Siamo ormai arrivati al ridicolo


Siamo davvero arrivati al ridicolo. A Ceuta migliaia di migranti tentano di entrare nell’enclave spagnola in Marocco. Pensare che una massa così numerosa si muova tutta insieme, nello stesso momento e nella stessa direzione, per una fortuita coincidenza è un esercizio di fantasia più che di analisi politica. È evidente che ci troviamo di fronte a un episodio che merita di essere compreso nelle sue dinamiche e nelle sue eventuali regie.

E quale sarebbe la risposta di alcuni governi europei? Chiudere Schengen. Tra questi, naturalmente, anche l’Italia.

È una scelta che ha la stessa logica di prendere la tachipirina perché il vicino di casa ha la febbre. Fa scena, dà l’impressione di fare qualcosa, ma con il problema concreto c’entra poco o nulla. I migranti sono arrivati a Ceuta, non stavano attraversando indisturbati le frontiere interne dell’Europa. Oltretutto nessuno di loro sarebbe mai arrivato in Europa,  per ovvie ragioni geografiche. Ma poco importa. La politica contemporanea non sembra più preoccuparsi dell’efficacia delle misure: le basta che producano un titolo, una dichiarazione, un post sui social.

Siamo entrati nell’epoca della politica emotiva. Non conta più governare i fenomeni, conta governare le percezioni. Non importa se una decisione risolve davvero qualcosa; basta che trasmetta un’immagine di fermezza. È marketing istituzionale travestito da governo.

La cosa più sconfortante, però, è un’altra. Quando un Paese europeo si trova sotto pressione, invece di chiedersi come sostenerlo, di capire che cosa sia realmente accaduto e di costruire una risposta comune, ogni Stato pensa a mettere in scena il proprio piccolo spettacolo muscolare. Ognuno recita la parte dello sceriffo, sperando di guadagnare qualche punto nei sondaggi.

E così l’Europa finisce per comportarsi come un condominio litigioso: se prende fuoco l’appartamento del vicino, invece di portare un estintore ci limitiamo a chiudere a doppia mandata la porta di casa nostra, poi ci facciamo fotografare mentre giriamo la chiave.

Forse è proprio questa la fotografia più impietosa del nostro tempo: non governi che cercano soluzioni, ma governi che cercano applausi. E quando la propaganda diventa più importante della realtà, il rischio è che i problemi restino tutti lì, mentre noi ci congratuliamo per aver trovato l’ennesima risposta inutile.

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