Pensieri e Silenzi

impermeabilità

Ripensavo alla risposta che papa Francesco diede qualche giorno fa ad un intervistatore che gli chiedeva conto della molte e feroci critiche che continuamente riceve riguardo alle sue scelte e ai suoi pronunciamenti. Disse che conosceva i gruppi che lo attaccano ma che preferisce non leggere troppo il loro scritti, principalmente per un problema di “salute mentale”… usò un’espressione di questo tipo, più o meno…

Ammetto che può sembrare un po’ snob questa affermazione, quasi fosse una strategia per ignorare chi ti critica e solleva rilievi sul tuo operato. Pensandoci su però credo che ci sia una buona dose di saggezza nelle parole di Francesco.

Ciascuno di noi subisce, in un modo o nell’altro, critiche, osservazioni (spesso un po’ malevoli, ammettiamolo…), rilievi, accuse, censure ed attacchi, tanto che se davvero le prendessimo tutte sul serio passeremmo la nostra giornata a replicare, commentare e a difenderci. Oltretutto queste osservazioni astiose generano un stato mentale di irritazione, di risentita offesa; tolgono serenità al pensiero e all’azione.

Spesso i social sono davvero delle casseforti zeppe di tutto questo livore: gente che non ha nulla di meglio da fare alla vita si mette alla finestra ed inizia ad “impallinare” (simbolicamente si intende) tutto e tutti, mostrando un cinismo, una arroganza ed una supponenza fuori dal comune. Di fronte a questo credo che abbia ragione Francesco: perché farsi rubare la serenità da coloro che sono i “professionisti” dell’oltraggio e della villania? Certo, questo non significa divenire impermeabile alle critiche, anche quando, essendo giuste, colpiscono nel segno e turbano l’animo.

Forse si tratta solo di saper maturare un senso positivo di difesa e di sana indifferenza che ci rende meno esposti alle intemperie della cattiveria e della maldicenza.

Parole d'autore

“voglio fare l’elogio”

“Contro la tendenza diffusa a lamentarsi sempre di tutto e di tutti, contro quella seminagione amara di scontento che diffonde scetticismo, risentimento e disprezzo, che si abitua a giudizi sommari e a condanne perentorie e getta discredito sulle istituzioni e sugli uomini e le donne che vi ricoprono ruoli di responsabilità, voglio fare l’elogio delle istituzioni. (…)

Di tutti voglio fare l’elogio, a tutti desidero esprimere la mia gratitudine e ammirazione, contrastando quella tendenza troppo facile alla critica e quell’enfasi troppo sproporzionata su alcuni che, approfittando della loro posizione, hanno cercato il proprio vantaggio, anche con mezzi illeciti, aprendo la porta alla corruzione.

Ogni mattino noi ci rendiamo conto che il paese, la città funzionano, possiamo fare affidamento su servizi perché c’è una folla di persone che fanno di giorno e di notte il proprio dovere, a beneficio di tutti: nessuno è perfetto e tutto si può e si deve migliorare, ma noi sappiamo che possiamo contare su gente che ha lavorato e lavora bene, per noi.

Voglio fare l’elogio degli onesti e dei competenti, dei generosi e dei coraggiosi. Voglio fare il loro elogio anche per incoraggiare altri, anche per svegliare i giovani, per scuotere i pensionati in piena efficienza: fatevi avanti! Prendetevi qualche responsabilità! Dedicate tempo! Le istituzioni hanno bisogno di voi! La città, il paese, hanno bisogno di voi! ” (Mario Delfini, arcivescovo di Milano)

Pensieri e Silenzi

davanti allo specchio

Racconta Recalcalti, in uno dei suoi libri, che tempo fa le ferrovie giapponesi dovettero affrontare un problema drammatico: era in continua crescita il fenomeno dei suicidi ferroviari. Sempre più persone, prevalentemente uomini over 50 esclusi dei processi produttivi, si lanciavano sotto i treni mentre questi entravano in stazione.

Per tentare di arginare il problema vennero installati sui lati dei treni quelli che vennero definiti “specchi-antisuidicio”. L’idea era quella di restituire il riflesso della propria immagine a coloro che avevano deciso di “farla finita”, sperando che questo potesse dissuadere le persone a compiere il folle gesto. Gli psicologi giapponesi speravano che riattivando un poco di narcisismo nella mente degli aspiranti suicidi, questo avrebbe potuto compensare la spinta depressiva ed autolesionistica.

La cosa non ebbe particolare successo anche perché si dimostrò piuttosto ingenua, non tanto nella lettura delle cause quanto nella proposta delle soluzione.

L’immagine che ci costruiamo di noi stessi non è banalmente quella che vediamo dentro uno specchio ma quella che ci è restituita dal contesto sociale in cui viviamo. Sono le persone che vivono con noi, quelle che amiamo, quelle a cui affidiamo la nostra compagnia e la nostra collaborazione, sono questi quelli che ci “fanno da specchio” e contribuiscono alla costruzione della nostra identità. Sono le parole ed i gesti di coloro con i quali spendiamo la nostra vita che “riflettono” il senso del nostro valore, quello che contiamo, il peso che ci attribuiamo. Per sopravvivere abbiamo bisogno di incontrare, lungo il nostro cammino, “specchi” virtuosi che ci sappiamo rimandare una immagine positiva e coerente di noi stessi, grazie a i quali possiamo riconoscere ed apprezzare chi siamo e quanto valiamo.

Quante infelicità ci sono attorno a noi perché qualche nostro compagno di viaggio ha sperimentato sempre e solo specchi frantumati, che rimandano lampi di luce in modo frammentario, incorrente ed inefficace…

Parole di carta

gli incettatori di grano

Mi è capitata tra le mani in questi giorni la gustosissima pagina dei Promessi Sposi del Manzoni che racconta la crisi del pane a Milano, che nei primi anni del ‘600 ha affamato buona parte della popolazione milanese. Il Manzoni cita questo evento in quanto uno dei suoi personaggi, il buon Renzo Tramaglino, ne resta coinvolto al suo arrivo nella capitale lombarda. All’inizio del capitolo XII il lettore è avvertito che la carestia, che si era già affacciata negli anni precedenti di inizio secolo, stava diventando un problema drammatico nell’anno 1628, nel quale è ambientata la storia dei due sposi promessi.

Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperìo della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ad essa, molti poderi più dell’ordinario rimanevano incolti e abbandonati da’ contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro pane per sé e per gli altri, eran costretti d’andare ad accattarlo per carità.”

Questa situazione di crisi non si presentò certo improvvisa né ingiustificata in quanto “le circostanze particolari di cui ora parliamo, erano come una repentina esacerbazione d’un mal cronico”. La prolungata penuria di pane ebbe un effetto increscioso quanto ovvio: l’incremento del suo prezzo. Come succede frequentemente quando di un bene la disponibilità è limitata, il suo valore aumenta in maniera esponenziale.

Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre (o almeno è sempre nata finora; e se ancora, dopo tanti scritti di valentuomini, pensate in quel tempo!), nasce un’opinione ne’ molti, che non ne sia cagione la scarsezza. Si dimentica d’averla temuta, predetta; si suppone tutt’a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza”. Di fronte alla imminente crisi alimentare la giustificazione più semplice ed ovvia fu quella di inventare dei responsabili immaginari, a cui attribuire le cause dell’accaduto: “Gl’incettatori di grano, reali o immaginari, i possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un giorno, i fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco o assai, o che avessero il nome d’averne, a questi si dava la colpa della penuria e del rincaro, questi erano il bersaglio del lamento universale, l’abbominio della moltitudine male e ben vestita”. La colpa per l’assenza di pane non era della carestia, della cattiva gestione della terra, della guerra e dello sciupinio che sempre l’accompagna, bensì di coloro che incettavano il grano, dei proprietari terrieri che non vendevano quanto prodotto da campi o dei fornai che non ne cuocevano a sufficienza. Come accade frequentemente, crearsi dei nemici immaginari da combattere assolve dalla fatica di guardare in faccia alla realtà per riconoscerne con crudezza le cause. Nascono così delle fake-news ante-litteram “Si diceva di sicuro dov’erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti, appuntellati; s’indicava il numero de’ sacchi, spropositato; si parlava con certezza dell’immensa quantità di granaglie che veniva spedita segretamente in altri paesi; ne’ quali probabilmente si gridava, con altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là venivano a Milano”. Ed ecco che nacque pure il sospetto del complotto, dell’intrigo subdolo da parte di poteri occulti e malevoli, pronti a creare trame e macchinazioni per affamare il popolo. Di fronte a tali mostruose orchestrazioni non restò che appellarsi al potere costituito: “S’imploravan da’ magistrati que’ provvedimenti, che alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre parsi finora, così giusti, così semplici, così atti a far saltar fuori il grano, nascosto, murato, sepolto, come dicevano, e a far ritornar l’abbondanza”. L’illusione fu che bastasse un provvedimento diretto e giusto per risolvere i problemi: una sorta di bacchetta magica che cancellasse la fame per decreto, che mettesse fuori legge il furto e l’illegalità. Ma, come sottolinea ironicamente il Manzoni, le cose non andarono come previsto: “Siccome però tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venire derrate fuor di stagione; e siccome questi in ispecie non avevan certamente quella d’attirarne da dove ce ne potesse essere di soprabbondanti; così il male durava e cresceva

È una brutta bestia il preconcetto complottista: fa chiudere gli occhi sulla realtà e spinge a rifugiarsi in mondi ideali dove si sogna che le cose vadano meglio. “La moltitudine attribuiva un tale effetto alla scarsezza e alla debolezza de’ rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de’ più generosi e decisivi. E per sua sventura, trovò l’uomo secondo il suo cuore”.

Non crediate che queste siano cose di altri tempi, di periodi buoi e avvolti dall’ignoranza! Non è che nel XXI secolo le cose vadano molto diversamente…Basta leggere qualche pagina di giornale sulla recente campagna elettorale per accorgersi che il gruppo di coloro che urlano agli “incettatori di grano” è ancora molto numeroso: gente che è convinta che a questioni complesse e drammatiche si possa rispondere con ricette semplici ed ingenue. Che basti una “grida manzoniana” per sistemare le cose e che un po’ di onestà e intraprendenza facciano dissolvere le questioni. C’è gente che è convinta che ci siano arcane orchestrazioni che minacciano il nostro paese e che, svelate quelle, le cose saranno molto più semplici e lineari. È intrigante questo modo di ragionare perché rende tutto semplice, immediato, a portata di mano. Non servono grandi riflessioni ed analisi (fatte da gente in mala fede e con secondi fini, che vuole solo perdere tempo): le soluzioni sono assai più ovvie ed agevoli. L’immigrazione clandestina? Si risolve con dei rimpatri di massa (senza menzionare i costi relativi al trasporto di 600 mila persone…). I problemi di concorrenza commerciale? Ecco pronti i dazi doganali! (Peccato che la politica commerciale sia di competenza europea e legata ad accordi internazionali). Vincoli di bilancio troppo stretti? Basta “sfondare” il parametro del deficit pubblico sul Pil! (Senza ricordare che ciò avrebbe conseguenze letali sul nostro debito pubblico). Se volete si potrebbe continuare ancora…

Questo per dire che quanto il Manzoni racconta a proposito della crisi del pane nella Milano del Seicento non è poi così avulsa dalla nostra attualità. C’è una pratica tutta italica di prefigurarsi nemici immaginari e una medesima conseguente attitudine a sognare soluzioni semplici a problemi che semplici non sono. Pare qualcosa di connesso ai nostri geni italici, come un riflesso incondizionato che riaffiora nella storia con singolare puntualità.

questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Febbraio di LodiVecchioMese

Storia e Tempi

biciclette

Ricordo ancora il parcheggio delle biciclette che c’era alla stazione di Tavazzano. Era presente i primi anni che avevo iniziato a prendere il treno per andare in università. Lodi Vecchio dista poco più di un kilometro dalla stazione ferroviaria di Tavazzano, sicché la stazione è ampiamente utilizzata dagli abitanti del vicino paese per muoversi su Milano per studio o lavoro. Fino a qualche decennio fa, il modo più in uso per raggiungere la stazione era la bicicletta: la macchina non era ancora così comune e le due ruote erano certamente più economiche del servizio di bus che, in modo piuttosto irregolare ed inaffidabile, serviva i due paesi.

Ecco quindi che la presenza numerosa di biciclette lasciate dai viaggiatori, aveva spinto il proprietario di un piccolo box vicino alla stazione ad aprire un piccolo “rifugio” per bici: una cosa giù alla buona, niente di ufficiale o formale. Si arrivava, si salutava il proprietario, si lasciava la bici e la si riprendeva al ritorno da Milano. Non c’era alcuna procedura di registrazione o cose simili… un semplice accordo tra gentiluomini come si usava in passato. Oltretutto la stazione era piuttosto isolata e periferica e quindi il piccolo riparo per le bici garantiva i viaggiatori anche contro furti e danneggiamenti.

Ricordavo questo fatto, che tanto lontano nel tempo non è, osservando le numerose biciclette che, dopo molti anni, sono ricomparse a Tavazzano, legate in vario modo a vari appigli. Non sono più degli abitanti dei paesi vicini, che ormai in stazione ci vengono in macchina, ma dei ragazzi extracomunitari ospiti a Lodivecchio nel vicino residence. Vivono lì in attesa del disbrigo delle pratiche in vista del riconoscimento della protezione internazionale (quello che volgarmente chiamiamo profughi). Per andare a Lodi (per i percorsi di alfabetizzazione ed integrazione) o Milano (per le più svariate ragioni) giungono in stazione con la loro due ruote, unico mezzo di trasporto a loro disposizione.

Vedi come la storia a volte ha i suoi corsi e ricorsi… quello che sembrava passato ed affidato a tempi andati si ripresenta sotto panni nuovi; quello che pareva ormai rilegato nella storia che fu, torna con nuovi protagonisti ed interpreti.

Sarebbe bello se non ci scordassimo tutti da dove veniamo e da dove siamo passati: rammentare che i nostri padri e nonni sono stati un po’ come questi giovani ragazzi di colore, costretti a muoversi i bici per andare in stazione. Forse i nostri sguardi verso di loro, alla mattina mentre corriamo a prendere il treno o alla sera quando rientriamo un po’ stanchi ed esausti dalla giornata, sarebbero un po’ più indulgenti e comprensivi se rammentassimo che questi “italiani di importazione” stanno semplicemente ripercorrendo quelle medesime strade che noi battemmo decenni fa; e che in fondo l’andar per il mondo in cerca di fortuna non è prerogativa della gente africana: basta rammentare le tante valigie scaricate da scafi provenienti dal vecchio mondo sul molo di Ellis Island a New York.

Pensieri e Silenzi

l’invadenza di uno sguardo

In certi momenti sperimenti il potere invadente e giudicante del tuo guardare: ti rendi conto che quando getti il tuo sguardo su qualcuno, questa occhiata non è mai qualcosa di neutrale ma è sempre rivestita da una precomprensione che condiziona lo sguardo dato e subito.

Sono in metropolitana e sale un signora corpulenta e massiccia, capelli ricchi rossi e lineamenti duri e accentuati. Restiamo insieme davanti alla porta di ingresso in quanto il vagone è pieno di gente. Osservando la nuova arrivata mi accorgo da subito che la prima impressione mi aveva tradito: i tratti marcati del volto tradiscono la precedente identità maschile della signora, che all’anagrafe deve essere nata come un “lui”. Non che la cosa mi abbia particolarmente scosso o impressionato: girando per Milano non è raro incontrare persone transgender e devo ammettere che la signora del metrò ostentava poco il suo stato, che forse non me ne sarei manco accorto se non fossi stato stimolato dalle condivisone forzata del vagone.

In attesa della mia fermata mi guardo in giro per la carrozza e capita che il mio sguardo cada, senza malizia né curiosità, sulla signora dai capelli rossi. Mi colpisce il fatto che lei risponda al mio sguardo con una espressione imbarazzata ed infastidita. Controlla se la osservo e ritrae gli occhi quando i miei incrociano i suoi.

A seguito di questa sua (imprevista) reazione, mi viene naturale pensare agli sguardi giudicanti, se non addirittura sprezzanti, che avrà subito nelle sua vita, a quelle occhiate maligne ed irriverenti che avrà patito, a quelle risatine ciniche e sdegnose che si sarà vista rivolgere. Penso che il suo stare tra la gente sia una continua lotta contro sguardi giudicanti e occhiate violente ed aggressive… immagino che questo combattimento l’accompagni ogni attimo, ogni giorno, ogni occasione.

E penso a quanto sono inconsapevole del mio sguardo, che spesso getto maldestramente qua e là, senza cura e avvertenza, come se esso cadesse ingenuo ed innocente sulle persone. Mi rendo conto che esso può ferire e allarmare, creare disagio e fastidio, imbarazzo e molestia. Già, un semplice sguardo, una occhiata fugace e superficiale, scagliata sull’altro come un masso di imponderabile consistenza…

Pensieri e Silenzi

il potere accogliente della parola…

Treno verso Milano, stamattina. Ad una fermata intermedia sale una nuvola di ragazzini delle media in uscita didattica. Si spargono sul treno come fa la polvere quando apri una finestra, occupando ogni dove. La carrozza viene investita da un folata di gioventù e di irrequietezza, piuttosto singolare per un treno che alla mattina porta pendolari assonnati al posto di lavoro. Il vociare ed il chiacchiericcio svegliano anche i più sonnolenti: continuare con la propria lettura è operazione ardua, sicché mi lascio “disturbare” dalla gioiosa brigata e osservo questi singolari passeggieri in viaggio verso Milano.

Si siedono vicino a me tre ragazzine, sguardo vivace e sorriso segnato da quegli apparecchi ortodontici che ormai indossano tutti. La fretta di trovare un posto, evidentemente, non ha permesso un rigido rispetto delle reciproche amicizie e simpatie e così mi accorgo che la ragazzina che siede di fronte a me non deve essere particolarmente amica delle sue vicine di posto. Queste, con precisa e sadica scaltrezza, la ignorano bellamente, confabulando tra loro ed escludendo la ragazza dal discorso. La mia dirimpettaia, deliziosa pelle ambrata e capelli arruffati, accenna un “ehi, ci sono anch’io!” ma, delusa dalla risposta delle amiche, apre la propria borsa, estrae un libro e ci si precipita dentro. La guardo mentre sorride a qualcosa che ha letto, con gli occhi che seguono ammaliati le pagine scritte, come se fosse stata rapita in non so quale posto.

Che bello aver scoperto già da giovane la bellezza accogliente di un libro, il suo potere ospitale e rispettoso, il suo essere disponibile e generoso con tutti, senza preferenze, senza pregiudizi né preconcetti. Da quella borsa la ragazza non ha estratto solo un insieme di pagine rilegate ma un amico fedele e affidabile, un compagno di viaggio interessante e mai banale. Che straordinaria ospitalità sanno offrire le parole, i racconti, le narrazioni! Sanno spalancare le braccia come in un accogliente abbraccio, sanno cullare ed intrigare, affascinare ed incuriosire, commuovere ed emozionare, agitare e tranquillizzare.

Non so se quella ragazza dai capelli arruffati volesse solo isolarsi o fuggire da compagne così scostanti; so però che l’amico con cui ha fatto il viaggio è un amico prezioso, affidabile, sincero. Che fortuna averlo conosciuto ad un’età così tenera…

Pensieri e Silenzi

vestito su misura

Ho il sospetto che, talvolta, la stanchezza e la fatica siano il modo in cui la vita ti rimette al tuo posto, la strategia con cui ti invita, a volte gentilmente altre volte con maggior vigore, a riacquistare una misura più sana ed equilibrata di te stesso. Quando sei in forma e le energie non ti mancano corri sempre il rischio di strafare, di farti coinvolgere in mille cose, mille impegni, mille cure e responsabilità. Con l’andare del tempo questo dinamismo fa crescere una visione un po’ farsesca di te stesso, quasi fossi un super-eroe chiamato a fare cose sempre più impegnative ed onerose. Come se uno viaggiasse con un rifornimento infinito di forze ed energie.

Succede così che, come per benedizione, inizi ad avvertire un certo affanno, interiore prima ancora che fisico, grazie al quale inizi a limitare e a controllare le tue pretese smodate, cominci a porre limiti, a dire dei no, ad ammettere a te stesso che non puoi arrivare dappertutto e che occorre gustare una misura più sobria di se stesso. Inizialmente vivi tutto questo come un affronto arrogante al tuo senso di onnipotenza, ma la Vita, fortunatamente, non molla ed è capace di sopportare le tue lamentele ed insofferenze e così rimetterti al tuo posto, dentro i tuoi panni, dentro vestiti che sono a tua misura.

Quando riconosci il messaggio che la Vita ti sta mandando comprendi che, tutto sommato, aveva ragione lei e che moderare il ritmo non è sola una sana strategia di sopravvivenza ma anche la possibilità di vivere in maniera piena e profonda la tua esistenza. In fondo il limite non è solo limitazione ma è, forse prima di tutto, condizione di possibilità per la vita, proprio come un fiume non percepisce i propri argini come delle limitazioni al suo percorso ma come la possibilità stessa di scorrere verso il mare.

La nostre stanchezze, le nostre fatiche, i nostri affanni ci parlano, ci sussurrano cose importanti per la nostra vita: è che lo fanno in maniera delicata e sommessa, che richiede attenzione e concentrazione per essere udite

Parole di carta

vita e morte low-cost

Osservo pensieroso le immagini delle pubblicità del mio vagone della metropolitana, alzando distrattamente gli occhi dal mio libro, e la mia attenzione è catturata da un cartellone pubblicitario assai singolare: quello dell’Outlet del Funerale… non so se vi è mai capitato di vederne qualcuno in giro per Milano.

Sul cartello c’è il disegno di alcune formiche che trasportano la salma di una cicala mezza stecchita sotto una grande scritta: “Vita da Cicala? Tanto poi c’è l’outlet.” La pubblicità lascia intendere che ci si può concedere una vita agiata (appunto “da cicala”) tanto poi è possibile avere un funerale parsimonioso e low-cost. Una volta ripresomi dalla provocazione, ripensando al cartello, mi accorgo che c’è una cosa che mi infastidisce: è lo stile un po’ giocoso e denigratorio con cui è raccontata la morte. La morte è fatta oggetto di una scanzonata commedia, con animaletti che, come dei cartoni animati, diventano protagonisti dello spot, quasi stessero promuovendo una marca di biscotti per la colazione o l’ultima golosità per la merenda dei più piccoli. Tutto diviene buffo, ridicolo, comico, tra il giocoso ed il farsesco.  La pubblicità pare invitare a gettare uno sguardo faceto anche verso quell’estremo atto umano che è il morire.

Ora, che la società di oggi abbia perso il senso del religioso, mi pare una triste ovvietà: si è smarrita la percezione di quella dimensione di misteriosa ed indecifrabile alterità che la Vita custodisce, quel presentimento del Sacro che irrompe nella ferialità del tempo profano di tutti i giorni. Temo, tuttavia, che in quel divertente quadretto, ci sia di più: non solo lo smarrimento del senso religioso ma anche l’oblio dell’umano. Forse abbiamo bisogno di cartoon per mascherare il nostro disorientamento di fronte alla morte, la nostra afasia nel dire qualche parola sensata su quell’atto intrinsecamente necessario della vita umana. E così non ci resta che farcene beffa, dissacrando quanto ci appare dolorosamente incomprensibile ed estraneo nell’orizzonte di senso complessivo del vivere. La morte è rimossa, derisa, dileggiata, beffeggiata come qualcosa che, strabordando l’umano, è solo un prodotto da vendere. Abbiamo, ahimè smarrito, il senso del morire, non solo come la fine del tempo, ma anche come il fine della nostra vita.

Queso mio articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio dell’inserto de “Il Cittadino” Dialogo

Storia e Tempi

alla gogna…

Ma che bisogno c’è di fare domande, cercare di capire, di superare la prima impressione per comprendere davvero come stanno le cose? Ma no! Basta uno smartphone e facebook ed il colpevole è presto servito! Se poi è un ragazzo di colore, tanto meglio!

È accaduto infatti che lunedì scorso un giovane di colore viaggiasse sul Frecciarossa Roma-Milano. Arriva il controllore e chiede il biglietto che il ragazzo, che non capisce bene la nostra lingua, immediatamente non esibisce. Basta questo tentennamento per farlo diventare il simbolo di tutti gli invasori africani che stanno colonizzando il nostro paese. Ecco quindi che un solerte vicino fotografa l’accaduto e posta il tutto su FB con i ridda di commenti:  si cita la «totale assenza di certezza della pena che il nostro Paese ha regalato a queste persone che non sono più disponibile a chiamare ‘rifugiati’ » e senza farci mancare il riferimento ai fatti di macerata dove la giovane Pamela è stata «barbarizzata e vilipesa da gente che senza diritto e senza motivo ha varcato l’uscio di casa nostra, perché la porta era ed è spalancata»

Il post ottiene la bellezza di 120mila reazioni e oltre 75mila condivisioni, un volume ragguardevole: il tenore delle decine di commenti è esattamente come si può immaginare. “Tornate a casa vostra” è il più gentile. “Approfittano della nostra accoglienza”. Qualcuno si lancia in un orribile «vanno riaperte le camere a gas».

Basta tuttavia leggere il rapporto del controllore di Trenitalia per capire che le cose sono andate diversamente: «Mentre effettuavo la controlleria a bordo del treno 9608 di oggi 12 febbraio 2018, un passeggero mostrava un titolo di viaggio non valido per il treno in oggetto. Scopro che non parla italiano e parla un inglese molto stentato. Gli comunico il prezzo da pagare per la tratta Roma-Bologna, mi fa capire che non ha soldi e insiste nell’indicarmi il titolo di viaggio in suo possesso; successivamente, gli chiedo le generalità e un documento. Scoprendo che era sprovvisto di documenti, gli chiedo di seguirmi nel vestibolo, per la sua privacy e per tutti gli accertamenti del caso. Nel vestibolo, dopo ulteriore richiesta di documento, tirava fuori un titolo di viaggio cartaceo valido per il treno 9608. A quel punto, chiarita la posizione del cliente, ho proseguito la mia attività di controlleria».

Come spesso accade le cose non sono mai come appaiono: talvolta occorre avere un po’ di coraggio e pazienza per andare oltra la prima impressione ed arrivare alla verità delle cose. Certo è che se l’intenzione è quella di trovare il colpevole di turno e sbatterlo su un social media (alla faccia della privacy) ed additato come pubblico malfattore… beh, diciamo, che non è il modo più semplice per capire e comprendere…