Parole di carta

tempesta di sabbia

A breve taglieremo il triste traguardo dell’anno da quando tutto questo caos è iniziato: era il febbraio di un anno fa quando i primi casi di contagio venivano diagnosticati a Codogno, aprendo un periodo di pandemia nel quale siamo ancora tutti immersi. Dodici mesi lunghi e tristi, con brevi e fugaci finestre di normalità, intervallate da infiniti periodi di reclusione, isolamento e prigionia. Sono stati giorni e giorni di stasi, di rallentamento in tutte le attività, quasi un tempo sospeso in cui la normalità di tutti i giorni è stata interrotta da una quiete irreale e faticosa.

Eppure, ho sempre più l’impressione che sotto la bonaccia del mondo, la vita stia scorrendo intensa e gagliarda, per nulla intimorita dalla sosta imposta dal virus. L’esistenza scorre un po’ come quei fiumi carsici che fluiscono nella profondità della terra, pronti a riaffiorare in superficie non appena sarà concessa loro l’occasione. Fuori di metafora, se è vero che la vita è stata in qualche modo rallentata e paralizzata nella sua dimensione sociale, quella che sgorga nello spazio intimo dell’interiorità ha subito, forse per contrappasso, una decisa accelerazione: fuori tutto è fermo ma dentro di noi le cose vanno in modo assai diverso, in un movimento di cambiamento, crescita e conversione.  Se è vero che, speriamo a breve, riprenderemo tra le mani le cose frettolosamente abbandonate un anno fa, è altrettanto vero che il tutto sarà profondamente diverso: non perché le situazioni, ad un anno di distanza, saranno cambiate, ma perché saremo cambiati noi.

Più parlo con le persone più mi convinco che quest’ anno è passato come un uragano nel cuore della gente, come una di quelle bufere che spazzano via tutto, cose e persone, e che esigono, dopo il loro passaggio, una paziente opera di ricostruzione. Non so se, come molti dicono, nulla sarà più come prima, ma di una cosa sono sicuro: noi non saremo più come prima, perché quest’anno, nel bene e nel male, ci avrà segnato, lasciando profonde cicatrici nella nostra anima e nei nostri sensi, oltre che sui nostri corpi. Scrive Gramellini sul Corriere di qualche giorno fa: “Quando tutto il mondo avrà fatto il vaccino (…) ci sentiremo come chi è reduce da un grave incidente. (…)  Anche a noi toccherà reimparare (o imparare tout court) ad avere fiducia negli altri, e prima ancora in noi stessi”.

Penso che prima ci convinceremo che ci sarà un trauma da rielaborare, dei gesti da rieducare e una nuova normalità da recuperare, prima propizieremo il nuovo inizio che ci attende. Confesso che trovo un po’ ridicoli, e talvolta patetici, i tentativi di alcuni che s’illudono di “rimettere in moto la macchina” come se si fosse fermata per un piccolo guasto trascurabile, come se bastasse una revisione veloce per rimetterla in strada. Temo che, ahimè, la macchina non riprenderà la sua corsa, non perché il danno è serio, ma perché il guidatore avrà cambiato sguardo, meta e direzione.

Scrive Haruki Murakami “E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. (…) Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”.

Questo mio articolo è stato pubblicato su LodiVecchioMese di Gennaio

Parole di carta

la famiglia, tra bellezza e fatica

Vi confesso che trovo una certa retorica “familista” un po’ fastidiosa, oltre che irritante: tutta questa enfasi posta sull’idillio della vita familiare, sui valori e le tradizioni del vivere insieme, questa esagerazione dei legami familiari, spesso idealizzati ed irreali. Mi chiedo se gli autori di questi incensamenti abbiano mai vissuto in una famiglia in carne e ossa, fatte di persone concrete, di figli che crescono e di mogli e mariti che condividono ogni passaggio della vita.

Non vorrei deludere qualche anima buona e pia ma vivere in famiglia ha ben poco di poetico e di sentimentale. O meglio, essa regala momenti di estasi e di poesia ma questi sono benedetti attimi di felicità, intramezzati da tantissima banalità e fatica, da molta “normalità” che a volte non ha nulla né di eroico né di sensazionale. Mi fanno sorridere certe descrizioni patinate e un po’ agiografiche della vita familiare, generalmente tessute da chi conduce una vita solitaria e di famiglia ne ha sentito parlare solo nei libri.

Talvolta in famiglia accadono le peggiori cose: basta sfogliare qualche pagina di cronaca di un quotidiano per constatare che in famiglia si compiono delitti, soprusi e violenze: c’è indifferenza e povertà, litigi e contese, vendette e risentimenti. Chiedete a qualcuno che ha perduto un caro quanti appetiti si scatenano attorno ad una piccola eredità o ad un lascito. Chiedete a chi ha un padre assente o addirittura violento quanta fatica prova al pensiero di dover far rientro a casa. Chiedete a chi ha un parente anziano da accudire, un figlio disabile da accompagnare, un malato da assistere o un defunto da piangere. Chiedete a chi ha subito un tradimento o un abbandono e saprete quanto la casa talvolta divenga una prigione soffocante e gli affetti familiari appesantiscano l’aria tanto da renderla irrespirabile.

Certo, mi direte, la famiglia non è solo fatica e dolore: c’è pure molta felicità e spensieratezza, molta soddisfazione e compiacimento. Eppure, in famiglia, tutta questa bellezza è come “impastata” con fatiche e tentennamenti, con rammarichi e malcontenti. La gioia della famiglia non ha nulla a che fare con le frasi dei baci Perugina o le pubblicità del Mulino Bianco. È una gioia “dura”, sempre acerba, un po’ ruvida, talvolta ispida, che dona pace in modo singolare, mai pieno, mai appagato.

La famiglia educa alla vita proprio perché è luogo in cui gioia e dolore, speranza ed angoscia, successo e sconfitta, amore e odio, intimità e ferocia si mescolano in un modo straordinario ed esemplare. La famiglia è spazio in cui l’esistenza manifesta la pienezza dell’umano, la profondità degli affetti, la straordinaria forza dei legami. Questa forza e questa profondità non sfuggono però alla complessità dell’umano, alle contraddizioni dell’esistenza, all’ambivalenza delle nostre relazioni e all’enigma che abita ogni cuore.

La famiglia è luogo simbolico ma non ideale. È ambito vitale in cui l’alfabeto dell’esistenza e la grammatica degli affetti trovano l’humus in cui crescere e svilupparsi; è terreno in cui il seme dell’umano riesce ad attecchire e germogliare, non senza contraddizioni, incoerenze e tradimenti.  La famiglia, sì, assomiglia ad una poesia, quella in cui il verso rotto stenta a trovare la rima e in cui la parola finale lascia un senso di indefinitezza.

Questo mio articolo è stato pubblicato come editoriale de Il Cittadino del 28 Gennaio 2021.

Storia e Tempi

crisi

In una situazione di emergenza con 500 morti al giorno, il piano vaccinazioni in ritardo, il sistema sanitario sotto stress, l’economia allo stremo e buona parte della popolazione che deve destreggiarsi tra divieti di movimento e continuo rischio di contagio, sentivamo tutti il bisogno di una bella crisi di governo, che, almeno per qualche giorno, catturerà l’attenzione dei media e dei politici, distraendo tutti dalle reali urgenze del paese.  E così partirà il solito totonomine: tizio a quel ministero, a caio quel sottosegretariato, in un balletto che onestamente ci saremmo volentieri risparmiati.

Mi si dirà che la democrazia ha le proprie regole, vero. Eppure la democrazia, ma meglio sarebbe dire la classe politica, vive in uno spazio ed in un tempo e non in una realtà parallela, come lascerebbe intendere in questi giorni.

Onestamente mi resta piuttosto incomprensibile l’incapacità delle classe politica di sintonizzarsi con la realtà concreta, di ascoltare e vedere le fatiche che le persone “normali” devono affrontare tutti i giorni. Può essere che sia la mia scarsa capacità di capire, ma questo passaggio di crisi politica sembra avere una natura tutta endogena ai palazzi del potere: un tentativo di riposizionamento per guadagnare terreno, per avere potere ed occupare posti. Intendiamoci: questo è il sale della democrazia. La ricerca del potere non ha nulla di volgare e ripugnante ma è la dinamica vitale dei regimi democratici. Solo nei regimi tutto questo viene silenziato e negato (spesso con la repressione e la violenza)

Eppure esiste anche un senso non solo dell’opportunità, ma pure del bene comune; esiste l’esigenza di onorare un’etica politica che non può essere ridotta a mero tornaconto personale. Ahimè temo che torniamo sempre allo stesso punto: possiamo cambiare sistema politico, leggi elettorali e forma istituzionale; possiamo ridurre il numero dei parlamentari o adottare un sistema maggioritario o proporzionale; possiamo introdurre tutti i cambiamenti legislativi ed istituzionali immaginabili ma se non cambiamo la coscienza di chi si mette al servizio degli altri, saremo sempre da capo.

Se la politica non è guidata dal rigore morale e dal senso di un “noi” capace di completare il valore dell’io, allora resteremo sempre prigionieri di piccole manovre di palazzo, di bieche strategie egoistiche e da giochetti incomprensibili ai più.

Affetti e Legami

dare parola alle emozioni

Penso che una della sfide più difficili che un genitore, un educatore o chiunque lavori con ragazzi e giovani, si trovano ad affrontare è quello di dare voce alla emozioni.

Non so perché, ma in questo mondo “iper-eccitato” in cui tutto è sentimento, stimolo, brivido, capire ed accedere al mondo delle proprie emozioni resta una sfida assai difficile per le giovani generazioni. Si ricerca una emotività pervasiva e generalizzata, onnipresente e continua, ma poi si fatica a dare nome a tutto quanto si muove dentro: sia essa paura o vergogna, frustrazione o invidia, gratificazione e riconoscimento. Sembra come se, in questa continua ricerca dell’emozione successiva, resti poco tempo per dare un nome a quella attuale e così capire e riappropriarsi dei movimenti dell’animo che ci spingono o ci trattengo.  

Comunicare può essere una operazione relativamente facile (anche se non scontata) ma il punto è che la parola si ferma a raccontare quello che è, senza arrischiarsi in quel terreno insidioso dove la cosa non solo “è” ma “è per me”. Le cose non sono mai solo cose ma evocano sentimenti, emozioni, sogni, fantasie, desideri, incubi o paure… le cose nude e crude le lasciamo volentieri alla fisica: quando una cosa entra nella nostra vita essa agita il nostro mondo interno perché evoca, provoca, suggerisce, intimorisce, fomenta, istiga, promuove o limita…

Fermarsi alle cose in sé, senza riconoscere il loro “retrogusto” affettivo, significa restare alla superficie della realtà, dei sentimenti e della vita. Ecco la sfida educativa: ridare parola alle emozioni, introdurre in quel campo minato dei sentimenti e delle emozioni, affinché la nostra umanità sia vissuta in modo pieno e maturo.

Sappiamo installare l’ultima versione di una patch Window, craccare l’app appena rilasciata, sappiamo progettare le cose più incredibili ma poi restiamo inermi e spaesati di fronte ad una parola che va oltre la superficie… È una scommessa sempre aperta quella di diventare uomini, soprattutto quando aspiriamo ad esserlo in pienezza

Storia e Tempi

PIL e COVID

Il ragionamento non fa un piega: se vacciniamo prima le regioni più ricche che trainano il PIL del paese, rimetteremo prima in moto l’Italia. Ha una sua logica interna questo pensiero. In fondo, dovendo scegliere a chi dare il vaccino, perché non privilegiare chi è più produttivo e quindi più utile?

Temo sia un po’ questo il mind setting che la neo assessora Moratti ha adottato per chiedere al ministero della salute di includere il PIL come criterio con cui dare precedenza alle persona da vaccinare. Oltre ai medici, i sanitari, i soccorritori, gli anziani, i malati cronici, chi svolge un servizio pubblico, ebbene ora avremo anche chi produce di più. Cosa c’è di male? Tra un lombardo ed un calabrese meglio privilegiare il primo che produce più PIL pro-capite.

Badate: non è nulla di così sconvolgente o strano. È la logica dello “scarto” che Francesco continuamente denuncia come il vero virus del nostro mondo. È quella idea per cui vali nella misura in cui sei utile, in cui sei efficiente, produttivo, performante. Se sei anziano, malato, disabile, disoccupato, pensionato o nulla facente, mi spiace per te, ma il tuo valore sociale è assai ridotto.

C’è una lunga storia di pensiero dietro a questa idea che appare malsana ma che in fondo più o meno tutti accettiamo in maniera acritica. È quella linea di pensiero che stabilisce che il valore della persona risiede nella sue capacità, nelle abilità, nelle competenze; uno vale per quello che fa, per quello che può dire o agire, per i risultati che sa raggiungere e i progetti che sa realizzare. Con la variante più recente per cui uno vale in relazione a quanto sa produrre e consumare.

A ben vedere la domanda è assai semplice, persino banale sotto un certo punto di vista: in cosa consiste la dignità della persona? Dove si fonda il suo valore? Se “quanto un uomo vale” dipende da “quanto un uomo può” e non da “quanto un uomo è”, capite bene che tutto diviene discutibile e confuso.

La cultura dello scarto ha radici profonde ed antiche: si innesta sul quel retropensiero che ci porta a credere che un uomo valga in base a quello che sa, che ha o che può.

Parole di carta

l’inaudita forza dell’abbraccio

Racconta Alessandro Manzoni, a suggello di quel viaggio spirituale compiuto dall’Innominato, nel suo celeberrimo incontro con il cardinale Borromeo: “Così dicendo, stese le braccia al collo dell’innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l’armi della violenza e del tradimento.

La penna del Manzoni restituisce questo meraviglioso gesto dell’abbraccio tra i due protagonisti della vicenda, annotando sapientemente tutta quella gestualità che il movimento dell’abbraccio evoca, esplicita e, in qualche misura, richiede. La vicenda interiore dell’Innominato non può che trovare il suo compimento e la sua espressione piena nella comunicatività delle sue membra. Senza questo coinvolgimento della carne, si potrebbe dire, tale percorso sarebbe rimasto forse un po’ vago ed indefinito. Quel gesto testimonia al lettore, ma prima di tutto al protagonista stesso, che qualcosa è successo, che il confine è stato superato, che la vita ha virato per un tornante che la porterà altrove e più in alto.

Se leggiamo con attenzione la magistrale prosa del Manzoni, scopriamo come, nel gesto dell’abbraccio, sia implicata una molteplicità di sensi umani, di gesti, di movimenti, di membra e di tocchi.

L’abbraccio è anzitutto un incontro di corpi: è nel contatto concreto dei torsi degli abbraccianti che tale movimento prende forma, nella percezione “a pelle” della presenza e del calore del corpo dell’altro, nella sua solidità, consistenza ed impenetrabilità . È nel gesto di lasciare che l’altro entri nel nostro spazio vitale, in quell’area di prossimità che sentiamo come continuazione della nostra persona, che acconsentiamo all’incontro abbracciante con l’altro. L’abbraccio possiede una sua innata dimensione “dermica”: esige il contatto della pelle, il tocco dell’altro, uno sfiorare che viene percepito non come urticante o invasivo ma come una carezza benedicente . L’abbraccio possiede poi un tratto, per così dire “pneumatico”: avvicinando l’altro non incontriamo solo il suo corpo ma anche il suo respiro, il ritmo pacato o ansioso del suo inspirare; percepiamo il movimento del suo torace che si dilata e si contrare per accogliere e rilasciare ossigeno. L’abbraccio, soprattutto se prolungato e profondo, permette anche una sintonizzazione dei respiri, la creazione di una sorta di risonanza, di “accordo” come tra due corde di uno stesso violino. La stessa sorte tocca al battito cardiaco: stretto all’altro in un abbraccio capace di contenimento, la persona si sente accolta e accettata, sicché il ritmo del proprio battito diviene più regolare, pacato, lento: è l’aspetto specificamente terapeutico dell’abbraccio. Vi è poi un ulteriore aspetto che merita di essere citato, benché solitamente poco menzionato o lasciato in secondo piano: mi riferisco alla dimensione “olfattiva” del gesto. La vicinanza con la pelle dell’altro consente anche un “contatto a naso”, la percezione immediata ed irriflessa dell’odore di cui l’altro è portatore e che agisce sulla parte primariamente inconscia ed impulsiva della nostra mente: come non ricordare l’odore della pelle di nostra madre o il profumo della persona che amiamo, che abbiamo interiorizzato come un elemento prezioso della familiarità del mondo che ci circonda?

L’abbraccio istituisce una radicale ed immanente reciprocità tra i soggetti coinvolti; esso genera una circolarità di prese, di affetti e di sentimenti, capaci di generare legami, profondamente umani ed emotivamente inclusivi. È quello che racconta, più di un secolo più tardi rispetto al racconto manzoniano, questa bella pagina di David Grossman: «“Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico” spiegò la mamma “e anche io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola”. “Allora abbracciami” disse Ben stringendosi a lei. La mamma lo tenne stretto a sé. Sentiva il cuore di Ben che batteva. Anche Ben sentiva il cuore della mamma e l’abbracciò forte forte. “Adesso non sono solo” pensò mentre l’abbracciava, “adesso non sono solo. Adesso non sono solo”. “Vedi” gli sussurrò la mamma, “proprio per questo hanno inventato l’abbraccio.»  

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 14 Gennaio 2021.

Parole d'autore

il segreto della vita

Oggi sono casualmente “inciampato” in uno straordinario articolo di  John Diamond, rilanciato, dopo circa vent’anni dalla pubblicazione su un sito internet. John era un giornalista britannico e scriveva per l’Observer e il Times. Anni prima gli venne diagnostico un cancro che gli procurò, tra mille altre cose, l’amputazione della lingua. John è morto nel 2001 a soli 47 anni, pochi mesi dopo aver scritto questo articolo.  “Spiegami una cosa, John: quale diavolo è il senso di tutto questo?” chiese un giorno il direttore dell’Observer a John, già fortemente provato dalla malattia. Ne nacque questo lungo articolo, denso, profondo, che toglie il fiato ma dona speranza.

Non condivido tutto quello che John scrive ma confesso che chiunque prenda una penna per cercare di trovare un senso a quello che sta accadendo ha tutta la mia simpatia e la mia stima. Sento ogni ricercatore di senso come un compagno in questo difficile pellegrinaggio che è la vita. Chiunque si ponga domande, sfidi interrogativi, si lasci interpellare dal senso intimo della cose, è per me come un amico, qualunque sia il suo credo, le sue convinzioni o le risposte che è capace di sussurrare.

Ecco la parte finale dell’articolo, che vi invito a leggere per intero QUI

***

E allora ecco la mia risposta.

Questo è il senso. È leggere il giornale la domenica mattina mentre ti chiedi se hai voglia di andare alla festa di Capodanno dei tuoi vicini. È arrabbiarsi con me perché ho opinioni diverse dalle tue o perché non riesco a esprimere le tue come le avresti espresse tu. È la colazione che hai appena fatto e la cena che stai per mangiare. Sono gli atti casuali di gentilezza che ancora, per magia, prevalgono sugli atti di inciviltà o di scortesia. È rileggere Grandi speranze di Charles Dickens e pensare a chi vincerà la corsa delle 15.30 a Haydock Park. È poter rivedere vecchi episodi di un telefilm alla tv via satellite ogni volta che ne abbiamo voglia, poter scegliere fra una trentina di cereali diversi per colazione e sette marche di olio extravergine d’oliva al supermercato. È amare ed essere amati, è fare la cosa giusta ed essere ricordati con rimpianto un giorno quando non ci saremo più.

È questo il senso. Non è l’inferno o il paradiso o l’amore di Cristo o Allah o Geova, perché anche se queste cose esistono, non è necessario che esistano per poter andare avanti.

È soprattutto, penso, una questione di tempo che passa. E l’unica cosa che io so e che voi non sapete è che il tempo passa con lo stesso ritmo e sostanzialmente nello stesso modo che viviate per 48 o per 148 anni. Perché sono felice? Perché sono vivo. E la semplice risposta alla domanda “Quale diavolo è il senso di tutto questo” è che questo è il senso di tutto. Non siete felici? Sì che lo siete: questa, qui e ora, è la felicità. Godetevela.

Parola e parole

ed ecco, la stella li precedeva…

a S. e D.
perché non smettano mai di scrutare il Cielo
in cerca della propria Stella

Ognuno ha la propria stella, ciascuno ha una stella da seguire, proprio come ci racconta Matteo a proposito dei Magi. Nessuno di noi diventa uomo senza guardare il cielo per scrutare l’astro che guiderà la sua vita; nessuno di noi cresce senza alzare gli occhi dai propri piedi per ricercare un guida celeste, una luce che ci accompagni nel lungo viaggio che ci riporta a noi stessi.

Ci serve una stella che si spinga ad intraprendere il viaggio, che sia capace di farci superare l’inerzia iniziale, quella fatica a fare il primo passo, a vincere la stasi, a sbilanciare il nostro corpo in avanti. Senza una stella che ci attragga, la quiete vincerebbe su tutto e la pigrizia placherebbe ogni desiderio e pulsione. Sì, ci serve una stella, per iniziare qualunque viaggio, per intraprendere qualunque esperienza, per aprire qualunque cammino.

Ci serve una stella, poi, per dare senso e orizzonte al viaggio: senza una stella ogni cammino diventa un vagabondare, uno sterile errabondare di posto in posto. Solo una stella ci dà una direzione, un verso, una meta; solo una stella ci indica un traguardo, ci motiva ed incoraggia a perseguire un obiettivo, anche quando le nubi ne celano la vista e le tempeste della vita ci fanno dubitare della sua presenza.

Ci serve una stella infine per illuminare le notti più scure della vita; ci serve una stella per gettare un debole bagliore che ci permetta di mettere un piede dietro l’altro, anche quando non si vede nulla. Quando le tenebre ci avvolgono e lo sconforto ci assale, solo una stella ci può salvare, solo un astro nel cielo può alimentare la speranza e combattere lo scoraggiamento che inonda il cuore.

Ciascuno ha la propria stella che lo tiene in vita,  che lo accompagna nel cammino, che lo conduce a contemplare il Mistero della Vita e alla cui vista il cuore può gioire di “una gioia grandissima”.

Ora, caro amico: Qual è la mia stella? Qual è la tua stella? In alto gli sguardi!

Parole d'autore

Brindisi di mezzanotte

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,

bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è stato invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrosisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà un eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

Erri De Luca

Pensieri e Silenzi

è tempo di ri-bellarsi!

Ho trovato curioso e stimolante un’augurio, letto non ricordo dove, per il nuovo anno che è appena iniziato. L’invito testuale era alla ribellione, o meglio a ribellarsi, non solo come atto di insurrezione, ma, giocando con le parole, come ri-bellarsi, ossia tornare belli. Curioso, no? Confesso che mi pare un ottimo auspicio per questo duemila e ventuno fresco fresco di ore e un bell’impegno per tutti i giorni che punteggeranno questo nuovo anno.  

La parola ribellione conserva sempre un suo fascino: evoca la lotta contro il dominio, contro la sopraffazione, contro la forzata uniformità e un passivo conformismo. Ribelle è colui che rompe le regole del gioco, che sfida il limite, che infrange protocolli ed usanze, tradizioni ed abitudini. Il ribelle è per sua natura il cantore della libertà, è uno spirito ardito e sciolto che si costruisce il proprio domani con coraggio ed audacia. Quanti ribelli nel corso dei secoli hanno fatto la differenza, hanno violato tabù e vecchie consuetudini e hanno permesso a tutti noi di raggiungere nuove consapevolezze, nuove conoscenze e nuove libertà! Se ci pensiamo bene, ogni conquista e ogni progresso hanno avuto alla loro origine l’atto eversivo di un ribelle che, con coraggio e passione, ha “ribaltato il tavolo” per percorrere strade nuove, pensare idee inaudite, tentare azioni straordinarie, pronunciare parole inconsuete. È grazie a questi ribelli se siamo quello che siamo; è grazie a loro se abbiamo guadagnato conoscenza e sapienza, saggezza e abilità.

Ecco, trovo affascinante che questo ribellarsi possa trasformarsi anche in un ri-bellarsi, un tornare ad esser belli, per cercare la bellezza ovunque noi siamo. Mi piace l’idea che questa scelta eretica di rottura e di rivolta sia tesa a cercare e far emergere la bellezza. È tempo che ci sforziamo tutti di ritrovare la bellezza che abbiamo perduto, il fascino che abbiamo smarrito, soprattutto in questi faticosi mesi di isolamento.

È tempo di riappropriaci della bellezza delle cose, dei legami, dei sentimenti e delle amicizie, degli affetti e dei cuori. È tempo di una ribellione che ci spinga ad abbandonare quanto di triste, di misero, di modesto ed insulso, di mediocre e scadente abita nelle nostre esistenze. Serve un gesto coraggioso di ammutinamento per lasciare la cattiveria, il rancore, l’invidia, l’omologazione, la disperazione, lo sconforto e lo scoraggiamento, per spalancare gli occhi ed il cuore ad una bellezza che sempre ci precede e ci seduce.

Sia questo l’augurio che si fa impegno per quest’anno: quello a ri-bellarsi, a tornare buoni, gentili, eleganti, sereni e armoniosi. Ve lo auguro con tutto il cuore!