finestre sul mondo (2)

Il secondo luogo (qui il primo) che è stato una finestra aperta sul mondo durante la mia recente vacanza è stata la spiaggia di Omaha beach, celeberrima per essere una delle cinque spiagge dello sbarco in Normandia da parte degli alleati il 6 giugno del 1944, durante l’operazione Overload.

Il tempo un po’ nuvoloso e pigro creava una strana atmosfera mentre a piedi ci stavamo avvicinando alla spiaggia di Omaha, lasciando alle spalle il piccolo villaggio che raccoglie poche case, qualche negozio ed il museo dello sbarco. Da lontano si notano le installazioni celebrative lasciate e ricordo di quel giorno: sul piazzale antistante la spiaggia un possente monumento in pietra a ricordo dello sbarco e sulla spiaggia un monumento commemorativo intitolato “Les Braves” ossia “I Coraggiosi” composto da tre stele d’acciaio simili a vele che simboleggiano la speranza, la libertà e la fraternità.

Ma è mettendo i piedi sulla sabbia della spiaggia che senti la forza di quel luogo; è quando calpesti quella immensa spiaggia chiara soggetta alle intense maree che intuisci cosa può essere stato quel giorno. Una generazione di giovani non più che ventenni ha perso lì la vita, colpita a morte da postazioni militari ben protette e agguerrite. Avrei visto alcuni dei loro nomi al cimitero che si trova a pochi chilometri di Omaha beach, dove circa diecimila corpi sono stati seppelliti in maniera ordinata nella nuda terra, segnata solo da una croce bianca in marmo. Giovani vite, nel fiore della giovinezza, pochi con più di due decadi alle spalle, hanno trovato in quel luogo la conclusione della loro esistenza.

Omaha beach è una spiaggia come tutte le altre, a parte i segni celebrativi che ricordano quello che è accaduto: le scogliere tipiche della Normandia alle spalle, una sabbia fine e morbida sotto i piedi, un vasto oceano di fronte, le onde del mare che coprono la terra e si ritirano per molti metri a causa delle maree. Insomma, una spiaggia come molte altre. Eppure ad Omaha senti che qualcosa di sacro lì è accaduto, qualcosa che ha cambiato le sorti della storia, che ci ha reso quello che siamo e che ha segnato indelebilmente il nostro futuro.

Guardo i miei figli che passeggiano per la spiaggia e mi chiedo: cosa sarebbe successo se quei giovani americani (insieme ai compagni canadesi, inglesi, francesi e di altre nazioni) non avessero avuto successo? Cosa sarebbe oggi l’Europa senza il sacrificio, forse inconsapevole, di quei ragazzi? Si prova un senso naturale di riconoscenza per quella generazione, un motivo di ringraziamento e di gratitudine.

Calpesti quella spiaggia come si calpesta un luogo sacro, uno spazio che ha conosciuto il sacrificio di così tante vite, un posto che ha accolto l’ultimo respiro di una miriade di vite.

Ti muovi con circospezione ad Omaha beach, con un senso di raccoglimento, di silenzio, di laica invocazione e preghiera. Ti muovi su una spiaggia che ha visto il celebrarsi della storia, l’accadere di eventi grandiosi e tragici. Calpesti quella sabbia con circospezione e apprensione, pensando che quella terra è intrisa di sangue, sangue giovane ed innocente, sangue che ha donato a tutti noi la libertà.


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