Ho ascoltato alcuni passaggi del discorso pronunciato dal presidente Trump in occasione delle celebrazioni del 4 luglio e del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Ci si sarebbe aspettati un intervento di ampio respiro storico e istituzionale, capace di riflettere sul significato di due secoli e mezzo di democrazia americana. Invece, ancora una volta, ha prevalso il registro della propaganda.
Come osservava Michele Serra qualche giorno fa, non è facile stabilire se faccia più paura l’arroganza o l’ignoranza di questo presidente. Forse ciò che colpisce maggiormente è la loro continua sovrapposizione.
«Abbiamo la Costituzione più giusta e duratura della Terra. Siamo il Paese più forte e potente della Terra e, per grazia di Dio, gli Stati Uniti sono la nazione di maggior successo, dai risultati più straordinari e più apprezzati che siano mai esistiti nella storia dell’umanità». Parole che ricordano più la competizione tra bambini che cercano di convincersi di possedere la macchinina più bella, più veloce e più costosa degli altri, che il discorso di un capo di Stato chiamato a rappresentare una grande democrazia.
Il problema non è l’orgoglio nazionale, che ogni popolo ha il diritto di coltivare. Il problema è quando l’orgoglio si trasforma in autocelebrazione permanente e il patriottismo degenera in narcisismo politico. Una leadership autentica dovrebbe saper riconoscere anche le proprie fragilità, interrogarsi sulle contraddizioni del proprio Paese, parlare delle sfide ancora aperte. Gli Stati Uniti restano una straordinaria potenza economica, scientifica e culturale, ma sono anche attraversati da profonde disuguaglianze sociali, tensioni razziali, polarizzazione politica e crescenti difficoltà nel garantire pari opportunità. Ignorare tutto questo significa sostituire la realtà con uno slogan.
Sorprende poi la continua evocazione del comunismo come grande nemico dell’America. È una retorica che sembra appartenere a un’altra epoca. Gli Stati Uniti non hanno mai realmente conosciuto il comunismo nemmeno durante gli anni più duri della Guerra Fredda; immaginarlo oggi come la principale minaccia appare ancora più paradossale. Eppure questa figura del nemico ritorna ossessivamente, quasi fosse indispensabile alimentare una contrapposizione permanente per consolidare il consenso. Quando il nemico reale manca, lo si costruisce.
Ciò che lascia più amareggiati è vedere una nazione che per decenni ha rappresentato, con tutte le sue contraddizioni, un punto di riferimento per la democrazia liberale e lo Stato di diritto raccontarsi attraverso categorie così semplificate. L’America che ha ispirato milioni di persone nel mondo non era soltanto la più ricca o la più potente. Era la patria della ricerca scientifica, dell’innovazione, delle università, della libertà di espressione, della separazione dei poteri, della capacità di attrarre talenti e culture diverse. Era un Paese che trovava la propria forza non nell’autocompiacimento, ma nella continua capacità di mettersi in discussione.
Ascoltando Trump si ha invece l’impressione di un’America più arrabbiata che fiduciosa, più impegnata a proclamare la propria grandezza che a dimostrarla, più interessata a costruire nemici che a immaginare un futuro comune. Ed è forse questo il segnale più preoccupante: quando una grande democrazia smette di interrogarsi su se stessa e preferisce limitarsi a celebrarsi, il rischio non è soltanto quello di perdere credibilità agli occhi del mondo, ma anche di smarrire lentamente la propria anima.









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