la guerra non inizia sui campi di battaglia

Ecco il mio editoriale per il Cittadino del 2 Luglio 2026. Buona Lettura!

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«La guerra non è soltanto un conflitto tra gli Stati. Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione. Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana

Tra le molte riflessioni consegnate da Papa Leone al termine del recente Concistoro straordinario, questa è probabilmente una tra le più profonde. Non si limita a formulare un giudizio sulle guerre che insanguinano il mondo, ma sposta radicalmente il punto di osservazione. La guerra, ci dice il Pontefice, non comincia sui campi di battaglia. Non nasce quando si muovono gli eserciti o si firmano le dichiarazioni di guerra. Tutto questo viene dopo.

La guerra nasce prima. Nasce dentro una cultura.

È un’affermazione che obbliga a cambiare prospettiva. Siamo abituati a considerare la pace come un problema diplomatico: pensiamo ai negoziati, alle conferenze internazionali, alle mediazioni tra governi. Immaginiamo che la soluzione dipenda principalmente dai grandi della terra. Certamente anche questo è necessario. Ma Papa Leone suggerisce che il livello decisivo è un altro.

Se la guerra è anzitutto una cultura della potenza, allora la pace non può essere soltanto un accordo politico. Deve diventare una cultura alternativa. Una diversa maniera di guardare l’uomo, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di abitare l’economia e persino di interpretare la religione.

Colpisce come queste parole sembrino riecheggiare una straordinaria intuizione di Martin Buber. Scrivendo a Giorgio La Pira nel maggio del 1961, in occasione del III Colloquio Mediterraneo, il filosofo ebreo osservava:

«La storia moderna pretende d’insegnarci che la pace è possibile solo se i governi arrivano a un’intesa; dopodiché i popoli li seguono. Noi pensiamo differentemente… È necessario prima di tutto che gli uomini di buona volontà si parlino… Che si aiutino a guardare, a desiderare, a parlare veramente, che si ascoltino veramente e allora i popoli li seguiranno e i governi seguiranno i popoli. È il momento

Sono passati oltre sessant’anni, eppure sembra di leggere un commento alle parole del Papa.

Buber rovesciava la logica tradizionale della pace. Non sono i governi a generare automaticamente la concordia tra i popoli; al contrario, sono uomini e donne capaci di incontrarsi, ascoltarsi e riconoscersi reciprocamente a creare quel terreno culturale sul quale anche la politica può costruire accordi duraturi.

È una prospettiva profondamente diversa.

La pace non appare più come il risultato finale di una trattativa diplomatica, ma come un movimento che nasce dal basso. Dalla cultura prima ancora che dalla politica. Dall’educazione prima ancora che dalle istituzioni. Dalla qualità delle relazioni quotidiane prima ancora che dagli equilibri geopolitici.

In fondo è questo il limite di molte analisi contemporanee. Continuiamo a discutere delle guerre osservandole esclusivamente nella loro dimensione militare o strategica. Analizziamo gli armamenti, gli interessi economici, gli assetti internazionali. Tutto necessario. Ma raramente ci domandiamo quale antropologia stia generando tutto questo.

La cultura della potenza non si manifesta soltanto nei carri armati. Si insinua nella competizione esasperata, nella convinzione che il più forte abbia sempre ragione, nell’incapacità di riconoscere l’altro come interlocutore anziché come avversario. Entra nelle relazioni personali, nei social network, nel linguaggio pubblico, nelle dinamiche economiche, perfino nelle comunità religiose quando dimenticano la propria vocazione al servizio.

Per questo il Papa parla di una “cultura della cooperazione”. Non si tratta di un generico invito alla gentilezza, ma di un vero compito culturale. Significa educare alla fiducia invece che al sospetto, al dialogo invece che alla contrapposizione permanente, alla ricerca del bene comune invece che all’affermazione del proprio interesse particolare.

È un lavoro lento, quasi invisibile. Non produce titoli sui giornali né risultati immediati. Eppure è probabilmente il terreno sul quale si decide il futuro delle nostre società.

Forse è proprio questo il cambio di paradigma di cui il nostro tempo ha bisogno. Smettere di attendere la pace come una decisione presa nelle stanze del potere e cominciare a costruirla nella trama ordinaria delle nostre relazioni. Perché, se la guerra nasce molto prima delle armi, anche la pace comincia molto prima dei trattati.

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