un mattone dopo l’altro

Ci sono doni attesi, cercati, agognati quasi fossero mete ambite e desiderate. E poi ci sono doni inattesi, delle vere e proprie sorprese, eventi che capitano sul tuo cammino in modo miracoloso.

Ieri mattina è accaduto qualcosa che appartiene alla seconda “tipologia”: i miei colleghi, rispondendo a degli auguri natalizi fatti con semplicità e sincerità, hanno voluto esprimere il loro ringraziamento verso la mia persona ed il mio lavoro. Che sorpresa! Confesso che non mi sarei mai aspettato questa manifestazione di affetto; la mia reazione, tra l’impacciato ed il commosso, penso abbia tradito la mia meraviglia.

Non dobbiamo sottovalutare il potere della parola “grazie”: insieme a poche altre, credo sia una delle più potenti contenute nel vocabolario della lingua italiana.

Grazie significa “sono grato per quello che sei e per quello che fai”, “onoro il bene che circola tra noi”, “riconosco il debito di riconoscenza che abita, con reciprocità, il nostro legame”, “celebro attraverso di te la liberalità della vita”. Sì, perché ogni grazie dato e ricevuto, possiede sempre una straordinaria capacità transitiva: va sempre oltre la persona a cui l’abbiamo destinato e, a ben vedere, oltre pure colui che l’ha pronunciato.

Ringraziare è il verbo che appartiene a quel movimento di meraviglia e di stupore che anima l’esistenza. La parola “grazie” diretta all’altro apre una finestra sull’oltre, celebra la munificenza dell’esistenza, l’abbondanza dei legami, l’eccedenza degli affetti ed indica quel confine sottile e prezioso che introduce al Mistero della vita.

Sono grato della gratitudine dei miei colleghi e penso che il senso stia tutto in questo strano gioco di parole: il grazie evoca altro grazie ed altro grazie ancora. È così che si alimentano i legami, è così che si costruiscono gli affetti, un mattone dopo l’altro, un grazie dopo l’altro.

Grazie ragazzi!     


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