro e di pienezza, è condizione ed occasione per accogliere e abitare un Senso eccedente.

Non me ne voglia il caro Zlatan: non si diventa uomini ignorando o sfidando i propri limiti, bensì accogliendoli, nella propria vita, come un’affidabile promessa.

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 18 Dicembre 2020.

Storia e Tempi

in coda per il pane

Pareva una fila infinita quella ripresa da un videoamatore in viale Tibaldi a Milano: secondi e secondi in cui la telecamera di un telefonino testimonia la lunghissima coda di persone in attesa, che avanzano un passo alla volta in un interminabile serpentone fatto di giovani e anziani, gente con il bastone e le stampelle e mamme e papà a spingere il passeggino.

È una umanità variegata quella che attende sul marciapiede della più moderna e ricca metropoli italiana: non per acquistare l’ultimo modello di hi-phone o per guadagnarsi le primissima uscita delle nuove scarpe di grido. No, quella coda nasce davanti all’ingresso della mensa della ONLUS Pane Quotidiano. Quelle persone sono molto semplicemente in attesa di poter pranzare, di mettere qualcosa sotto i denti e nello stomaco.

Vi confesso che guardare quel video, rilanciato ormai da tutti i principali siti online, è come ricevere un pugno allo stomaco: stenti a credere che nel 2020 possa esistere un così enorme popolo che non riesce a nutrirsi e che deve ricorrere alla solidarietà per poter mangiare.

Si resta sbigottiti come faccia notizia la possibile apertura o chiusura delle piste da sci per Natale e non creino un slancio di pubblica indignazione le immagini di uomini e donne in coda per il pane. Badate: non si parla di istruzione, di accesso alle professioni, di parità di diritti o che altro, ma di pura sopravvivenza. Si parla dell’atto elementare di mangiare per vivere, per poter dormire senza i crampi della fame.

Confesso che guardando quelle immagini, non mi vengono pensieri rivoluzionari o pauperistici, nessuna rabbia antisistema o disprezzo per il modello economico. Sento solo tanta amarezza ed un po’ di imbarazzo nell’assistere a questa “colonna di dannati” costretti a elemosinare un pezzo di pane. Provo un po’ di vergogna per i miei capricci e le mie continue insoddisfazioni, le mie rivendicazioni senza ragione e i miei malcontenti quotidiani.

Forse non servono rivoluzioni sociali, che, tra parentesi, nella storia non hanno mai risolto un granché, ma la capacità di restare uomini, con un cuore ed una coscienza indisponibili a voltare lo sguardo da un’altra parte. Ci serve davvero un cuore ed uno sguardo nuovi, che siano in grado di guardare ai fratelli con compassione e solidarietà e che siano capaci di osservare il bene che i nostri occhi non sono disponibili a riconoscere nella nostra vita.

Che il Natale non manchi di regalarci, tra i tanti doni che ci attendono, anche un po’ di umanità.

Parole d'autore

abitare l’attesa

Ci pare, tante volte, di non attendere più niente e nessuno, di essere definitivamente fuori gioco, con la vita ormai risolta, le porte e le finestre chiuse. Oppure concediamo una disponibilità soltanto fino a una certa data, quasi cronometrassimo la nostra apertura alla volontà di Dio. L’attesa, invece, è l’atteggiamento spirituale di chi comprende che la propria esistenza s’illumina solo se vissuta continuamente in relazione. È di questo che parla l’Avvento. Mi torna in mente una metafora creata da Antoine de Saint-Exupéry nel suo straordinario libro “Cittadella”. In esso lo scrittore medita a lungo circa la figura della sentinella posta sulla frontiera con il deserto profondo. Nelle sue ronde continue, non di rado segnate da dura solitudine, la sentinella capisce di non essere sola: porta dentro di sé, latente, un regno intero. Succede anche a noi, in tante tappe del nostro cammino, di vedere davanti a noi un deserto sovrano e, dietro di noi, la notte senza fine. In quei momenti il nostro cuore viene assalito da domande che lo fanno vacillare, e non sappiamo più chi siamo, che cosa stiamo lì a fare o a cosa serva tutto questo che ci tocca vivere. Eppure, tanto nelle ore felici come nelle ore dilemmatiche, il Natale viene a ricordarci che noi abitiamo l’attesa come sentinelle di un regno invisibile.

José Tolentino Mendonça su Avvenire del 12 dicembre 2020

Parola e parole

Dove sei?

“Dove sei?” chiede oggi Dio ad Adamo nel racconto di Genesi. Mamma mia che domanda! Forse solo Dio può fare una domanda simile. “Dove sei?” pare una domanda ingenua, semplice, diretta… eppure è una domanda che disorienta, che destabilizza e che, in un certo modo, inquieta.  

Quelle due semplici parole arrivano come una fucilata in pieno petto, come uno schiaffo dato a viso aperto. È un interrogativo che Dio pone ad Adamo, ma, siamo onesti, lo sentiamo come diretto a ciascuno di noi. “Dove sei? Dove siamo?”

È difficile sfuggire alla nudità di questo quesito, giacché proprio la sua schiettezza lo rende difficilmente aggirabile. È complicato addurre scuse, trovare scorciatoie o vie di fughe. Inutile inventarsi perifrasi o elaborate circonvoluzioni: questo interrogativo, proprio nella sua semplicità, giace come una pietra difficilmente scansabile dal nostro cammino. Che lo si voglia o no, su quelle due paroline ci si inciampa e si rischia pure di cadere.

Perché, vedete, quelle due parole in realtà ne richiamano immediatamente altre due, forse meglio quattro, che fanno loro compagnia: “Da dove vieni?” e “Dove vai?”. In fondo, se la vita è movimento, chiedere la “posizione” implica necessariamente anche interrogarsi sulla provenienza e sulla destinazione…e lì le cose si fanno davvero complicate.

“Dove sei?” è un invito a fare il punto della situazione, a tracciare un veloce bilancio, a compiere una rapida valutazione della nostra esistenza: dove mi trovo? Dove sono arrivato nel mio cammino? Quanti desideri ho realizzato? Quante cicatrici segnano il mio volto? Quanti incontri ho celebrato, quante mani ho toccato, quanti sguardi incrociato?

Ma fermarsi a riflettere è già porre queste domande dentro ad una storia, dentro un passato che mi ha generato e dentro un futuro verso cui sono rivolto. Ecco perché chiedere “dove sei? è già assumere uno sguardo panoramico, capace di abbracciare ieri, oggi e domani.

Quelle due parole si rivelano capaci di scavare il solco del dubbio, come le tarme sanno fare anche con il più solido dei legnami.

Dobbiamo fare molta attenzione a certe domande facili facili, che, miti ed ingenue, entrano nel nostro cuore come innocui ospiti. Rischiano, primo o poi, di esploderci dentro, come la più astuta delle armi.

Storia e Tempi

together we can!

Together we can” – Insieme possiamo,  è lo slogan della giornata mondiale del volontariato 2020. È il giorno in cui si celebrano le milioni di persone che ogni anno in Italia ed in tutto il mondo, dedicano del loro tempo per gli altri, negli ambiti più disparati: dalla protezione dell’ambiente alla sanità, dallo sport all’educazione, dall’assistenza alla cultura. Sono davvero innumerevoli le occasioni in cui ogni giorno incontri una persona che compie un gesto, presta un servizio o mostra una disponibilità in modo totalmente gratuito, senza pretendere nulla in cambio e senza un interesse personale.

La nostra piccola comunità locale è l’emblema di questa “cultura del dono” che anima profondamente il nostro vivere sociale: sarebbe difficile nominare tutte le associazioni che nella nostra città vivono questo slancio tanto nobile quanto disinteressato. Penso a quello che viene fatto per i giovani, gli anziani, le famiglie in difficoltà, i disabili, la cultura, il patrimonio artistico, i bambini ed i ragazzi, lo sport e le povertà e so bene che la lista è ampiamente incompleta.

In una società che esalta il profitto, elogia il risultato, che incensa il guadagno, siamo onesti, questo popolo di volontari pare davvero vivere su “un altro pianeta”. Ore tolte al riposo e alla famiglia, allo svago e al legittimo ristoro, per regalare tempo per gli altri, sapendo che spesso manco un “grazie” ricompenserà tanto impegno e che, anzi, ci si esporrà a critiche e polemiche, commenti acidi e la solita arroganza dei “leoni da tastiera”.

È vero: bisogna essere un po’ “gente di un altro mondo” per fare volontariato: gente che segue logiche alternative, sogni incomprensibili ai più, ambizioni che non incontrano il gusto comune.

È gente sognatrice, forse un po’ pazza o, se vogliamo, illogica; gente che crede ancora nella forza delle relazioni, nel potere del dono, nel valore della disponibilità. È gente che crede in un “noi” che sappia includere tanti “io”, che stima il valore della comunità come un bene prezioso e insostituibile nella vita di ciascuno.

È gente che prepara, concretamente e non solo a parole, un domani migliore, più giusto e solidale, più inclusivo e accogliente.

Scrive il presidente Mattarella nel suo messaggio per questa giornata “In questi mesi, i volontari hanno svolto con dedizione e altruismo un ruolo fondamentale, dedicando spontaneamente il loro tempo alle persone in difficoltà. Nel rimanere vicino a chi soffre, ai più deboli, a chi ha bisogno di aiuto, i volontari hanno spesso sacrificato la propria salute, perdendo in alcuni casi anche la vita pur di donare aiuto.” E aggiunge “Il volontariato nel nostro Paese ha radici lontane, è un importante volano di solidarietà ed è stato artefice, lavorando in sinergia con i territori, di un profondo cambiamento sociale che ha migliorato la qualità della vita della collettività”. Se questo è vero ovunque, a Lodi Vecchio queste parole suonano con particolare intensità.

Affetti e Legami

pianto di vita

Certo si piange di dolore, per una sofferenza che ha lacerato il cuore e che la bocca manco riesce ad esprimere. Si piange perché quella disperazione non trova altro modo per venire alla luce, giacché ogni pensiero ed ogni parola paiono impotenti a raccontarne il dramma.

Si piange anche di gioia: ci sono momenti tali di felicità, di contentezza e di commozione che le lacrime sorgono come il sigillo di un gaudio interiore, come una benedizione che dal viso scende fino all’anima. Sono attimi di estasi, di rapimento, di turbamento in cui il cuore viene scosso come i rami in una ventosa giornata autunnale.

E poi si piange “di vita”: il pianto nasce nel momento in cui la Vita rivela il suo lato eccedente e straordinario, in cui il tempo diviene Kairos, manifestazione, rivelazione, Aletheia, svelamento della bellezza nella sua cruda nudità. Sono attimi in cui il Mistero delle cose germoglia nelle pieghe della vita, nella banalità delle ore, nelle ferialità del tempo. Ecco che le lacrime sono lì a testimoniare quel di più di esistenza in cui siamo entrati in contatto, quel nucleo incandescente della terra che talora getta zampilli della sua lava sulle nostre piatte giornate.

Si piange quando la Vita ci si mostra in tutta la sua profondità ed eccedenza, misteriosità e spessore. In questi “strani” momenti le lacrime non raccontano gioia o dolore, fatica o contentezza, disperazione o rapimento. Quel pianto tradisce il miracolo dell’incontro, la meraviglia per l’esistenza, lo spaesamento della Vita.

Benedette quelle lacrime! Benedette quel “pianto di vita” che ci strappa dalla volgarità delle cose per aprirci allo sbigottimento del Mistero.