ddl Zan

Il “genio femminile” non lo si ritrova solo nei gesti concreti e quotidiani delle donne ma ne riconosci la presenza anche nei pensieri e nelle parole profonde che esse sanno pronunciare, andando al di là dell’ovvio e offrendo un punto di vista non solo originale ma decisamente suggestivo.

Ritrovo questa particolare sensibilità nella dichiarazione che l’associazione delle teologhe italiane ha voluto rendere pubblico in occasione del dibattito attorno al ddl Zan, di cui tutti abbiamo più o meno letto. Ho apprezzato questo comunicato perché, con singolare equilibrio, è capace di guardare in faccia alla realtà, riconoscendo le luci e le ombre del testo in discussione al Senato.

Da un lato le teologhe italiane evidenziano immediatamente il bene che è in gioco, stabilendo le necessarie priorità etiche e politiche:   

“Tuttavia è scaduto il tempo per gli indugi: sono assolutamente insopportabili e inaccettabili le cattiverie, le chiusure, gli insulti che feriscono le sorelle e i fratelli omosessuali o che affrontano difficili e delicati percorsi psicologici e sanitari per sintonizzarsi con sé stessi e con la loro esperienza intima. È ora di scegliere da che parte stare. Non dalla parte di chi giudica senza capire, non dalla parte di chi vuole controllare la grazia di Dio, non dalla parte di chi teme che le differenze possano corrompere il bene, non dalla parte di una cultura che misura l’amore senza mai riferirsi alla disponibilità di dare la vita per coloro a cui vogliamo bene.

I dibattiti a cui abbiamo assistito finora sembrano schiacciati da una concezione misera di pluralità e da una cultura affettiva senza differenze, finendo per mancare l’essenziale: si tratta di nominare come fuori legge tutto ciò che offende, discrimina, emargina e violenta le storie d’amore impreviste, così come abbiamo imparato a condannare tutto ciò che denigra e umilia le persone disabili o le donne (almeno sulla carta).”

Questa pressa di posizione netta e “senza se e senza ma” affinchè la legge venga votata, non impedisce tuttavia alle studiose di sottolineare anche i tratti di problematicità che attraversano il testo :

“Una volta espressa questa nostra chiara posizione di fondo, ci permettiamo anche di muovere alcune critiche al linguaggio che la proposta di legge ha assunto: è un linguaggio problematico per come usa le categorie di sesso e di genere e per l’antropologia sottesa al testo, che tende a separare, anziché a distinguere, il piano dell’esperienza corporea sessuata da quella più propriamente interpretativa. È come se non si riuscisse a cogliere che l’esperienza corporea è già fin dall’inizio psichica e che l’esperienza interpretativa, personale e sociale insieme, è fin dall’inizio in qualche modo radicata nei corpi. Dovremmo sapere – le donne solitamente lo sanno – che la differenza sessuale è il segno della finitezza di ogni vita che viene al mondo, e che questa differenza è al contempo biologica, psichica, simbolica e sociale e che con tutti questi tratti essa si fa storia. Invece ancora non lo abbiamo capito. È dunque questo lavoro ermeneutico a essere urgente e dovremmo iniziare a farlo nelle scuole, nelle nostre catechesi, nelle nostre famiglie. L’omotransfobia si evita così, con un’educazione alle differenze.”

La teoria del genere – mi permetto qui io di ridire – oltre che ancora oggetto di studio e di riflessione non unanimemente accettati, si mostra poco capace di restituire una visione ricca e unitiva della persona umana: se è vero che l’identità di genere non di risolve nel puro dato biologico o genitale, è altrettanto vero che, come ricordano le teologhe, esso si origina in una esperienza corporea che la teoria del genere tende troppo sbrigativamente a bypassare. La pretesa di sancire in una legge un concetto che richiede ancora approfondimento e studio, rischia di essere un gesto non solo forzato ma anche un po’ ideologico.   

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