Storia e Tempi

perchè?

È uno strazio vedere alla sera in TV le notizie che riguardano la guerra in Ucraina. Vedi gente rifugiata in scantinati buoi o che scappa da casa con poche cose salvate di fortuna. Vedi edifici sventrati, strade distrutte, fiamme e fuoco che avvolgono luoghi che una volta erano casa per qualche famiglia. Vedi famiglie rifugiate nei paesi vicini, soprattutto madri con i figli che hanno lasciato i mariti ed i padri al fronte a combattere.

Resti sgomento di fronte a tutto questo, giacché comprendi bene che è una guerra che sta accadendo poco lontano da casa tua, senza che la lontananza possa in qualche modo attutire o stemperare la sofferenza di cui sei testimone.

Sei lì, seduto sul divano di casa o a cena con i tuoi figli e vedi volti di gente in fuga, sconvolta da un dolore imprevedibile e incomprensibile; godi della pace della tua casa e pensi a chi la casa l’ha vista sventrata da una granata o da un missile, che ha perso tutto quello che possedeva e che sentito sulla propria pelle la forza urticante della violenza, del sopruso, dell’inganno e dell’ingiustizia.

Guardi e ti chiedi: perché tutto questo? Perché questo dolore innocente, questa sofferenza senza ragione, questo strazio gratuito e insensato? Perché questo odio senza limite, questa pazzia collettiva, assurdità che pensavamo non potesse più trovare casa nel vecchio continente?

Dopo soli settant’anni dall’ultima tragedia mondiale il dramma si ripete, sempre lo stesso, sempre crudelmente fedele a se stesso: un popolo che alza le mani contro un altro popolo, proprio come accadde con la Cecoslovacchia nel ’39. Cosa serve celebrare quella vittoria, ricordare le vittime di quel tempo, commemorare chi ci ha lasciato la vita se la storia non insegna nulla, se tutto torna, se la disgrazia si ripete, se non viene bandita definitivamente dal cuore e dalla testa dell’uomo?

C’è una compassione da vivere con le vittime di questa guerra e di ogni guerra, una compassione che va oltre il concetto di ragione o di torto, di legittime aspirazioni o violente pretese; c’è una pietà che abita il cuore e che afferisce al semplice fatto di essere uomini, di avere un DNA umano nelle nostre cellule; c’è una misericordia da provare al di là delle lingue, delle religioni, delle opinioni politiche o credenze ideologiche. Osservi il dramma e provi quella povera pietà del cuore che ci rende uomini, non bestie, che fa di noi essere razionali e sensibili. Assisti alla violenza e senti nel cuore la lacerazione che nasce quando le tue stesse viscere sono state ferite, il tuo corpo umiliato, la tua stessa anima offesa.

Non c’è risposta a questo perché. Nessuna replica all’interrogativo del dolore innocente. Solo la pietà del cuore, la vicinanza del pensiero, la com-passione che tiene viva la fiammella della nostra umanità.

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