Storia e Tempi

“adesso respira!”

“Adesso guardami e respira!”

La partita di minibasket è stata combattuta, come lo sono tutte le partite giocate dai bambini: l’agonismo è sempre massimo, l’impegno e la determinazione pure. Capita tuttavia che lo zelo e la grinta provochino qualche contatto più duro del solito, qualche scontro che eccede quello che il regolamento consente. Sicché, da arbitro, sono dovuto intervenire per sanzionare l’accaduto.

Accade però che il numero 7 della squadra avversaria, un tipetto minuscolo ma risoluto, sbotta in una crisi di urla e lacrime: il suo avversario, involontariamente, lo ha colpito un po’ troppo violentemente e la cosa proprio non riesce a digerirla. La  cosa buffa è che in realtà il fallo lo ha provocato lui, con un intervento difensivo troppo energico e se qualcuno dovesse versare qualche lacrima e non sarebbe certo lui… ma si sa… nella tensione della gara queste sottigliezze è difficile coglierle. Fatto sta che, essendo vicino alla propria panchina, il numero 7 inizia questo sfogo inconsolabile verso il suo allenatore, lamentandosi dell’avversario e risentito del torto subito.

A dire il vero non è una scena inusuale in una partita: i bambini tendono a farsi prendere dalla gara e a qualcuno saltano un po’ i nervi. Quello che invece è straordinariamente inusuale è la reazione dell’istruttore. Essendo lì vicino ho potuto godermi la scena in tutti i suoi dettagli: l’allenatore con voce calma e tranquilla gli mette le mani sulle spalle e gli dice: “adesso guardami e respira”. Il contatto visivo e l’abbraccio dell’allenatore hanno l’effetto sperato: il bambino inizia a calmarsi e il pianto e le urla si placano. Quando il giocatore numero 7 riprende il controllo, l’istruttore, con tono pacato e misurato, gli spiega che l’intervento falloso è stato il suo e di stare sereno, perché l’arbitro avrebbe fischiato tutti i falli, da qualunque parte sarebbero venuti. Come ciliegina della torta di questo meraviglioso intervento educativo, l’allenatore guarda il numero 3 della sua squadra e gli dice: “potresti gentilmente marcare tu l’avversario del 7?” , in modo tale da evitare possibili altri contatti tra i due bambini.

Insomma, quello che poteva essere motivo di una zuffa, si è risolto in modo sereno e pacifico: il giocatore numero 7 si è sentito compreso e accolto nel suo sfogo ma allo stesso tempo il suo istruttore non gli ha risparmiato quel “pezzetto di verità” che fa bene alla sua crescita. Il tutto poi fatto con garbo e delicatezza, con dolcezza e fermezza. Che straordinario momento di sport, quello con la S maiuscola. Quel bambino non ha solo imparato una regola del gioco, non ha solo compreso il senso del rispetto dell’avversario, ma ha trovato una persona adulta che lo ha accompagnato nell’affrontare la frustrazione e la sconfitta che ogni partita può comportare. Averne di allenatori così…

Parole di carta

good news

Talvolta ascoltare qualche buona notizia fa bene al cuore e alla mente, perché ci consente, almeno per pochi istante, di diradare quella coltre scura che ci ingrigisce l’umore dopo aver ascoltato le notizie della sera in un qualunque telegiornale. La buona notizia spezza il pessimismo che ti porta a disperare delle cose del mondo, come se tutto fosse destinato ad un tragico ed ineludibile esito; è come una fioca fiamma di candela, che squarcia la tenebra della notte. Non è una luce sufficiente per leggere o per lavorare ma è un bagliore che quantomeno lascia intravedere lo spazio che ti circonda e gli dona spessore, profondità e un poco di sicurezza.

È quello che ho provato leggendo sul giornale la storia di Godfrey, giovane ingegnere della Tanzania e giunto in Italia per studiare al politecnico di Milano. L’amore per lo studio e la conoscenza, Godfrey li ha sempre avuti: da giovane universitario si alzava alla 4 di mattina per percorrere le due ore di bus che separavano la sua casa dal “Dar es Salaam Institute of Technology” (DIT). È qui infatti che Godfrey ha ottenuto una laurea in Ingegneria e sempre al DIT, durante una conferenza, ha fatto la conoscenza della prof.ssa Emanuela Colombo, docente del politecnico e delegata per la Cooperazione internazionale su incarico del Rettore. Alla professoressa bastano poche battute con Godfrey per comprendere che il giovane laureato ha “i numeri” per continuare la carriera accademica. «Così ne nasce uno su migliaia», dice la prof.ssa Colombo di lui. Attraverso una borsa di studio e grazie all’interessamento della professoressa, il giovane tanzanese giunge in Italia dove vive in un appartamento in viale Zara con un coinquilino suo connazionale.  Durante questo soggiorno Godfrey frequenta il master e vince un dottorato, specializzandosi in tecnologia dell’ingegneria energetica in Africa, con il massimo dei voti e la lode. Un curriculum brillantemente conseguito che aprirebbe a Godfrey un’infinità di porte e gli offrirebbe moltissime opportunità professionali. «Ma io volevo tornare in Africa. È qui che ho sempre voluto fare l’ingegnere. È qui che lo farò», racconta Godfrey, che dopo aver terminato la sua formazione in Italia è tornato nel suo paese, dove ora lavora per una grande multinazionale, collabora con diverse Ong per la promozione di progetti e sul piano della formazione. Ora Godfrey ha 36 anni, una moglie e due figli e ha vinto una cattedra in ingegneria energetica presso il DIT, dove aveva iniziato la sua carriera universitaria.  Godfrey conserva un ottimo ricordo del suo paese di adozione: «A Milano mi sono sempre sentito accolto. Anche se non è stato facile per la lontananza dalla mia famiglia. Ma in fondo è andato tutto bene, no? L’Italia mi ha dato una esperienza e una formazione che nel mio Paese non avrei potuto avere. Allo stesso tempo però la mia Tanzania oggi sta investendo. E io sono ottimista. Credo con grande forza che le persone che hanno avuto la volontà e soprattutto la fortuna di studiare come è capitato a me possano fare davvero molto per i “loro” posti».

A volta le storie a lieto fine esistono ancora… sono rare ma ci sono. E raccontano vicende che aprono al futuro, che donano speranza e che mostrano un mondo “altro”, o forse meglio, mostrano come il nostro mondo potrebbe essere diverso, così come tutti sogniamo che sia.

Le belle notizie hanno il potere evocativo di suscitare quanto di bello è nascosto nei nostri desideri, di smuovere la passione per tutto ciò che potrebbe essere più umano, più vero e ricco.

Il cinismo e la rassegnazione ci prostrano e ci inducono a credere che tutto sarà per sempre così, triste, ingiusto, volgare, gretto, lugubre e squallido. Le cattive notizie contribuiscono, giorno dopo giorno, a formare una crosta sopra i nostri sensi che, a lungo andare, ci rende insensibili, apatici, egoisti e sprezzanti. Dopo che sei stato esposto per molto tempo a tragedie, calamità, furti e rapine, saccheggi e ingiustizie, furberie e voracità rischi tu stesso di gettare la spugna, di desistere dal sognare, dal cedere e rinunciare ad impegnarti perché le cose vadano diversamente. Siamo sinceri: talvolta è pure comodo lasciarsi circondare da tutto questo pessimismo. Se tutto va male, a che serve impegnarsi e lottare? Se le cose non filano mai per il verso giusto, tanto vale accodarsi alla fila dei disillusi e dei disimpegnati, manifestare qualche risentito sdegno e continuare a vivere come si è sempre vissuto. Le cattive notizie talvolta sono un’ottima giustificazione per non muovere un dito.

Le buone notizie, invece, sono come una finestra spalancata sul nostro spirito: fanno entrare aria fresca e salubre e disperdono quell’odore stantio, impregnato di impudenza, spregiudicatezza ed insolenza, che ci alberga dentro.  Le cose buone che vediamo ed ascoltiamo entrano in risonanza con la parte buona di noi, quella positiva e ricca di speranza, quella che resta affascinata dal bello che la circonda, quella sa ancora commuoversi, gioire e partecipare alla sorte di chi calpesta questa terra.

Credo che di questi tempi leggere buone notizie, mettersi in ascolto di voci di speranza e di futuro sia diventato un dovere morale per ciascuno: non si sopravvive in un mondo che è soffocato dalla bruttezza e da un cinico pessimismo. Ci serve un cielo sopra la testa capace di mostrare la stella polare ed orientare il cammino.

Dopo tutto, poi, queste “cose buone” sono merce rara ma non introvabile: la troveremmo più frequentemente sulla nostra strada se solo avessimo occhi attenti ed un cuore vigile.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre di LodiVecchioMese

Storia e Tempi

la banalità del male

Si resta allibiti di fronte alla mostruosità di usare l’immagine di una bambina morta in un campo di concentramento come motivo di scherno per degli avversari sportivi. Si è semplicemente perso il senso della sacralità del nostro vivere, di quella parte del nostro passato e del nostro presente che è talmente dolorosa ed inconcepibile da divenire quasi impronunciabile ed intoccabile. Quel viso giovane ed innocente è stato testimone ed è divenuto simbolo di una tragedia dalla proporzioni disumane, che è persino difficile da immaginare nelle nostre teste e da raccontare ai nostri figli.

In quella notte della storia l’uomo ha smarrito se stesso, ha perduta la propria dignità, ha compromesso quella parte di ragione e sensibilità che lo rendono umano. Dimenticare tutto questo in nome di uno sfottò sportivo è di una volgarità vomitevole e di stupidità infinita.

Tornano qui alla memoria le straordinarie parole di Hannah Arendt circa la banalità del male: «Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”». (Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, 1963)

Parole d'autore

gentilezza

Francesco mi ha segnalato uninteressante post tratto da questo blog. Rilancio con piacere.

“C’è una parola composta in Giapponese che racconta l’altruismo,la gentilezza che è sempre benvenuta, o almeno quasi sempre. E nel quasi si gioca la sfumatura che piega e infine ribalta tutto il concetto di altruismo.

È「有難迷惑」/arigatameiwaku/, termine che abbina due sentimenti contrastanti solo in apparenza:la riconoscenza ed il fastidio.

In essa c’è 「ありがとう」 /arigatō/, 「有難い」 /arigatai/,il grazie, l’inchino di cuore, la consapevolezza di quanto le intenzioni altrui siano luminose. Eppure vi si accompagna 迷惑」 /meiwaku/ ovvero  il fastidio, l’irritazione, il risvolto dell’eccesso e della mancata consonanza di desiderio tra chi riceve e chi dà.

È la macchina che nel vicoletto, per una forma di cautela eccessiva, invece che passare oltre lentamente, si ferma totalmente, in attesa che a nostra volta sostiamo in un isolotto di spazio costringendoci a fermarci.

È l’offerta d’aiuto per qualcosa che preferiremmo far da noi. La spiegazione approfondita di  una cosa che non ci interessava sapere affatto. L’essere accompagnati in macchina quando avremmo voluto andare a piedi. La telefonata di conforto quando il conforto lo rinveniamo più nel silenzio che nella parola.

Ecco allora che「有難迷惑」 /arigatameiwaku/ è una parola che diverte ma che ha anche una sua profondità, perché spiega come non esista una gentilezza in generale, spendibile con chiunque e in qualunque contesto. Ribadisce come ogni cosa trovi la propria misura in quella accanto.

Non esiste insomma un gesto generoso in assoluto, non se chi lo riceve è meno felice di chi lo compie.”

 

Pensieri e Silenzi

time-out

Talvolta l’abbondanza delle nostre parole nasconde la debolezza e l’insignificanza del loro contenuto. Come dire: usiamo la quantità per supplire alla scarsa qualità.

Lo noto in modo particolare, lo so che parrà strano, durante le partite di basket quando giocano i miei ragazzi. Ogni allenatore ha il proprio stile di comunicazione, si rivolge alla propria squadra con un tono del tutto personale, che tradisce il proprio carattere, i propri valori e gli atteggiamenti che ha interiorizzato. Mi capita così di vedere allenatori che riversano tonnellate di parole verso i propri giocatori, istruzioni, ammonimenti, schemi, raccomandazioni, regole ed attenzioni: alla fine ne risulta un flusso di parole strabordante, noiosamente ridondante e, sostanzialmente inutile. Non perdono occasione ad ogni pausa di gioco per iniziare un soliloquio talmente prolisso da risultare stucchevole.

Resto sempre colpito dallo stile asciutto e scarno di Gianluigi nel rivolgersi ai giocatori in campo: ha sempre parole misurate, mai eccessive, dirette ed efficaci e senza sbavature. Direi parole essenziali, in quanto sanno andare al cuore delle cose senza troppi fronzoli o inutili ripetizioni. In certi frangenti (o forse sempre nella vita…) è inutile disperdersi in un frasario ridondante e prolisso: meglio usare parole chiare e sincere, sapendo bene cosa dire e come dirlo. Forse l’autorevolezza con le persone non la si acquista stordendo di parole l’altro ma avendo la saggezza di dire la parola giusta al momento giusto, tutto lì, basta quello.

Temo che moltiplichiamo le parole (ahimè a me capita spesso) quando non sappiamo bene cosa dire, quando vaghiamo su un terreno nebbioso e confuso e, per approssimazioni successive, tentiamo di arrivare alla meta. Chi la meta la vede chiaramente non ha bisogno di svolte o sentieri tortuosi, di tornanti o giravolte: indica la meta con chiarezza e mitezza, lasciando all’altro la possibilità di ascoltare, elaborare e agire di conseguenza.

A volte c’è una buona dose di prepotenza nel nostro parlare ossessivo: quasi che, a forza di parole, l’altro si convincesse a fare quello che vogliamo noi. Il parlare pacato e sobrio è un gesto di rispetto verso l’altro e di cura del proprio linguaggio: ti dico ciò che ritengo essenziale e lo affido alla tua libertà perché tu ne faccia ciò è utile alla tua gioia.

 

Pensieri e Silenzi

serve tempo

Serve tempo per i nostri legami. Ed è proprio quello che ci manca.

Mi rendo sempre più conto che i nostri rapporti richiedono tempo, pazienza, periodi di sedimentazione e di silenziosa crescita. Non avviene tutto subito, ma le cose accadono con il tempo, concedendo loro la possibilità di accadere al momento opportuno.

Siamo purtroppo tutti troppo abituati alla cultura del click, del tutto qui e subito, della presa immediata, della disponibilità istantanea ed è forse per quello che i nostri legami arrancano un po’. Ci piace avere un riscontro immediato dei nostri investimenti, rese facili ed istantanee e fatichiamo molto con i tempi lunghi, con i ritoni a lungo periodo. Ci stanchiamo, temiamo che i nostri siano stati investimenti sbagliati o a fondo perduto. È così che cerchiamo guadagni facili e veloci… non abbiamo tempo di aspettare…

Purtroppo (o forse no) con le persone non funziona così: la fiducia e la confidenza richiedono molto tempo, molta pazienza, capacità di attesa e rispetto. Conoscere qualcuno è un processo lungo e graduale, che ha tempi propri e non disponibili alla nostra attenta pianificazione. A volte servirà qualche giorno, altre volte qualche settimane, per alcuni addirittura mese ed anni… il tempo che ci vuole…

È inutile forzare la mano, inutile affrettare le cose, inutile avere fretta di avere risultati. I risultati, se mai ci saranno, accadranno a tempo debito, quando l’altra persona si sentirà sicura di noi, disponibile all’incontro, non minacciata dalla nostra presenza; quando percepirà la nostra accoglienza ed incondizionata vicinanza; quando non si sentirà giudicata o ferita. È solo allora che farà un passo verso di noi, un passo timido, piccolo, una piccola apertura di credito che significa “ci provo, di do una possibilità”. È così che il miracolo dell’incontro ha inizio, la festa della condivisione può vedere la luce. È la sorpresa inaspettata del seme messo nella terra e che affiora e germoglia secondo logiche che a noi sfuggono completamente.

Quando il Piccolo Principe chiede alla volpe come si fa ad “addomesticarsi”, a conoscersi ed incontrarsi, la volpe così lo istruisce: “Bisogna essere molto pazienti. In un primo tempo ti siederai sull’erba un po’ distante da me, così. Io ti seguirò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Il linguaggio è una fonte di malintesi. Ma, ogni volta, potrai sederti un po’ più vicino…(…) Sarebbe meglio tornare sempre alla stessa ora. Per esempio, se tu vieni sempre alle quattro del pomeriggio, alle tre io già comincerò ad essere felice. Più si avvicinerà il momento, più mi sentirò felice. Alle quattro comincerò ad agitarmi e sarò in apprensione; scoprirò allora qual è il prezzo della felicità! Ma se tu vieni quando ti pare, non saprò mai quando preparare il mio cuore…

Storia e Tempi

futuro

John l’ho sentito proprio preoccupato stavolta. Come già vi raccontavo, è giunto circa un anno fa in Italia con uno del mille barconi che attraccano alle nostre coste in cerca di una vita dignitosa e in fuga da guerre e povertà. In questo anno si è inserito nella nostra comunità creando qualche legame anche all’esterno del residence dove vive. Ora è in attesa della “commision”, come la chiama lui, ossia dell’esame da parte della commissione che ha il compito di valutare se ha i requisiti per godere della protezione internazionale e quindi avere un permesso di soggiorno per stare in Italia. Il tutto si baserà su un colloquio nel quale cercheranno di capire la sua storia, la situazione da cui è fuggito e le motivazioni che lo hanno spinto a fuggire.

Quello che lo preoccupa maggiormente è il fatto che qualora, auspicabilmente, la commissione desse parere favorevole, John sarebbe costretto a lasciare il residence che ad oggi è l’unica forma di vita che conosce. Dovrebbe rendersi autonomo, provvedere al proprio sostentamento, cercarsi un posto dove stare e farsi una vita. Cosa ovviamente non semplice per un ragazzo africano che capisce a malapena la nostra lingua ed è privo di qualunque contatto e sostegno. (Per la cronaca, qualora la commissione rifiutasse la richiesta, occorrerebbe andare in appello presso la giustizia ordinaria ma questo allungherebbe i tempi di permanenza presso il suo residence).

John mi racconta tutta la sua angoscia per il futuro che lo attende: comunque vada con la commissione sarà un momento di incertezza per lui. In caso positivo sarà senza rete di protezione, in caso negativo rischia di essere rispedito a casa o di diventare clandestino. In ogni caso incertezze e preoccupazioni.

Onestamente non so come sostenerlo: faccio davvero fatica ad immaginare cosa possa significare vivere in un paese straniero, senza conoscenze, senza lavoro, in balia di una procedura che magari manco comprendi e governi. Posso solo lontanamente intuire il senso di angoscioso spaesamento che può vivere: è insopportabile il pensiero di cosa ne sarò di te stesso, del tuo futuro, dei tuoi sogni e forse, della tua stessa sopravvivenza. Ho una casa, persone che mi vogliono bene e che si occupano di me, un lavoro discreto e, pur non essendo ricco, un certo benessere. Mia nonna mi diceva sempre che chi ha la pancia piena fa fatica a capire chi ha la pancia vuota… sante parole…

La cosa frustrante da parte mia è l’impossibilità di fare qualcosa per lui: siamo in cerca di un lavoro ma non è una cosa semplice. E comprendo anche il suo spaesamento ed il suo dubbio quando gli dico che lavoro per lui non se ne trova: vede attorno una ricchezza diffusa ed un discreto benessere e non riesca a realizzare perché non ci sia qualche briciola anche per lui. Come puoi ad un ragazzo in cerca di vita spiegare le complessità del nostro mercato del lavoro, la crisi che stiamo attraversando, le rigidità delle nostra legislazione? Immagino che a suoi occhi possa sembrare tutta una bella scusa…

È così che John si trascina nei suoi giorni in Italia, alternando momenti di fiducioso slancio ad altri di profonda angoscia…drammaticamente solo… o almeno questa è la sua percezione…

Storia e Tempi

in stazione

Inizia a fare freddo alla mattina in stazione in attesa del treno alle sette  e mezza. Il sole è ancora lontano dal sorgere ed una fredda nebbiolina avvolge lo spazio creando un atmosfera rarefatta ed un po’ surreale. I passeggeri in attesa si raccolgono a piccoli gruppi in circolo, avvolti nei loro giubbotti e scambiando qualche assonnata parola. L’inizio della giornata avviene con un ritmo pacato ed po’ flemmatico, tutti corridori di un corsa che nessuno ha davvero voglia di iniziare.

In mezzo a questo folto gruppo di lavoratori, studenti e pendolari scorgi anche un nutrito gruppo di ragazzi africani, ospiti della vicina struttura che li accoglie in attesa  del riconoscimento (o meno) della protezione internazionale.

Li individui tra la folla in attesa non solo per il colore della pelle, per i vestiti un po’ stravaganti e fuori moda; né solo per le biciclette che si portano con sé per accorciare il trasferimento verso la stazione. Li riconosci anche per via di quegli sguardi vivi e luminosi, così diversi da quelli un po’ stanchi e rassegnati di noi indigeni.

Sono ragazzi giunti da molto lontano, che hanno percorso una lunga e tribolata strada e si ritrovano ora in un paese straniero, così diverso per lingua, tradizione e cultura, sostanzialmente privi di tutto, se non di quel poco che la solidarietà locale ha offerto loro. Ma non sono i beni, prima di tutto ciò, che manca loro: sentono la mancanza di legami caldi e rassicuranti, di quella rete di affetti che sostiene e colora la vita di ogni uomo.

Nonostante questa loro condizione di provvisorietà i lori occhi raccontano una storia di fiducia e speranza, attesa per un futuro da cui si aspettano grandi cose. Sono lì sul binario, a quest’ora giovane della giornata, per andare a Milano dove qualcuno ha trovato un lavoretto e dove altri sperano di cogliere qualche opportunità in più.

Li osservo con compassione e simpatia, pensando a quello che hanno lasciato alle spalle e temendo per quello che la vita potrà riservare loro. Ho il sospetto che molte speranze che si portano dentro faticheranno a vedere la luce, sia perché le loro attese sono alimentate da aspettative un po’ eccessive ed irreali, sia perché la società in cui vivono non sarà così generosa nel concedere loro molte chances.

Ciononostante questi ragazzi incrociano le mie giornate sotto il segno della speranza e della promessa. Stanno lì di fronte a me a rammentarmi quella voglia di vita e di futuro che abita ogni cuore, quella spinta ad andare “oltre” che alberga in ogni animo. Soprattutto in coloro che, non avendo niente, si attendono tutto.

Storia e Tempi

lagnanze

Già che siamo proprio un Paese strano.

Fino a ieri abbiamo sentito gli antemi di chi alzava la voce contro la classe politica perché incapace di scrivere una legge elettorale. Anzi si lasciava trasparire il sospetto che questa nuova legge non la si volesse di proposito approvare perché la vecchia (che è poi anche ad oggi quella in vigore) lasciava ampi margini di scelta ai segretari di partito. Sono gli stessi che in questi giorni stanno “sparando a zero” contro quella in discussione in parlamento.

Poi abbiamo sentito anche le lamentazioni di chi sosteneva che la legge va fatta coinvolgendo tutti per poi sentirsi rinfacciare che si trattava di un inciucio, architettato subdolamente per tagliare fuori qualcuno (ma quel qualcuno si sarebbe mai seduto a qualche tavolo per discutere???).

Poi il proporzionale ci avrebbe condotti alla ingovernabilità, ma anche il poco maggioritario presente nella legge e che spinge verso la creazioni di coalizioni non va bene perché è solo una strategia per segare le gambe ai M5S…

Ci sono quelli che accusano che le liste bloccate sono un insulto alla scelta dei cittadini, o altri che lamentano che le preferenze fanno lievitare i costi delle campagne elettorali e alimentano il voto di scambio (in certe zone si sa come vanno le cose); ma anche i listini corti bloccati si attirano l’ironia e la disapprovazione di tanti.

Tutto questo per dire che quando uno fa della critica la sua professione, di motivi ne trova sempre a bizzeffe. Chi vive perennemente incavolato col mondo troverà sempre qualcosa di cui lagnarsi, a torto o a ragione. Ormai assistiamo alla fiera delle lamentazioni, in cui quello che conta è mugugnare “a prescindere”, anche senza un particolare motivo.

Ora: non sono un difensore di questa legge elettorale. Si poteva fare meglio? Ma certo! È un colpo di stato o un golpe? Certo che no! Si critichi pure, si alzino barricate, si scrivano commenti infuocati sui giornali, ma, per favore, ogni tanto prendetevi la briga di leggere quello che avete scritto il giorno prima.

Pensieri e Silenzi

perdersi e ritrovarsi

Il senso del mio valore è qualcosa che ho maturato lentamente nel tempo, non senza passare attraverso crisi, fatiche, cadute, acciacchi, fraintendimenti, confusioni e tribolazioni varie. Mi accorgo solo ora che non mi è stato concesso come un dono gratuito ed immediato ma è qualcosa che ho dovuto conquistare a fatica, pelandomi le mani e le ginocchia per via di molte cadute.

Quando sei giovane senti il peso del tuo valore in maniera un po’ spasmodica ed irriflessa: quello che vali sgorga immediato ed irruente nelle pieghe della tua esistenza, come una fontana a cui ti puoi abbeverare con generosa abbondanza. In fondo è qualcosa a cui non pensi, che non tematizzi, che non fai oggetto di pensieri e discernimenti. Il tuo pregio ti è restituito dalle cose che fai, con straordinaria immediatezza e naturalità. Il tuo valore sta lì, lo vedi, lo senti, lo percepisci a pelle: sta sotto i tuoi occhi, nelle esperienze che vivi, negli ostacoli che superi con giovanile entusiasmo ed incoscienza, nelle relazioni che costruisci, nei giorni che ti lasci alle spalle, nei successi che celebri e nelle cadute da cui ti rialzi.

Quando cresci la cosa diviene un po’ più complessa ed perniciosa. Tutta questa “naturalità” ed immediatezza perde il proprio vigore proprio quando ti scontri con la durezza della vita, con la sua ruvida resistenza. È solo in quel momento che sorgono le domande e gli interrogativi che ti spingono a dubitare di quanto vali, o, quanto meno, ad considerare il tuo vigore come un dato meno ovvio. Ho iniziato così un percorso accidentato che mi ha condotto, giorno dopo giorno, ferita dopo ferita, a ripossedermi in modo nuovo e più consapevole. Il senso del mio valore ha preso forma come un puzzle a cui ogni giorno ho dovuto aggiungere il mio personale e quotidiano pezzo, talvolta con fatica, altre volte con gioia, altre volte ancora con dolorosa apatia. Pezzo dopo pezzo, incastro dopo incastro ne è nato una immagine nuova e matura, spesso rassicurante, ma ancora soggetta a sussulti ed inciampi.

Mi crea meraviglia accorgermi di come la sicurezza di oggi è frutto di un cammino che è ha avuto origine remote e che è stato complesso ed spesso sconnesso. Scopri di possederti forse solo dopo che ti sei perso e poi, miracolosamente, ritrovato.