Parole di carta

la famiglia, tra bellezza e fatica

Vi confesso che trovo una certa retorica “familista” un po’ fastidiosa, oltre che irritante: tutta questa enfasi posta sull’idillio della vita familiare, sui valori e le tradizioni del vivere insieme, questa esagerazione dei legami familiari, spesso idealizzati ed irreali. Mi chiedo se gli autori di questi incensamenti abbiano mai vissuto in una famiglia in carne e ossa, fatte di persone concrete, di figli che crescono e di mogli e mariti che condividono ogni passaggio della vita.

Non vorrei deludere qualche anima buona e pia ma vivere in famiglia ha ben poco di poetico e di sentimentale. O meglio, essa regala momenti di estasi e di poesia ma questi sono benedetti attimi di felicità, intramezzati da tantissima banalità e fatica, da molta “normalità” che a volte non ha nulla né di eroico né di sensazionale. Mi fanno sorridere certe descrizioni patinate e un po’ agiografiche della vita familiare, generalmente tessute da chi conduce una vita solitaria e di famiglia ne ha sentito parlare solo nei libri.

Talvolta in famiglia accadono le peggiori cose: basta sfogliare qualche pagina di cronaca di un quotidiano per constatare che in famiglia si compiono delitti, soprusi e violenze: c’è indifferenza e povertà, litigi e contese, vendette e risentimenti. Chiedete a qualcuno che ha perduto un caro quanti appetiti si scatenano attorno ad una piccola eredità o ad un lascito. Chiedete a chi ha un padre assente o addirittura violento quanta fatica prova al pensiero di dover far rientro a casa. Chiedete a chi ha un parente anziano da accudire, un figlio disabile da accompagnare, un malato da assistere o un defunto da piangere. Chiedete a chi ha subito un tradimento o un abbandono e saprete quanto la casa talvolta divenga una prigione soffocante e gli affetti familiari appesantiscano l’aria tanto da renderla irrespirabile.

Certo, mi direte, la famiglia non è solo fatica e dolore: c’è pure molta felicità e spensieratezza, molta soddisfazione e compiacimento. Eppure, in famiglia, tutta questa bellezza è come “impastata” con fatiche e tentennamenti, con rammarichi e malcontenti. La gioia della famiglia non ha nulla a che fare con le frasi dei baci Perugina o le pubblicità del Mulino Bianco. È una gioia “dura”, sempre acerba, un po’ ruvida, talvolta ispida, che dona pace in modo singolare, mai pieno, mai appagato.

La famiglia educa alla vita proprio perché è luogo in cui gioia e dolore, speranza ed angoscia, successo e sconfitta, amore e odio, intimità e ferocia si mescolano in un modo straordinario ed esemplare. La famiglia è spazio in cui l’esistenza manifesta la pienezza dell’umano, la profondità degli affetti, la straordinaria forza dei legami. Questa forza e questa profondità non sfuggono però alla complessità dell’umano, alle contraddizioni dell’esistenza, all’ambivalenza delle nostre relazioni e all’enigma che abita ogni cuore.

La famiglia è luogo simbolico ma non ideale. È ambito vitale in cui l’alfabeto dell’esistenza e la grammatica degli affetti trovano l’humus in cui crescere e svilupparsi; è terreno in cui il seme dell’umano riesce ad attecchire e germogliare, non senza contraddizioni, incoerenze e tradimenti.  La famiglia, sì, assomiglia ad una poesia, quella in cui il verso rotto stenta a trovare la rima e in cui la parola finale lascia un senso di indefinitezza.

Questo mio articolo è stato pubblicato come editoriale de Il Cittadino del 28 Gennaio 2021.

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