sul ponte

C’è un filo rosso che lega i miei giorni in queste settimane: è il filo rosso della novità. Molti aspetti della mia esistenza sono attraversati da questo vento di cambiamento: la vita lavorativa, quella relazionale, personale, accademica e comunitaria. È un po’ tutto un sottosopra, con una serie di cose che finiscono e molte altre che stanno iniziando.

Ti senti come quando attraversi un ponte stretto ed altissimo: hai abbandonato la terra dietro di te ma non si è ancora giunto sull’altro approdo. Sotto vedi una grande voragine che dà le vertigini e incute timore. Sei in uno stato di “sospensione forzata”, in cui passato non è più ed il futuro non è ancora. Questa situazione ti genera apprensione e preoccupazione, un po’ di instabilità e di ansia; non vedi l’ora di rimettere saldamente piede sulla terraferma, abbandonando quel ponte continuamente esposto a venti e sobbalzi. Non è facile compiere questo attraversamento, non è un’esperienza indolore e naturale.

La fatica più grande è quella di lasciare quello che possiedi, quello che hai raggiunto e guadagnato, per rimettersi in gioco per qualcosa di nuovo, di inatteso ed imprevedibile. È doloroso il gesto di lasciare andare, di deporre quanto hai raccolto: in quell’abbandono ci lasci una parte di te, dei tuoi legami, dei tuoi affetti, una parte del tuo passato, di chi sei stato, del cammino che hai percorso e delle salite che hai sudato.

Ha qualcosa di violento ogni nascita, ogni partenza, ogni inizio: la generazione alla novità è opera suadente ed affascinante, intrigante e suggestiva, ma allo stesso tempo lancinante ed angosciosa, dura e ruvida.

È in questi frangenti che ti accorgi che la tua vita non è un museo da conservare o da spolverare; assomiglia di più a un giardino da custodire, in cui la potatura, il taglio e la cesura appartengono inesorabilmente all’arte e alla pratica del buon giardinaggio. Non ci può essere fissità, immutabilità ed estasi… c’è vita quando vi è cambiamento, rinascita e sofferta novità.

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