Parole di carta

diritti e rovesci

Alzi la mano chi non ha mai provato quel senso di rabbiosa disperazione che ti assale quando sono ore e ore che giri invano alla ricerca di un dannato parcheggio che non trovi! Senti un senso di ringhiosa impotenza e di colerica frustrazione: “E adesso dove la metto? Possibile che non esista un buco dove poterla lasciare?”. E confessiamolo: chi, in questi istanti, non è mai stato tentato di lasciare la macchina nello spazio riservato ai disabili, solo per questa volta, solo in via eccezionale, solo perché oggi di posto non se ne trova…

Credo sia successo qualcosa di analogo, qualche settimana fa, al centro commerciale Carosello di Carugate, in provincia di Milano. Un tizio gira, gira, gira e alla fine lascia l’autovettura in un posto contrassegnato dalla H. Non che quello che è accaduto sia un fatto così insolito. Racconta Carmela Rozza, l’assessore alla Sicurezza del Comune di Milano “Se calcoliamo che gli spazi per invalidi a Milano sono in totale 4.661, (e che nel primo semestre 2017 le multe per soste vietata 71.819 – ndr.) vuol dire che più della metà di questi (62,8%) almeno una volta in sei mesi è stato occupato da chi non ne aveva diritto, creando problemi a chi ha seri problemi di mobilità”. Quello che è singolare è ciò che è successo di seguito: un altro disabile, accortosi che il posto era stato occupato abusivamente, chiama i vigili urbani che multano il proprietario con una sanzione di 60 euro.  Ed ecco che il “parcheggiatore illegale”, insoddisfatto dell’accaduto e, anzi, smanioso di vendicarsi per la multa, decide di appendere un cartello sulla cassetta di un idrante, con queste testuali parole: “A te handicappato che ieri hai chiamato i vigili per non fare due metri in più vorrei dirti questo: a me 60 euro non cambiano nulla, ma tu rimani sempre un povero handicappato. Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia“.

Sono rimasto di stucco quando ho letto questa notizia su un quotidiano online: ma davvero siamo arrivati a questo punto? Il nostro senso di controllo e censura si è abbassato a tal punto da permetterci di scrivere parole così infami ed oltraggiose? Certo, il fatto è di per se stesso tanto incredibile quanto isolato, ma credo che tradisca un sentire collettivo che si sta imbarbarendo e diventando sempre più violento ed arrogante. Basta leggere alcuni commenti e post sui social per rendersi conto che questo fatto, benché estremo e, fortunatamente solitario, nasce da un humus intriso di rabbia e aggressività, di violenza verbale ed arroganza che, ahimè, è meno raro di quello che si possa pensare.

Viviamo un contesto spesso imbevuto di collera, di ira e di insoddisfazione, di frustrazione e di violenza. Intendiamoci: non dico che a volte questa reazione scomposta non abbia una propria ragione o giustificazione. Dico solo che quando questo “mood” (come dicono gl’inglesi) diviene l’umore stabile della nostra vita, allora le cose si complicano alquanto. E così dobbiamo trascorrere il tempo con persone perennemente arrabbiate, insoddisfatte del mondo, degli altri e degli eventi; gente che prova un risentimento continuo verso tutto e verso tutti, come se avesse intrapreso una propria guerra personale contro l’universo intero, il quale, colpevolmente, non accetta di piegarsi alle loro nobili intenzioni.

Ma cosa hanno in comune il parcheggiatore arrogante ed i tanti arroganti che incontriamo “virtualmente” e non, nelle nostre vite? Credo un senso distorto dei propri diritti.

Ci sono persone che si mostrano estremamente sensibili a difendere e propugnare il rispetto dei propri diritti ma molto molto meno solerti a rispettare ed onorare i propri doveri. È gente abituata a strillare quando qualcuno (a loro insindacabile giudizio) mina i loro presunti diritti ma si mostrano molto più comprensivi e magnanini quando i loro doveri sono rispettati a giorni alterni.

In tal modo il loro “io” diviene, giorno dopo giorno, qualcosa di ipertrofico e di ingombrante, a tal punto che il loro ombelico diviene il loro orizzonte esistenziale ed il “proprio comodo”, il totem a cui sacrificare le proprie lamentazioni. Quando la medaglia a due facce, fatta di diritti e di doveri, viene rotta a vantaggio solo dei primi, iniziano i veri problemi di convivenza. È come se uno decidesse di indossare occhiali che mostrano solo metà del mondo, solo un pezzo della realtà che ci sta di fronte. Guardare ai propri diritti senza considerare anche i propri doveri, genera delle semplificazioni dannose e pericolose nella propria vita: uno si abitua a guardare a sé, al proprio orticello, a quanto gli spetta o che gli altri gli devono dare, e lentamente inizia a dimenticare il movimento opposto, ossia quello che ha a che fare con quanto gli altri si aspettano da te.

Ogni convivenza civile si basa sul quel delicato equilibrio tra diritti e doveri, tra ciò che mi spetta e ciò che mi compete, mai l’una senza l’altro. Ogni mio diritto è un dovere per qualcun altro (sia esso lo stato, un singolo o la collettività) ma non dimentichiamo che ogni mio dovere è la condizione di possibilità per un diritto altrui. Ogni volta che vengo meno ad un mio dovere, di fatto sto, indirettamente, negando il diritto di altri.

Un po’ come quell’automobilista che ritiene un suo diritto parcheggiare dove gli pare, dimenticando il suo dovere di rispettare il divieto di parcheggio. Questo suo dovere è solo l’altra faccia della medaglia del diritto di un disabile a parcheggiare l’auto vicino all’ingresso.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di settembre di LodiVecchioMese

 

Storia e Tempi

l’Oasi dei Clochard

L’Oasi del Clochard è una tappa quotidiana del mio viaggio verso Milano: il treno suburbano ci passa davanti tutte le mattine prima di entrare nella galleria del passante ferroviario che attraversa il cuore della città. Una volta era un campo di calcio di qualche squadra dilettantistica milanese: le insegne ancora ben visibili lasciano intendere che l’ampio campo, anni orsono, aveva una destinazione completamente diversa. Da tempo lo spazio era stato adibito a campo Rom: su ampie aree cementate erano stati collocati dei container che ospitavano una nutrita comunità di nomadi. Tra i prefabbricati erano chiaramente visibili quelli adibiti ad alloggi, quelli che contenevano i bagni e gli ambienti comuni. Si trattava di un piccolo villaggio, ricco di vita, con una nutrita popolazione di bambini e un discreto livello d sporcizia. Dopo alcuni mesi il campo nomadi era stato smantellato e i suoi abitanti spostati, immagino, altrove.

È così che, sulle ceneri di quel precedente insediamento, in occasione della visita di Francesco a Milano, è nato questo centro di accoglienza per persone senza fissa dimora, vagabondi e “scarti” umani di varia natura. Oggi la struttura è gestita dai City Angel che la presidiano con un nutrito gruppi di operatori e di volontari. La conformazione del centro non è cambiata rispetto al passato: ci sono sempre piccole casette prefabbricate circondate da bagni pubblichi e aree comuni.

Come vi dicevo, il mio treno mi obbliga tutte le mattina a questo pellegrinaggio involontario tra gli ultimi e gli scarti della società: seduti sui nostri comodi sedili, vestiti di tutto punto per la giornata lavorativa, noi tutti passeggeri siamo invitati ad alzare gli occhi per “contemplare”, nostro malgrado, ciò che di solito si preferisce nascondere e tacere. Vedi gente trasandata, gente che vive ai margini, non solo della società ma anche a margini della loro stessa esistenza; persone che la vita ha segnato, e anche profondamente, gente con difficoltà sociali e talvolta qualche disagio psichico.

Quando alla mattina alzi gli occhi dal tuo libro o sposti i tuoi occhi dalla preoccupazione della giornata verso questo piccolo pezzo di umanità, talvolta è come se ricevessi uno schiaffo in faccia: la vita bella e pulita che sogni è come imbrattata da questa presenza scomoda e fastidiosa, da questi uomini che vivono come “spazzatura” del mondo. La tua bella anima subisce come una violenza di fronte a questa isola di marginalità che pulsa nel cuore vivo di Milano.

Non sempre quello che è urticante è necessariamente dannoso… talvolta ciò che ci infastidisce ci sveglia dal nostro tranquillo torpore e dalla nostra egoistica apatia.

Quegli uomini mi rammentano, ogni mattina, che l’esistenza non è una passerella di alta moda, che le luci ed i lustrini talvolta nascondono umanità ferite e sanguinanti; mi insegnano che la vita è fatta di salite e di cadute, da cui alcuni non sanno più rialzarsi; che le mattine festanti del “Mulino Bianco” vanno bene per vendere qualche biscotto in più ma che faticano a trovare alloggio nelle nostre stanche esistenze. C’è Vita attorno a noi… vita gioiosa e dolorante, vita buona e derelitta, vita “alta” e vita “infima”…. Ma sempre vita, sempre umanità, sempre un fluire di sguardi e di contatti che saporano di Mistero.

 

Affetti e Legami

gioco di squadra

Quest’anno il mese di settembre è stato un periodo follemente denso di cose: una serie di impegni professionali, personali e di studio si sono condensati, inaspettatamente, in queste settimane, occupandomi quasi completamente la testa e di cuore e prosciugando ogni goccia di energia.

Sicché quest’anno l’esperienza dell’accoglienza di Zhanna (la bimba bielorussa che sta con noi) l’ho vissuta un po’ a traino, un po’ nelle seconde file. Negli anni passati mi ero esposto di più, ci avevo investito più tempo ed energie, non tanto nelle faccende pratiche (in quelle sono un disastro e senza Simona sarei finito) quanto nell’esperienza di relazione, di comunicazione e di cura. In tutto questo poi è stato complice il carattere un po’ chiuso ed introverso di Zhanna, di cui ho già accennato.

Sarà per questo mio necessario “passo indietro”, sarà perché lei era pronta a fare un “passo in avanti”, ma è stata Miriam quest’anno la vera regista dell’esperienza. A parte una serie di faccende pratiche (farle fare il bagno, asciugare i capelli, farla giocare, eccetera) che fa con la sua consueta solerzia, è lei che ha saputo creare un legame speciale e privilegiato con Zhanna. È diventata la sua persona di riferimento, colei che sola abbraccia, con cui ride, da cui si fa consolare e con la quale trascorrere momenti di gioia e di spensieratezza.

Devo confessare che inizialmente non ero pronto a questo cambiamento: ognuno di noi tende a replicare schemi di comportamento ormai collaudati ed è restio a modificarli di sua iniziativa. Tuttavia, dopo questo primo spaesamento, ho iniziato ad osservare orgoglioso l’accaduto: che meraviglia vedere Miriam muoversi con piglio e delicatezza, con le determinazioni e tatto, con senso di responsabilità e con straordinaria affidabilità!

Pensavo tra me e me: non è forse questo il senso di vivere un’esperienza di accoglienza familiare? Non è tutta qui la differenza che intercorre tra una un’accoglienza declinata al singolare ed una al plurale?

Il bello del “noi che accoglie” è che ciascuno mette in gioco una parte di sé, in base alle proprie capacità, maturità e possibilità. E questo noi è talmente accogliente che è capace di non soffocare il singolo, ma di promuovere la sua iniziativa, il suo contributo e la sua libertà.

Non è solo questione di una necessaria divisione di compiti…certo… anche quello… Secondo me ha più a che fare con il senso di essere comunità familiare, luogo in cui il dare e il ricevere, lo scambiare e condividere, l’accogliere e l’ospitare, il promuovere e il sostenere sanno diventare, timidamente e gradualmente, il vocabolario della grammatica degli affetti.

Ci sono esperienze che vivi a pieni polmoni anche giocando in seconda fila, perché comprendi che chi gioca in prima linea lo fa con un senso di squadra che anche tu, col tempo, hai contribuito ad alimentare.

 

Pensieri e Silenzi

libri usati

Amo leggere i libri usati, quelli che sono passati da molte mani, quelli un po’ sgualciti. Questi libri hanno perduto quella rigidità iniziale, diventando morbidi e flessibili e ti si spalancano dinanzi come due braccia docili e accoglienti, quasi ad invitarti ad entrare nella loro storia. Questa loro nuova flessibilità acquisita pare che sia fatta per adattarsi al tuo corpo, alle tue mani quando li afferrano o al tuo torace quando ti addormenti con il libro spalancato sul cuore.

Ma c’è una cosa che secondo me li rende preziosi ed unici: sono i moltissimi i volti che li hanno osservati, le infinite dita che li hanno sfogliati, gli innumerevoli tocchi che hanno subito. Quei libri hanno conosciuto molte vite, molte sofferenze e molte gioie. In loro hanno trovato rifugio, conforto, evasione e divertimento tantissime persone prima di te. Sono libri vivi perché hanno conosciuto la Vita, quella discreta e nascosta di tanta gente; quelle pagine hanno accolto e suscitato pensieri che non potremo mai conoscere.

Ogni libro non è qualcosa di statico o definitivo; esso si arricchisce della lettura del lettore, del suo coinvolgimento e dei suoi pensieri. È come se ciascuno di noi, leggendo un libro, ne scrivesse una piccola appendice o ne evidenziasse le parti più belle. La nostra lettura non è mai una cosa neutra, non lascia il testo così come era all’inizio. I nostri occhi che scorrono sulle righe hanno la capacità di donare allo scritto nuove interpretazioni, nuovi ambiti di vita; essi regalano alla parola scritta nuovi sentimenti, nuovi vissuti, come in una generazione infinita di significati.

Quella pagina scritta è stata solo la prima scintilla accesa tra i ceppi: essa ha dato il via a qualcosa che lei non potrà più controllare, ad un movimento di infinite significazioni che nessuno potrà arrestare.

Quando prendo tra le mani un libro usato, mi sento parte di una storia che proviene da lontano, protagonista unico di una staffetta nella quale il testimone è stato consegnato nelle mie mani. Ma solo per ora, solo per il tempo di una lettura, fino al raggiungimento dell’ultima pagina. Dopodiché anche a me sarà chiesto di “lasciare andare quel libro”, affidarlo al fluire delle mani, affinché, nel suo eterno pellegrinaggio, possa trovare nuove braccia e nuovi cuori presso cui prendere temporanea dimora.

 

 

Pensieri e Silenzi

fare centro

Ieri sera, chiacchierando con un amico, riflettevo su questa cosa: l’equilibrio della nostra vita, ossia quella situazione in cui le varie dimensioni della nostra esistenza convivono in modo armonioso, non è un obiettivo che si raggiunge in modo semplice e lineare, ma che richiede, talvolta, percorsi accidentati e complicati. Si giunge ad un equilibrio personale passando attraverso continui sbilanciamenti, eccessi, cadute e fallimenti. Nessuno fa centro immediatamente quando scocca la freccia della sua vita: una volta tira un po’ troppo in alto, sicché, corregge la mira e sposta l’obiettivo un po’ sotto, ma capita che sia troppo sotto… ecco quindi a dover nuovamente correggere il tiro…

Che ci piaccia o no funziona così: è un lungo percorso di avvicinamento al punto centrale che richiede concentrazione, pazienza, disponibilità a sbagliare e a riprovare.

Talvolta ci agitiamo quando ci accorgiamo che un nostro amico o una persona a cui vogliamo bene, cicca completamente il tiro: ci allarma la cosa, come se fosse un fallimento definitivo ed irreparabile.  Dovremmo imparare invece a leggere quella “freccia andata a vuoto” come un tentativo, magari maldestro, di avvicinamento alla meta. È importante che egli, nonostante tutto, abbia lanciato il dardo… è un primo passo… il secondo sarà quello di prendere meglio la mira… ma senza quel primo e fallimentare tentativo temo che la freccia sarebbe rimasta triste triste nella faretra, come un tentativo inesplorato.

E’ solo dopo vari lanci che apprezzi la precisione che la persona sta maturando: la traiettoria è più precisa, il tiro più sicuro, la mano più ferma e concentrata. Tutto ciò tuttavia non è frutto del caso, ma conseguenza di quelle tante frecce che non hanno mai nemmeno colpito il bersaglio, di quelle andate a vuoto, di quelle che si sono incidentate direttamente sull’arco prima della partenza…

Aveva ragione William Blake: “La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza

Parole di carta

per e diviso

«Free, gratis, regalo di Paolo e famiglia, bye bye friend», aveva detto Paolo, panettiere quarantottenne di Piandiscò, al quel tizio americano che il giorno di Ferragosto era entrato per chiedergli un po’ di pane. Era rimasta una sola pagnotta che Paolo pensava di portare alla sua famiglia, ma si sa, la generosità di certa gente talvolta supera anche il buon senso. Sicché Paolo ha spezzato a metà quella pagnotta, condividendola con l‘estraneo appena giunto ed accompagnando il suo gesto con una pacca sulle spalle e un cordiale sorriso.

Nessuna idea di chi fosse il destinatario di questo semplice dono, finché, qualche giorno dopo, tre berline nere si sono fermate davanti al suo negozio. «Maremma che ho combinato, sarà mica la Guardia di Finanza?» ha pensato Paolo, stupito per l’accaduto. Ma è stato quando il suo cliente americano si è presentato come Louis Lawrence Bono, ambasciatore americano presso la Santa Sede, che la meraviglia ha preso il sopravvento. Solo allora Paolo si è reso conto che il beneficiario del suo piccolo gesto non era uno tra i tanti ma un importante diplomatico, con una sfilza di titoli accademici ed importanti incarichi politici e diplomatici. Mr. Bono, in vacanza in Toscana con la famiglia ed ora tornato riconoscente dal panettiere, così ha ringraziato Paolo: «Ne avevi poco anche per la tua famiglia eppure non hai esitato ad aiutarmi. Sei una brava persona»

In fondo il senso della parola condivisione sta tutto lì, in quello “spezzare il pane quotidiano”, nello spartire ciò che necessario; ha poco a che fare con la magnanima elargizione di consistenti elemosine né con la nobile ed aristocratica munificenza di chi guarda il mondo dall’alto al basso. Il gesto del condividere ha maggiori assonanze con il movimento di chi, consapevole della generosità e della prodigalità della Vita, sa vivere una confidente fiducia verso il futuro. Solo chi ha sperimentato sulla propria pelle che la Vita sa generare e sostenere la sua povera esistenza, si può permettere il lusso della rinuncia, della spartizione e della moltiplicazione del necessario.

Sì, perché in fondo il segreto della condivisione è la sua straordinaria capacità di moltiplicare, dividendo, quel poco che si ha.

Questo mio articolo è stata pubblicato su Il Cittadino di oggi nell’inserto Dialogo

Affetti e Legami

Zhanna

Zhanna è come una montagna da scalare. Forse, data la corporatura minuscola e lo sguardo dolce e delicato, è più una piccola collina. Ma ridurre l’altezza e l’imponenza del monte, non attenua la difficoltà della scalata.

Zhanna è giunta in casa nostra da qualche giorno, provenendo da un lontano e sperduto villaggio della Bielorussia, uno di quelli in cui i comfort della civiltà sono giunti a fatica, tanto che in casa sua manca l’acqua corrente ed il bagno. È una bimba piccola di nove anni, minuscola e silenziosa, che si è trovata catapultata su un altro pianeta, per un soggiorno sanitario di cui, credo, stenti a comprendere il senso ed il valore.  D’altra parte come pretendere tutto questo da una bambina così piccola? Ha due occhi tenerissimi e dolci che ti osservano un po’ dal basso all’alto, sempre nel timore che qualcosa di spiacevole le possa accadere. È gentile ma timorosa, educata e smarrita, sempre un poco spaurita di quello che le accade attorno.

Appena giunta in casa abbiamo compreso che quest’anno la “musica” dell’accoglienza sarebbe stata diversa: dopo diverse bimbe, che pur con caratteri e temperamenti molto diversi, erano estroverse e comunicative, con Zhanna era evidente che le cose sarebbero andate diversamente. I primi momenti credo siano stati davvero difficili per lei: chiedeva spesso quando sarebbe tornata a casa e ogni telefonata con la mamma in Bielorussia, provocava pianti e singhiozzi difficili da consolare. Il tempo e le attenzioni amorevoli di Miriam e Simona l’hanno resa più aperta e serena: ora accenna qualche sorriso e gli occhi appaiono meno spaesati e preoccupati.

Con me poi le difficoltà sono ancora maggiori, non so se perché maschio o perché con il suo papà in Bielorussia il rapporto segue regole e stili differenti. Mostra un certo sospetto, una timida indifferenza che non mi consente di avvicinarmi troppo. I primissimi giorni non rispondeva ai miei sorrisi né alle mie domande: obbediva, con solerzia, agli inviti che le facevo, ma senza mostrare alcun sentimento né emozione. Devo confessare, con una certa soddisfazione, che le cose, lentamente, stanno cambiando: ha iniziato a ricambiare, timidamente, il sorriso e a sussurrare un gentile “charashò” quando le chiedo come va. Tuttavia la mano ancora non me la dà: guarda l’offerta della mia mano tesa ma preferisce camminare da sola, rifiutando il mio gesto.

Certo, emotivamente, la relazione con Zhanna è meno gratificate di quella avuta con Daryna e le bimbe ospitate precedentementei. D’altra parte è vero che non è la soddisfazione personale il primo criterio per valutare una esperienza del genere.

Eppure credo che, anche in questa faticosa relazione, Zhanna, a modo suo, mi stia insegnando una cosa importante: la fatica e la gioia dei piccoli successi. Quando l’obiettivo è difficile e sfidante non ti puoi attendere grandi vittorie o clamorosi risultati. Ti devi accontentare dei piccoli ma faticosi progressi, che fai giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Vieni educato alla pazienza di celebrare quelle piccole ed impercettibili conquiste che la situazione ti consente di ottenere. Si tratta di cose piccole, quasi invisibili: due labbra che accennano una smorfia di sorriso, una parola sussurrata sotto voce, due occhioni che ti scrutano senza paura, un bacio ricevuto, con molto riserbo, ma comunque accettato….

Sono questi i piccoli traguardi su cui devi lavorare e concentrare le tue energie, sapendo che alla vetta talvolta ci si arriva trionfante e con le braccia alzate, altre volte occorre accontentarsi di un rifugio a mezza costa. Quel che conta, tuttavia, è averci messo cuore e impegno per raggiungere quel piccolo ma significativo traguardo.

 

Parole d'autore

questo è il mio tesoro!

«Quello che più mi ha colpito era la folla lungo le strade, i papà e le mamme che alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa perché il Papa li benedicesse. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro. Questa è la mia speranza. Questo è il mio futuro. Io ci credo”. Questo mi ha colpito: la tenerezza, gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimi, bellissimi. Questo è un simbolo, un simbolo di speranza, di futuro.

Un popolo capace di fare bambini e poi farli vedere così, come dicendo “questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro».

(Francesco durante la conferenza stampa in aereo sul volo di ritorno dalla Colombia)

Affetti e Legami

piccole crepe

I nostri legami sono qualcosa di fragile, di precario, di delicato.  Sono come un piccolo seme che, per crescere, ha bisogno della giusta temperatura, della giusta umidità, di una cura condotta giorno dopo giorno, con continuità e fedeltà.

Purtroppo, talvolta, ci accorgiamo di questa vulnerabilità solo quando essi si lacerano, si indeboliscono o si spezzano. Sono questi eventi “traumatici” che ci rendono consapevoli di quanto li abbiamo trascurati o ignorati, di quanto gli abbiamo disattesi o penalizzati.

La cosa davvero pericolosa è che questa incuranza non avviene in modo palese da un giorno all’altro, come un terremoto violento che spacca la terra e demolisce la casa. No, essa funziona più come uno sciame infinito di piccoli movimenti tellurici, che, lentamente e nascostamente, minano alle fondamenta della nostra casa, creando picco crepe, invisibili lesioni che ad uno sguardo superficiale paiono insignificanti e trascurabili.  Ma è il tempo che rende queste piccole fessure un pericolo mortale per l’edificio: ignorate per giorni, mesi ed anni queste crepe si allargano, aumentano di profondità, colpiscono i muri portanti, finché, improvvisamente, un giorno, tutto viene giù. Ma quella distruzione non è un evento improvviso, come potrebbe sembrare, ma il frutto di anni di incuria e disattenzione.

Penso che sia solo la piccola “manutenzione” giornaliera l’unica prevenzione possibile. Occorre saper custodire giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, i nostri legami ed i nostri affetti. Serve un’attenzione quotidiana, feriale, per curare le sue piccole ferite e fasciare le sue minuscole lesioni. Lo so: è uno sforzo non da poco; è un impegno di concentrazione per non lasciarsi distrare da cose poco importanti ma che catturano la nostra mente ed il nostro cuore. Serve energia per “stare sul pezzo”, per non perdere il filo degli affetti, per vegliare i nostri legami come fa il pastore di notte con il gregge. Serve un occhio vigile per cogliere il lupo che si avvicina al recinto e cacciarlo lontano prima che possa diventare un pericolo per l’intero gregge.

I nostri legami sono qualcosa di prezioso ma di fragile, o forse, sono preziosi proprio perché sono fragili.  Non sono mai qualcosa di scontato, qualcosa che possiamo considerare come acquisiti una volta per sempre. Sono oggetti vivi, dinamici, in crescita che necessitano di premure quotidiane anche quando paiono ripetitive e superflue. Sì, i nostri legami hanno fame di cose superflue, cose che “non servono”, di gesti gratuiti quanto inutili, atti di attenzione che ci strappano dalla logica di “quello che serve” per aprirci l’orizzonte dello stupore dell’esistenza.

Pensieri e Silenzi

rompere la bolla

Mi rendo conto che vivo dei periodi in cui sperimento una sorta di “sequestro mentale”: mi succede che sono talmente coinvolto in un problema, in una questione, o in un progetto che vivo come isolato da ciò che mi succede attorno. Non è un atto voluto né una scelta: è qualcosa che ti succede indipendentemente dalla tua volontà e, cosa ancora più grave, di cui ti accorgi solo quando da questa “bolla autistica” ne sei uscito. È quando il sequestro è terminato che capisci di aver passato dei giorni senza minimamente accorgerti di quello che ti stava attorno e che hai trascorso del tempo su un’isola deserta in cui c’eravate solo tu ed il tuo problema… nessun altro…

È spiacevole questo risveglio: provi una sensazione antipatica di colpevole indifferenza, di apatia, come se, involontariamente, avessi messo “in pausa” la vita delle persone che sono con te, per poterti dedicare in modo esclusivo alle tue cose…in effetti non è una cosa di cui vai particolarmente orgoglioso, anzi…

Da una parte credo sia, in qualche modo comprensibile (anche se non giustificabile) quello chi mi accade: quella questione ti ha talmente preso che ne sei rimasto vittima. Stenti proprio a dimenticarla e a prenderne le distanze; ci resti attaccato giorno e notte in un modo che suona un poco patologico ed inopportuno. Diviene una sorta di pensiero ossessivo a cui tornare non appena la mente e le faccende della giornata te lo consentono.

Tuttavia questo isolamento mentale mostra delle evidenti controindicazioni: vivendo così, perdi il senso delle proporzioni, della misura; smarrisci il senso prospettico della vita, e ti focalizzi su quella questione trasformandola in un “tutto” che spaventa e paralizza. Spezzare quindi questo circolo non è solo una scelta salutare per la propria mente ma anche un modo efficace per risolvere meglio la questione che ti ha rapito la testa.

Fa bene guardare il problema da una certa distanza; contemplarlo da lontano e soprattutto, vederlo “in contesto”, dentro le cose belle ed importanti della tua vita; dentro la famiglia, i figli, dentro gli incontri e le amicizie; dentro le passioni ed il divertimento. Insomma, dentro lo scenario della tua esistenza, in modo tale che cessi di essere un buco nero nel quale tutto precipita violentemente per diventare una buca sul tuo cammino. Certo: può essere una fessura o una voragine, ma, per quanto grossa, non potrà mai inghiottire la tua vita.