La notizia arriva da Licata, in provincia di Agrigento, e ha qualcosa di tenero. Alcuni cani randagi, cercando riparo dal caldo torrido di questi giorni, sono entrati nell’androne di un supermercato Lidl. Nessuno li ha cacciati: sono stati lasciati tranquilli a riposare al fresco e alcuni turisti hanno portato loro acqua e crocchette. Le immagini dei cani sdraiati, finalmente al riparo dall’afa, hanno suscitato sui social una cascata di approvazione.

È una bella storia. E, da proprietario di un cane, capisco perfettamente perché. So bene quale straordinaria capacità abbiano questi animali di entrare nella nostra vita, di regalarci affetto, compagnia, allegria. Un cane non è semplicemente un animale domestico: può diventare una presenza familiare, capace di suscitare sentimenti profondi e autentici. Vedere un animale soffrire ci interpella e ci spinge, giustamente, a prendercene cura.

Eppure proprio questa piccola storia mi porta a una domanda meno rassicurante: la stessa attenzione che sappiamo riservare agli animali siamo ancora capaci di riservarla agli esseri umani?

La domanda non nasce per contrapporre persone e animali, né per mettere in discussione la necessità di prenderci cura di loro. Nasce piuttosto dal timore che, nella nostra sensibilità contemporanea, la compassione rischi talvolta di essere guidata più dall’emozione che da una consapevolezza autentica del valore.

Un cane che soffre suscita immediatamente tenerezza. Un’immagine di animali rannicchiati dal caldo è capace di muovere migliaia di persone. E va bene così. Ma un essere umano che soffre non sempre produce la stessa reazione. Anzi, talvolta accade il contrario: davanti alla sofferenza di una persona cerchiamo responsabilità, colpe, spiegazioni. Ci chiediamo da dove venga, perché si trovi in quella condizione, se abbia fatto qualcosa per meritarsela. L’empatia si interrompe proprio nel momento in cui dovrebbe cominciare.

È qui che occorre recuperare una distinzione fondamentale: l’uomo non vale semplicemente perché suscita in noi un’emozione. La dignità umana non dipende dalla simpatia che una persona ci provoca, dalla sua innocenza apparente, dalla sua fragilità o dalla sua capacità di commuoverci.

Un cucciolo può intenerirci. Un anziano solo può lasciarci indifferenti. Un bambino può suscitare immediatamente protezione, mentre un migrante adulto, un senzatetto o una persona che ha sbagliato possono provocare diffidenza. Ma il valore dell’essere umano non cambia in funzione dei nostri sentimenti.

Questa è forse una delle grandi conquiste della nostra civiltà: aver compreso che ogni persona possiede una dignità che precede il nostro giudizio. Non perché ci piace, non perché ci commuove, non perché la riteniamo meritevole, ma semplicemente perché è una persona.

La compassione, allora, non può essere soltanto una reazione emotiva. Deve diventare una scelta morale. Perché le emozioni sono preziose, ma sono anche volubili: ci fanno commuovere davanti a ciò che vediamo e dimenticare ciò che non vediamo. La dignità, invece, chiede qualcosa di più difficile: riconoscere valore anche quando non proviamo nulla.

Per questo la storia dei cani di Licata può essere una bella notizia e, contemporaneamente, una piccola provocazione. Ben venga quel riparo, quell’acqua, quel cibo. Ben venga una comunità capace di non voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza di un animale.

Ma chiediamoci anche se siamo altrettanto pronti a lasciare aperte le porte quando, fuori dal supermercato, troviamo qualcuno che ha bisogno di aiuto. Perché la vera misura della nostra umanità non è soltanto la capacità di commuoverci. È la capacità di riconoscere l’altro anche quando non ci commuove.

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