Storia e Tempi

Napoli non è una città…

A Valeria, che con passione ci ha spalancato gli occhi.

Napoli non è una città. Napoli è uno stile di vita, è una filosofia che ispira l’esistenza, è uno stato d’animo, un microcosmo autonomo e originale.

Napoli non la si capisce con gli occhi distratti o distanti del turista ma con l’animo partecipe e coinvolto dell’innamorato. Napoli è una donna da amare, una madre che nutre e protegge, un’amante che solletica ed ispira, una santa da pregare ed una sgualdrina da sedurre ed adescare.

Napoli è una città come nessun’altra, in cui le contraddizioni e le antinomie strutturano il vivere comune ed in cui il paradosso diviene forma di una nuova normalità. Napoli è un amalgama eccessiva di tutto: c’è una sregolatezza di stili artistici ed architettonici, di lingue e di gesti, di traffico e di urla, di immagini e di suoni, di gente e di quartieri, di cibo e di gusti. In quel piccolo universo tutto diviene “troppo”: troppo pieno e troppo vuoto, troppo alto e basso, troppo divino e troppo umano, troppo sacro e troppo profano. Ogni cosa trova una propria dimensione proprio nel suo essere fuori da tutti gli schemi, come un gesto anarchico e rivoluzionario, folle ed incomprensibile, isterico e paradossale.

Napoli non è una città da vedere ma un topos da sentire, da strusciare sulla pelle, da vezzeggiare con lo sguardo e da venerare con il cuore. Si vive tra le sue vie come si attraversa un labirinto di specchi, in cui gli occhi sono continuamente ribalzati da un angolo all’altro, come biglie impazzite dentro un flipper. Osservi un particolare che immediatamente rimanda ad altro e si lega a quanto è spurio, insensato ed impensabile.

C’è un sentimento che da subito assale colui che ha l’ardire di calpestare il suo suolo: quello del disorientamento, dello stordimento, dello smarrimento patico e logico.

A Napoli non ci si avvicina con cautela: Napoli è una città che assale, che ferisce, che violenta e corrompe. Come una delle tante donne eccessivamente prosperose che trovi disegnate sui muri dei suoi palazzi, Napoli non lascia indifferente: essa è una pietra d’inciampo che interroga, che turba ed imbarazza. Sì, Napoli dà da pensare. E da sentire.  

Storia e Tempi

delusi e disillusi

Viviamo giorni di disincanto, di disillusione e delusione. La pandemia prima e la guerra oggi ci aprono gli occhi sulla verità delle cose e sulla fattualità degli eventi. È come se stessimo uscendo da un sogno, da un inganno che ci restituiva una percezione distorta della realtà e di noi stessi. Ci troviamo invece oggi costretti a fare i conti con la cruda durezza delle cose, attoniti e impauriti per quello che vediamo.

Ci cullavamo nel sogno che la scienza e la medicina potessero risolvere tutti i nostri problemi e la tecnica fosse la nuova arca della salvezza che ci avrebbe traghettato verso un futuro radioso. È poi accaduto che un piccolo virus sfuggisse alla rete dei controlli e, come un sassolino che inceppa il meccanismo, mandasse in tilt il nostro stile di vita.

Studiavamo le invasioni dei carrarmati sui libri di storia e ci illudevamo che fossero retaggi del secolo scorso, vecchi refusi del Novecento, frutti di un impazzimento collettivo e di ideologie folli e deliranti. Pensavamo di essere tutti ormai guariti dalla follia della razza, del popolo, della supremazia, dell’imperialismo e nel giro di poche settimane ci siamo ritrovati la guerra nel cuore orientale dell’Europa, con armi dispiegate in un continente che non conosceva la guerra dalla metà del secolo scorso. Il sogno della pace, della soluzione pacifica dei conflitti, del controllo dell’aggressività nazionalista si è sciolto nel corso della notte in cui il cielo di Kiev si illuminato per il deflagrare delle bombe e dei missili russi.

Ci pensavamo uomini progrediti, evoluti, moderni e civilizzati e abbiamo scordato il male che si muove fuori e dentro il cuore dell’uomo. Abbiamo riscoperto che il secolo ventunesimo è ammorbato delle stesse malattie che hanno corrotto i tempi passati: i virus, le pandemie, le guerre, le violenze, la sete di potere, la brama di dominio. Ci percepivamo come uomini nuovi e dobbiamo oggi ammettere che non siamo diversi dai nostri padri e dai nostri nonni; ritenevamo di poter controllare il nostro futuro ed invece eccoci in balia di quanto è imprevisto, indesiderato e persino nocivo.

Quello che sta accadendo forse ci sta restituendo, in forma drammatica e penosa, il senso del tempo e l’umiltà della storia. Siamo tutti viaggiatori che provengono da lontano, pellegrini che percorrono una strada lunga, travagliata, complessa e spesso inquietante. Sentirci figli di questa storia, imparare da quello che il passato ha da insegnarci e custodire ciò che i nostri padri hanno faticosamente conquistato è oggi un dovere non più procrastinabile né eludibile.

Affetti e Legami

fidarsi o fuggire

Nelle relazioni la differenza la fa quanto sei disponibile ad andarci dentro, a farti coinvolgere e a perdere il controllo. Sta tutto lì la distanza che passa tra una conoscenza superficiale ed un’amicizia vera: quanto sei disposto a renderti vulnerabile, fragile ed esposto. Finché non sei pronto a varcare la soglia della vulnerabilità, non avrai calpestato la terra sacra dell’amicizia, non sarai mai entrato in quello spazio misterioso dove le anime si incontrano e gli spiriti si parlano.

Quanta gente conosciamo che di fronte a questa possibilità prende paura e fugge, terrorizzata da quello che potrebbe accadere. È arduo questo passo, per nulla scontato, mai automatico.

Se ci pensiamo, passiamo la nostra vita a mantenere il controllo sulle cose, a programmare e gestire, per poi accorgersi come, nei legami più profondi e vitali, valga la regola esattamente opposta, ossia perdere il controllo, rischiare, affidarci, mollare gli ormeggi, sfidare la sorte, spiegare le vele. Andare.

Ad alcune persone serve solo tempo perché riescano a “prendere le misure” con la nuova sfida e trovino il coraggio per buttarsi. Altre persone, invece, temo che saranno sempre in difficoltà a mollare la presa e a sperimentare un fiducioso abbandono verso l’altro. Forse sono coloro che frequentano poco la propria interiorità e vivono un certo disagio a lasciare che altri ci guardino dentro. Per aprire la porta di casa propria occorre avere la confidenza che dentro le cose siano a posto o perlomeno sufficientemente in ordine. Nessuno di noi fa entrare in casa propria qualcuno quando letto è ancora sfatto o i piatti sono ancora da lavare. Fuor di metafora: l’apertura verso gli altri richiede persone che siano, come direbbero gli inglesi, self-confident, ossia fiduciose di chi sono e di cosa custodiscono nel cuore.

Giunge un momento in cui l’amicizia si trova di fronte ad un bivio: quello che apre sulla strada della fiducia e quella della fuga. C’è una scelta da prendere: come diceva l’artista puoi scegliere di sparare, di sparire oppure scegliere di sperare.

Storia e Tempi

piccole note a margine del sinodo…

Una massima delle teoria delle organizzazioni e dei sistemi complessi recita “Ogni sistema è perfettamente progettato per ottenere i risultati che ottiene”. La frase, attribuita a William Edwards Deming, celebre saggista e docente americano, intende sottolineare una verità di base dello studio delle organizzazioni: i risultati di una organizzazione dipendono primariamente da come essa è stata disegnata e implementata. Vale per qualunque organizzazione umana: dalla famiglia ad un partito, da un sindacato ad una organizzazione di volontariato, da una comunità ecclesiale ad un gruppo culturale, dalla scuola ad una università. Se siamo insoddisfatti per quanto una organizzazione crea o per come essa funziona, il motivo di fondo non va primariamente ricercato nel comportamento dei singoli, nelle loro intenzioni o interessi, ma essenzialmente nel modo in cui quella organizzazione o comunità è stata strutturata, quale norma regola il suo funzionamento, in base a quale principio ordinatore è stata definita. In sintesi, quello che la teoria dei sistemi dichiara è: se vuoi modificare i comportamenti, modifica l’organizzazione.

Senza voler prendere per Vangelo questa teoria (che come tutte è sottoposta a limiti e fallimenti) credo che occorra riconoscere come vi sia del vero in essa. Penso che sperimentiamo tutti quotidianamente la validità di questa modello: sono spesso le norme implicite della vita familiare che spiegano certi comportamenti dei figli; sono gli obiettivi che una azienda persegue che incide sul lavoro dei suoi dipendenti; sono i meccanismi di funzionamento della scuola che incentivano questo o quell’impegno da parte degli studenti. La teoria dei sistemi invita a guardare alla globalità del sistema: vi sono meccanismi e strutture sottostanti al modello organizzativo che hanno un peso spesso determinante sul raggiungimento degli obiettivi che tale organizzazione si è prefissa.

Penso che la comunità ecclesiale non faccia eccezione rispetto a questa regola di funzionamento. Pur consapevole della natura particolare di questa comunità (la teologia ci ricorda la natura umano-divina della Chiesa), essa, tuttavia, proprio in nome del principio di Incarnazione, vive pienamente la storia e ne assume in pienezza le norme e principi di funzionamento. Se è vero che da una parte non possiamo usare criteri solamente sociologici o organizzativi per leggere ed interpretare la vita ecclesiale, dall’altra parte occorre riconoscere che essa è un fenomeno pienamente umano, impastato di tempo e di storia, che abita (anche) “questo” mondo e non solamente una dimensione celeste.

Ecco quindi, a mio parere il punto: la chiesa laudense sta vivendo un significativo momento di discernimento comunitario attraverso l’esperienza del cammino sinodale. Penso che se la comunità cristiana vuole davvero vivere una conversione missionaria (come più volte indicato da Francesco) debba necessariamente porsi il tema della propria organizzazione e del modo con cui struttura il proprio funzionamento. “Ogni sistema è perfettamente progettato per ottenere i risultati che ottiene”: questo vale anche per la nostra chiesa locale. Essa ottiene esattamente i risultati che sono frutto della sua organizzazione. Per analogia credo che se si vuole convertire i comportamenti dei fedeli laici, dei sacerdoti, degli operatori pastorali e di tutti gli altri soggetti coinvolti, non sia possibile perdere il focus sul modello organizzativo. Credo che sia lì che occorra incidere profondamente e con decisione. Una attenzione ridotta al dettaglio, al singolo comportamento personale, alle motivazioni e allo stile individuale, rischia di perdere di vista i veri fattori che determinano il tutto, rischiando di trasformare le scelte di cambiamento in auspici che mancano il bersaglio.

Se vuoi cambiare i comportamenti dei singoli, non dimenticarti di cambiare (anche) la tua organizzazione.

Parole d'autore

ho un debole per quelle persone…

Ho un debole per quelle persone
che sanno di essere fortunate,
che ne hanno passate
di tutti i colori.
E perciò vivono colorate.
Che non hanno bisogno
di nascondere gli altri
per sentirsi giganti.
Che portano dentro
nascosto da qualche parte
un dolore che non passa mai.
Qualcosa che le ha cambiate per sempre
ma non per questo si sentono più grandi
ma non per questo si sentono migliori.

Ho un debole per quelle persone
che spente le luci, rimangono accese.
Che chiuso un amore, rimangono vive.
Che sciolto il trucco, rimangono vere.
Ho un debole per le persone
attente a toccare.
Che una carezza quando incontra un livido si fa ricordo.

Ho un debole per quelle persone
che hanno lottato
e in silenzio hanno vinto.
Che dal giorno in cui sono uscite
dal loro buio
soffrono di felicità ossessiva compulsiva.
Che non hanno mai rinunciato
alla loro dolcezza.
Che non si sono piegate alla rabbia
quando la rabbia era l’unico modo
per farsi ascoltare.

Ho un debole per quelle persone
che sanno che insistere
significa “violentare”.
Che rispettano un “no, grazie”
senza aggiungere altro.
Che dev’esserci un motivo
per entrare nella vita di una persona
e quel motivo dev’essere chiaro.
Sempre.
Che essere gentili
non vuol dire essere stupidi.
Che conoscono il peso delle parole
e non te le scagliano contro
per difendersi.
Che rispettano la solitudine.
Perché sanno che una persona
custodisce lì, tutto ciò che non si può raccontare.
Tutto ciò che non vuol essere trovato.

Ho un debole per quelle persone
che quando camminano per strada
e incrociano il tuo sguardo
per un istante sorridono.
Le adoro.
Mi mandano letteralmente
fuori di cuore.

(Andrea Zorretta – da “Cento secondi in una vita”)

Parola e parole

beati gli innamorati!

Beato chi è povero, beato chi ha fame, beato chi piange…ma davvero?

È piuttosto disorientante la pagina del Vangelo di Luca di oggi: pare un controsenso perché proclama cose che suonano assurde, inaccettabili, contraddittorie. Come è possibile essere felici quando si è affamati, poveri e piangenti? Che gioia è quella che abita il luogo della privazione, della mancanza e della tristezza? Proprio non ci siamo… Ho ascoltato questa parole stamattina insieme ad una manciata di giovani con cui cammino e ho provato a pensare a loro: come potevano parole così strane arrivare alla loro vita così fresca, leggera ed entusiasta?

Ho però realizzato che, nella loro giovane esistenza, vi è un “luogo” antropologico nel quale la fame, la povertà e la tristezza suonano come un segnale di gioia e di pienezza: è l’esperienza dell’amore.

Quando si è innamorati ci si sente poveri senza l’altro, si capisce che la ricchezza più grande sta nella sua compagnia, nelle sue parole, nei suoi sguardi e nella semplice sua presenza. Quando si è innamorati si prova una fame radicale dell’amato, del suo corpo, dei suoi baci, dei suoi abbracci, delle sue confidenze e dell’intimità che viviamo con lui. L’innamorato è una persona che brama, desidera e che prova dentro di sé una passione per l’altro, un appetito mai appagato, una avidità inestinguibile. E poi il pianto: quale innamorato non ha pianto per la persona amata, per un bisticcio, un litigio, una incomprensione, oppure semplicemente perché la sua assenza solca il nostro volto con lacrime che non sappiamo trattenere?  

Sì, c’è nella nostra vita, giovane o adulta, un “luogo” nel quale il bisogno diviene una esperienza di gioia: quella in cui il desiderio appella ad un legame, ad una connessione, ad una relazione che nutre e dà vita. Sono quelle situazioni in cui la necessità non porta ad un ripiegamento narcisistico su se stessi o ad un compiacimento vagamente masochistico e compensatorio ma in cui ciò di cui sentiamo l’assenza diviene domanda, supplica ed invocazione di una presenza.

Allora sì: beati i poveri, beati gli affamati, beati i piangenti ma, sopratutto, beati gli innamorati!

Parole di carta

resiste chi ha legami solidi

Chiunque osservi con occhi un po’ ludici e disincantati la vita delle nostre comunità non può che costatarne un progressivo impoverimento, una evidente riduzione dei suoi spazi vitali ed una tendenza ad un triste ripiegamento su se stesse. Il tempo della pandemia ha provocato ferite e strappi all’interno del tessuto della vita comunitaria che non saranno facili da ricucire e da sanare. Penso, qui in primis, alle nostre comunità ecclesiali, ma credo che una considerazione analoga valga per le diverse comunità umane che abitiamo: quelle civili, culturali, politiche, lavorative, etc. Il tempo dei COVID ha depotenziato la vitalità delle nostre comunità, lasciando i suoi membri spesso in preda dello spaesamento, del dubbio, dell’incertezza sul domani, come paralizzati nel muovere un passo in avanti.

Alcune comunità hanno saputo resistere con maggior resilienza alla sfida della pandemia e si sono rivelate maggiormente attrezzate per affrontare i tempi avversi; altre invece hanno patito maggiormente la fatica ed il disorientamento che questi tempi hanno portato. Una po’ come accade nella parabola raccontata da Matteo: “cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa” ma le stesse intemperie ebbero effetti diversi sui due edifici, a motivo delle diverse fondamenta poste alla base della costruzione.

Alcune comunità hanno mostrato una maggior capacità di adattamento e di risposta alle sfide dell’oggi, probabilmente a motivo delle maggiori energie e risorse presenti, per la maggior fantasia e creatività dei suoi membri, per il coraggio e l’audacia che le contraddistingue e pure per la presenza di risorse umane, morali, economiche e tecnologiche che le hanno aiutate ad affrontare la minaccia. Altre sono state assai più esposte alle intemperie e portano cicatrici profonde e che resteranno nel tempo.

Penso, tuttavia, che, oltre a quelli già indicati sommariamente prima, vi sia stata una “roccia” ancora più solida che abbia rappresentato il vero fattore di resistenza di quella fortunate comunità: la salda rete di legami che strutturano la vita comunitaria.

Le comunità ecclesiali (ma, in egual misura, anche di altra natura) che avevano fatto dell’elemento esteriore, formale ed istituzionale il solo fattore di appartenenza, hanno subito una violenta, e talvolta rovinosa, scossa. L’impossibilità di riconoscersi in momenti, riti, cerimonie, prassi ed appuntamenti pubblici hanno, di fatto, impedito a queste comunità di continuare a percepirsi come tali e le hanno spinte lungo una china triste in cui l’allentamento dei legami e l’individualizzazione della fede rischiano di essere i soli punti di approdo.

Ci sono state invece altre comunità in cui il calore dei legami, la forza e la profondità delle relazioni e l’appartenenza ad un “noi” sono statti fattori decisivi di sopravvivenza e resistenza. Sono comunità in cui il principio affettivo ha innervato quello formale ed istituzionale e ha fornito energie e risorse per resistere.

Mi chiedo se queste considerazioni non ci forniscano, indirettamente, anche indicazioni circa la strategia da adottare per uscire da questa crisi. Mi chiedo se la pandemia non rappresenti un appello alle nostre comunità, ecclesiali e non solo, a diventare fucine di relazioni, crogiuoli di legami, luoghi in cui la fraternità diventi cifra e stile della nostra appartenenza. Temo che senza una charitas affettivamente percepita e vissuta, senza la forza di legami resistenti e motivanti, senza un vincolo fraterno emotivamente connotato, il principio formale ed istituzionale non basterà a garantire la sopravvivenza di comunità numericamente sempre più ridotte e culturalmente sempre più marginali.  

Pubblicato su Il Cittadino di oggi

Pensieri e Silenzi

quando scrivo…

Chiunque pubblichi qualcosa in rete accarezza una speranza: quello che altri possano leggere quello che egli scrive.

Intendiamoci: non è questa una prerogativa solo della rete. Vale lo stesso per tutti coloro che scrivono libri, articoli, pubblicazioni o recensioni, contributi o interviste. Internet ha semplicemente reso assai più facile la cosa, abbattendo quel muro che una volta separava lo scrittore dal lettore. Oggi la cosa è assai più fluida ed indeterminata: colui che legge talvolta diviene anche colui che produce un testo, in una circolarità di ruoli sconosciuta prima dell’avvento della rete.

Anche questo blog ovviamente non fa eccezione.

Chi scrive sa benissimo che anzitutto scrive per se stesso, come un esercizio di espressione, di analisi o, nel mio caso, quasi di terapia. Eppure egli è pienamente consapevole che ciò che compone giungerà, in un modo o nell’altro, all’attenzione di un lettore, che sarà chiamato a prendere parte di ciò che si vuole condividere. Vi è un movimento intrinsecamente “pubblico” in ogni scritto: l’altro a cui si arriva non è un accidente o una casualità del processo, ma un elemento costitutivo e necessario.

Tuttavia mi è capitata una cosa singolare che mi ha spinto ad osservare a questa dinamica di scrittura/lettura in modo un po’ differente. Capita che alcuni dei miei (non molti) lettori rilancino in FB, sugli stati di WhatsApp o su altri social qualche frase tratta da un mio testo. Ecco, lì mi accorgo che è accaduto qualcosa di particolare e di significativo. Perché, vedete, quando il numero degli accessi o delle visite aumenta, significa che sei stato capace di raggiungere un numero ampio di persone e di solleticare il loro interesse e la loro curiosità. Quando invece qualcuno rilancia le tue parole, beh, lì la faccenda è assai più seria.

In queste occasioni comprendi che hai fatto centro, che hai raggiunto l’obiettivo, che tagliato il traguardo. In realtà non è una tua vittoria personale ma la vittoria dalla parola e del linguaggio. La ripresa di una tua frase o di un tuo pensiero significa che quelle tue povere parole sono state capaci di interpretare (non di creare) un pensiero, un vissuto o un esperienza che giaceva sepolta nel cuore di qualcuno e che attendeva solo una eco, un richiamo o un invito ad emergere. È il mistero della parola che è capace di mettere in contatto degli universi interiori, che sa creare ponti tra i cuori e connessioni tra i pensieri. Quando vedo un “mia” parola rilanciata mi dico: ecco la forza verbo! Ecco la sua innata capacità di generare incontri, raccordi, affinità e contatti!

È così che, con il tempo, impari a sperimentare una piccola ma intensa gioia. Essa non consiste nella possibilità di arrivare a molti, di ottenere grande visibilità o riconoscimento. Essa si nutre della soddisfazione di aver toccato quella singola persona in modo unico e singolare, attivando la sua sensibilità e sollecitando una restituzione di cui quella ripresa è una testimonianza benedetta.  

Affetti e Legami

aprire il pugno…

Ogni tanto occorre mollare la presa, aprire il pungo, lasciar andare.

Succede con le persone, con i problemi, con le situazioni e con gli ambienti. Ogni tanto occorre avere il coraggio di staccarci da ciò a cui ci siamo perspicacemente legati e a cui abbiamo attaccato il cuore e la testa. È un gesto liberatorio ma mai scontato né innocuo. Vi sono addirittura casi in cui restare attaccati appare la situazione più comoda e spontanea. È la separazione, invece, che chiede determinazione, concentrazione e coraggio; è il cambio di rotta l’atto davvero oneroso ed audace…. È un po’ come la rotta della nave: procedere lungo la direzione di marcia è facile e naturale; è il cambio di rotta quello che davvero costa fatica.

Credevo che si cambiasse rotta per una serie di motivi: talvolta per quel naturale logoramento che subiscono tutte le cose; altre volte perché la vita ti porta distante, non solo fisicamente ma anche spiritualmente; altre volte ancora perché cessa l’interesse, si affievolisce la passione, si spegne il desiderio. Ho sperimentato, a mie spese, che esiste anche un’altra possibilità per questa evenienza: talvolta si apre il pungo perché fa troppo male tenerlo chiuso. A volta molli la presa perché senti un dolore atroce nelle mano, perché ciò che apparentemente ti sorregge è proprio ciò che ti ferisce; perché comprendi che vi sono aculei velenosi nascosti nelle braccia che ti vorrebbero abbracciare.

Sono quelle volte in cui non è né la testa né il cuore a decidere per te, ma il dolore della mani, la sofferenza delle braccia e la fitta che senti nelle membra.

Ogni tanto occorre mollare la presa ed aprire il pugno perché devi ammettere a te stesso che stai stringendo con le mani delle rose che, sebbene incantevoli, nascondo spine che penetrano la carne.

Storia e Tempi

moderni terrapiattisti

Continuo a non capire perché si continui a dare tutto questo spazio sui media e nei programmi televisivi ai rappresentanti dei NO-VAX. Ancora oggi ci sono piccoli ma agguerriti gruppi di terrapiattisti o gente che non crede allo sbarco dell’uomo sulla luna, ma non per questo organizziamo dibattiti pubblici mettendo a confronto le diverse teorie. Dopo due anni di pandemia e migliaia di dati raccolti credo che la “verità scientifica” sui vaccini (che non è verità tout-court, intendiamoci) sia sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di leggerla.

Anche perché più passa il tempo più nutro il sospetto che si stia affermando una nuova professione socialmente riconosciuta: quella del NO-VAX professionista. È colui che viene invitato negli studi televisivi, che scrive sui giornali e sui social, godendo di un pubblico sicuro e di cospicue entrate economiche. Avete notato come certi filosofi abbiano ormai guadagnato un invito fisso a talune trasmissioni, a tal punto che temo guadagnino più soldi in gettoni di presenza che per la vendita dei propri libri. Ci sono poi quotidiani che hanno scelto questo target specifico per le proprie vendite con ottimi riscontri finanziari. Insomma: fare l’esponente NO-VAX oggi rende e spiace che i media e la TV in genere si prestino a questo business che certo innocuo non è…anzi…

Comprendo che esista il diritto di opinione e che a tutti vada garantita la possibilità di esprimere il proprio pensiero ma la modalità con cui questi dibattiti sono costruiti rischia, a lungo andare, di essere dannoso e fuorviante. Essi fanno come intendere che esistano due opinioni di uguale valore, che meritano la medesima considerazione e che godono della stessa scientificità. Il che è palesemente falso! Da una parte vi è una comunità scientifica che studia e verifica i propri dati, che adotta un metodo di indagine che è fatto di prove, evidenze e approssimazioni progressive; dall’altra vi sono singolari e buffi rappresentati che gridano scompostamente a complotti, sostenendo strane teorie avvalorate da non si sa chi e che interpretano i dati a proprio uso e consumo. Chiunque abbia un minimo di conoscenza di matematica sa benissimo che, data una serie di numeri, si può dedurre qualunque teoria, se essi non vengono analizzati con metodo e rigore.

Anche perché una cosa è bene non dimenticarla: quello che ha valore e rilevanza scientifica non è quello che sostiene una singola persona (sia esso persino il premio nobel per la medicina Montagner!) ma una intera comunità scientifica. Ho una laurea in fisica e potrei tranquillamente scrivere sui questo blog che per me la terra è piatta; voi avreste tutto il diritto di sostenere che la terra è piatta perché un “esperto” con tanto di laurea lo ha scritto in internet… evidentemente non funziona così. Ogni comunità scientifica si è data dei criteri e dei metodi per verificare quello che ciascuno dei propri membri elabora e propone. È questo ciò che rende scientificamente attendibile (non certo!) quello che sappiamo. Non basta alzarsi in piedi e fare una dichiarazione su FB o alla stampa.

Se la vita media dell’uomo è 90 anni in occidente e 50 in Somalia, ci sarà pure una motivazione! E se gli stessi NO-VAX quando hanno l’appendice infiammata chiedono a quella stessa medicina che essi oggi contestano di guarirli, vorrà pure dire qualcosa!