post o iper-moderni?

Siamo post-moderni o, in realtà, iper-moderni? Se lo chiede Gilles Lipovetsky, contraddicendo la “vulgata” comune che ci vorrebbe tutti immersi in un tempo di post-modernità. Dobbiamo la definizione di post-modernità, ormai entrata nella cultura ufficiale, a Lyotard, che voleva indicare, con questo prefisso “post”, la fine della modernità nata dal solco del rinascimento e cresciuta con la rivoluzione francese, la rivoluzione industriale e l’affermarsi della ragione scientifica e tecnologica. È la modernità che emerge dal riconoscimento che “l’uomo è misura di tutte le cose”, prendendo a prestito una nota sentenza di Protagora, un uomo che con la sua ragione e l’uso della tecnica diviene artefice del proprio destino, capace di modificare e controllare quella natura, che, come un pezzo di argilla, si mostra obbediente alle sua mani.

Mercato, individualismo e tecnica sono i tre ingredienti essenziali che Lipovetsky identifica come costituitivi della modernità e che egli riconosce come determinanti anche dei nostri giorni. Secondo il pensiero del filosofo francese, non saremmo in un tempo post-moderno bensì iper-moderno: la recente pandemia non avrebbe fatto altro che amplificare ed accelerare questo percorso verso quelle mete che la modernità da sempre indica e che ora divengono sempre più promettenti.

Se da una parte la post-modernità segnerebbe la fine del soggetto moderno e con esso la crisi delle grandi narrazioni capaci di incorniciare la sua esistenza in un orizzonte di senso, la iper-modernità sarebbe l’enfatizzazione dei suoi tratti specifici, che, come anticipato,  Lipovetsky riconosce nell’assunzione del mercato come unico paradigma economico, nell’individualismo esasperato come criterio orientativo dell’agire e la ragione tecnologica quale unica prospettiva salvifica per l’umanità.

Il punto sta tutto qui: se la modernità con la sua ragione solida ed affidabile sia ancora un criterio interpretativo valido per la nostra esistenza personale e comunitaria, o se la fluidità che deriva dal sentirsi senza più riferimenti, sia la vera chiave di volta della nostra vita.  

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