Parole d'autore

i fiori di Shamira

Oggi lascio volentieri la parola a Mariateresa per una suo racconto. Buona Lettura!

***

Due settimane fa Shamira mi ha mandato questa foto, scattata in un angolo del giardino di “casaboffa”. Mi scrive “primo fiore dell’anno” sapendo quanto io apprezzi le cose della natura e le loro imprevedibili ed emozionanti manifestazioni. Questo fiore rosso, nella sua semplice perfezione, è un inno alla vita e alla bellezza. Incurante di tutta la fatica e la pesantezza che avvolge la nostra vita, spunta fuori con impudenza a regalare vivacità e colore al nostro sguardo distratto.

Quasi senza nemmeno troppo chiedere o approfondire avevo pensato che Shamira (ragazza dall’animo semplice e sensibile) avesse comprato questa piantina e l’avesse trapiantata in giardino, regalandomi una foto per farmi compagnia e per ricordarmi sempre da dove vengo. Le mie radici sono nella terra di quel giardino, nelle mura di quella casa, nell’aria che profuma di erba bagnata.

L’altro giorno invece, parlando con mia mamma, vengo a sapere che la piantina di quella primula sta lì dall’anno scorso e che quest’anno, improvvisamente, senza che nessuno se ne sia preso cura, è tornata a vivere e risplendere di questo bel rosso acceso. La cosa mi ha fatto pensare…

Nessuno ha fatto nulla per lei in questo ultimo anno. Ce ne siamo dimenticati tutti, non c’è stato bisogno del nostro intervento, anzi probabilmente, se avessimo fatto qualcosa, avremmo impedito al fiore di seguire i tempi delle sue stagioni e ricominciare il ciclo della fioritura.

Questo “fare nulla” coincide esattamente col tempo dell’attesa. A pensarci bene l’unica cosa che Shamira o mia mamma possono aver fatto è stato il gesto di trapiantare la piantina, di posarla nella terra, darle una casa, accudirla e custodirla finche è durato il suo tempo, perchè si sa, le primule hanno vita breve.

Poi, nulla.

Il fiore è appassito ed è tornato alla terra, le foglie son cadute, le radici hanno riposato nel nascondimento del vaso e della terra.

Eppure questo “far nulla” è stata la condizione per la sua rinascita.

C’è forse qualcosa da imparare dalla vita di questo fiore?

Penso al mio lavoro, al lavoro di ogni genitore, di ogni educatore, di ogni amico… C’è un tempo per seminare, un tempo per nutrire, accudire, un tempo per custodire… e poi c’è un tempo per aspettare.

Il tempo dell’attesa è ciò che diventa necessario perché la vita sedimenti, la cura fiorisca, il seme si conosca e di veda trasformato nel suo più bel compimento.Il tempo dell’attesa non è un dolce ed inutile far niente, non è arresa, remissività. E’ il tempo più prezioso, più difficile forse da comprendere e gestire, più fecondo…

E’ il tempo della scelta. Scegliamo di aspettare, non possiamo fare altrimenti se vogliamo dare un’altra possibilità al fiore.

Ci vuole coraggio, e pazienza, e sapienza.

Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc. 17, 10)

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