Fiorire senza essere visti

Quando una vita si spegne, rimane sempre un senso di smarrimento. La morte possiede una forza che continua a sorprenderci, come se fosse qualcosa che la nostra coscienza non riuscisse mai davvero ad accettare. E quando quella vita si interrompe troppo presto, quando gli anni sono stati pochi e la sofferenza molta, il dolore sembra ancora più difficile da nominare.

Ieri contemplavo il volto di Davide, ormai immobile nel suo ultimo riposo. Guardavo quel viso segnato da una vita semplice, discreta, attraversata dalla malattia e dalla fatica. E pensavo ai suoi giorni, così poco appariscenti agli occhi del mondo. Una vita vissuta lontano dai riflettori, senza clamore, senza imprese destinate ai libri di storia.

Mi sono tornate alla mente le parole del poeta inglese Thomas Gray, nella sua celebre Elegy Written in a Country Churchyard: «Molti fiori fioriscono senza che alcuno li veda, disperdendo il loro profumo nell’aria del deserto.»

Forse poche immagini raccontano meglio la vicenda di Davide. E, forse, raccontano anche la vita della maggior parte di noi.

La maggior parte di noi attraversa il mondo in silenzio. Lavora, ama, soffre, spera, educa figli, si prende cura di qualcuno, affronta le proprie fatiche quotidiane e, un giorno, se ne va senza che la storia ne conservi memoria. Come quei fiori che sbocciano lontano dagli sguardi e il cui profumo si disperde nel vento.

Arriva un momento della vita in cui questa verità diventa evidente. Alcuni la rifiutano, continuando a rincorrere l’illusione di dover essere eccezionali. Altri, invece, imparano lentamente ad abitare la bellezza dell’ordinario, comprendendo che il valore di una vita non coincide con la sua notorietà.

È qui che il Vangelo apre uno spiraglio sorprendente.

Prima ancora che il maestro di Nazareth compia un miracolo, pronunci una predica o raccolga un discepolo, una voce risuona sulle rive del Giordano: «Tu sei il Figlio mio, l’amato.» È una parola che precede ogni risultato. Un riconoscimento che non dipende da ciò che si fa, ma da ciò che si è.

Forse è questa la voce che anche noi siamo chiamati ad ascoltare. Una voce che conosce il nostro nome, custodisce la nostra unicità e riconosce la bellezza irripetibile della nostra esistenza, anche quando nessuno la applaude.

Davide mi ha ricordato proprio questo.

Che si può vivere una vita apparentemente piccola e avere comunque attraversato il mondo con una bellezza che solo Dio conosce fino in fondo. Siamo chiamati a fiorire, non a essere ammirati. A diffondere il nostro profumo, non a preoccuparci di chi lo sentirà. Perché il valore di un fiore non dipende dal numero di occhi che lo osservano, ma dalla fedeltà con cui sboccia. E forse, alla fine, nessun profumo va davvero perduto. Anche quando sembra disperdersi nell’aria, c’è sempre Qualcuno che lo raccoglie.

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