L’arte di non barare

Ecco il mio editoriale per il Cittadino del 11 agosto 2026 (qui anche sulla versione online)

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Ha stupito la risonanza, quasi trasversale, che ha accompagnato la morte di Francesco Guccini. Non soltanto per la quantità dei ricordi, delle testimonianze, delle fotografie riemerse dalla memoria e delle sue canzoni tornate ad abitare le nostre giornate. A colpire è soprattutto la varietà delle persone che si sono sentite coinvolte. Giovani e anziani, credenti e non credenti, persone con percorsi culturali, politici e personali profondamente diversi hanno riconosciuto nella sua voce qualcosa di sé.

È forse questo uno dei segni più evidenti della grandezza di un artista: riuscire a parlare a persone differenti senza dover appartenere a ciascuno dei loro mondi. L’artista autentico è colui che riesce a dire ciò che molti hanno sulle labbra e nel cuore, ma che nessuno riesce a pronunciare compiutamente. Davanti a una grande canzone accade così qualcosa di singolare: abbiamo la sensazione che qualcuno abbia trovato le parole per dire ciò che noi stessi non sapevamo di avere dentro.

In fondo, ogni canzone, ogni poesia, ogni grande opera d’arte ci legge. Non siamo soltanto noi a leggere lei: è lei che legge noi. Intercetta una parte della nostra interiorità, raccoglie sentimenti dispersi, dà forma alle nostre paure, alle nostre speranze, alle nostre nostalgie, alle nostre contraddizioni. L’artista riesce a condensare in poche parole il sentire di un’epoca, i suoi valori e le sue inquietudini.

Ogni artista è così contemporaneamente figlio e interprete del proprio tempo. Ne raccoglie le domande e, esprimendole, contribuisce a plasmarne la cultura. Alcune parole diventano patrimonio comune proprio perché qualcuno ha avuto il coraggio di pronunciarle prima e meglio di noi.

Guccini ha fatto questo per intere generazioni. Ma ciò che forse spiega meglio la sua capacità di attraversare mondi diversi è la sua disponibilità ad abitare la fragilità dell’uomo. Non ha avuto paura delle contraddizioni, della nostalgia, della rabbia, del disincanto, delle sconfitte. Non ha cercato di nascondere quelle zone dell’esistenza nelle quali non sappiamo bene che cosa pensare, né come spiegare ciò che ci accade.

È qui che diventano significative le parole pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi nella sua omelia per i funerali di Guccini: «Il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro. Non hai smesso di chiedere e di ascoltare».

È una delle chiavi più profonde per comprendere Guccini. Il dubbio non come debolezza o incapacità di scegliere, ma come forma di onestà. Stare davanti alle cose senza barare significa non costruirsi risposte artificiali quando la realtà non offre risposte semplici. Significa accettare di rimanere in ascolto, continuare a chiedere, continuare a cercare.

Forse è proprio per questo che Guccini ha potuto parlare tanto ai credenti quanto ai non credenti. Fede e incredulità possono essere lontanissime nelle risposte, ma possono riconoscersi nelle domande. Che cosa significa vivere? Perché esiste il dolore? Che cosa rimane di noi quando il tempo porta via persone e luoghi? Che cosa significa amare? Come si convive con il limite, con la morte, con la nostalgia?

Guccini non aveva la pretesa di risolvere queste domande. Le abitava. Le trasformava in parole, personaggi, storie, immagini. E proprio per questo potevano diventare anche le nostre.

Zuppi, nella sua omelia, ha parlato di Guccini come di un uomo capace di avere un «cuore grande». Un cuore grande è quello che riesce a fare spazio alla complessità, alle persone, alle loro contraddizioni, perfino alle loro sconfitte. È quello che non ha bisogno di semplificare l’uomo per poterlo raccontare.

Forse è questa la ragione per cui la sua morte ha prodotto un’eco tanto vasta. Non è scomparso soltanto un cantautore. È scomparso qualcuno che per decenni aveva prestato la propria voce alle inquietudini di molti, dando dignità alla fragilità senza trasformarla in una colpa e al dubbio senza considerarlo un fallimento.

Le grandi canzoni, del resto, non invecchiano. A un certo punto smettono quasi di appartenere a chi le ha scritte e diventano patrimonio di chi le ascolta. Una canzone può essere stata scritta cinquant’anni fa e trovare oggi le parole esatte per raccontare qualcosa che ci sta accadendo.

È il miracolo dell’arte: una voce diventa la nostra voce, una storia diventa la nostra storia, una parola scritta da qualcun altro diventa quella che stavamo cercando. Forse è proprio questo che Guccini lascia a chi lo ha ascoltato: non soltanto delle canzoni, ma un modo di stare davanti alla vita, senza barare, senza smettere di chiedere, senza smettere di ascoltare.

E allora possiamo capire perché persone tanto diverse si siano sentite così profondamente coinvolte dalla sua morte. Perché, in fondo, Guccini non ha raccontato soltanto il suo mondo. Ha raccontato il nostro. E forse è proprio questo che fanno i grandi artisti: ci ricordano che le domande che pensavamo fossero soltanto nostre, in realtà, sono le domande di tutti.

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